venerdì 23 giugno 2017

Domenico Scandella, detto Menocchio: storia del Giordano Bruno friulano

Tra gli archivi delle Biblioteche Italiane si nascondono storie di persone comuni, sommerse dal flusso della Storia, che nel suo racconto non lascia spazio alle esperienze quotidiane della gente più semplice.
Tuttavia, capita che alcune di queste voci riemergano dagli archivi polverosi e ignorati, grazie al lavoro erudito e minuzioso di storici alla ricerca di nuovo materiale da studiare per riportare alla luce il passato dimenticato.
Nel coro di queste voci dimenticate, Carlo Ginzburg, storico italiano, è riuscito a trovarne una che, per la sua peculiarità, sembra proprio meritarsi un posto al di fuori dal coro. Il nome di questa personalità è Domenico Scandella, chiamato dai suoi compaesani "Menocchio", un mugnaio friulano del XVI secolo bruciato dall'Inquisizione. Ma come mai l'Inquisizione sentì il bisogno di bruciare un povero e innocuo mugnaio friulano in un piccolo paese in provincia di Pordenone? O, meglio, cosa rendeva questo mugnaio meno innocuo di quanto potremmo pensare?
Ne Il formaggio e i vermi, Ginzburg racconta l'esperienza di questa singolare personalità e, recuperando le carte dei processi inquisitoriali, restituisce a Menocchio la voce che, paradossalmente, quegli stessi documenti processuali tentarono di sedare.
Come già accennato, Menocchio era un semplice mugnaio friulano che viveva a Montereale, a ridosso delle montagne. Aveva una moglie e sette figli e i pochi introiti che riceveva dalla sua attività li spendeva per portare avanti la famiglia.
Fin qui, la sua biografia non sembra molto diversa da quella di un qualunque mugnaio del XVI secolo; tuttavia, Menocchio aveva qualcosa in più: sapeva leggere e scrivere. Non si sa come Menocchio fu in grado di acquisire tali conoscenze, probabilmente in qualche piccola scuola parrocchiale di paese. Fatto sta che, personalità di indole curiosa, tali conoscenze gli aprirono universi che altrimenti gli sarebbero stati preclusi. Difatti, oltre a saper leggere e scrivere, Menocchio sapeva utilizzare uno strumento, all'epoca come oggi, molto pericoloso: la ragione. Non si accontentava di quello che dicevano i suoi compaesani, non gli bastavano i dogmi del cattolicesimo, né gli bastava assimilare passivamente quanto lui stesso leggeva. No, Menocchio doveva rielaborare a modo suo ogni conoscenza con cui entrava in contatto; sentiva ribollire dentro di sé un calderone di pensieri e ogni nuova lettura, ogni nuova conoscenza gli forniva gli strumenti linguistici e concettuali per esprimere la sua personale visione di Dio, dell'uomo e del cosmo. In paese, tutti lo conoscevano per le sue strane teorie, ma allo stesso tempo avevano di lui un gran rispetto, ma ciò non basto per sottrarlo dal lungo braccio dell'Inquisizione. Il suo pensiero, infatti, stava cominciando a diffondersi; non tanto perché si stavano creando nuovi seguaci, cosa che nemmeno Menocchio avrebbe auspicato, ma perché di bocca in bocca stavano rimbalzando le strane opinioni di quel mugnaio friulano dalla lingua molto lunga.
Il 7 febbraio 1548 l'Inquisitore di Aquileia inizia a interrogarlo. Menocchio, che fino ad allora aveva potuto parlare soltanto con i propri compaesani, e che spesso aveva ripetuto che avrebbe voluto esporre le sue teorie davanti a re, papi, vescovi e cardinali, finalmente ha l'occasione di parlare con "uomini di cultura". Il rischio non lo spaventa, o forse non comprende come un uomo possa essere imprigionato, torturato e ucciso per le proprie idee e, dunque, senza alcuna remora, inizia a esporre la sua concezione del Cosmo davanti agli Inquisitori che, tentando di ricondurre le sue eresie a forme note, si accorgeranno presto che Menocchio non è né luterano, né cataro, né anabattista o albigese. Menocchio è semplicemente Menocchio; tutto ciò che esce dalla sua bocca è frutto del suo pensiero, della sua ratio, come egli stesso avrà spesso l'occasione di sottolineare. Ciò agli inquisitori sembrava inconcepibile, ed è per questo che anche in loro si risvegliò la curiosità, che trasformò presto il processo in una lunga disquisizione filosofica, con lo scopo di comprendere e sviscerare le eresie del mugnaio friulano.
Ma cosa diceva Menocchio di così pericoloso? Le sue teorie sono una originale, a volte fantasiosa (e per questo geniale), rielaborazione delle sue letture e della sua esperienza quotidiana.
Per quanto riguarda Dio e la Creazione dell'Universo, Menocchio sostiene che in principio: "tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume, andando così, fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel diventorno vermi, et quelli furno li angeli et tra quel numero de angeli ve era anco Dio, creato anchora lui da quella massa in quel medesmo tempo". Dalla sua cultura empirica e contadina, Menocchio aveva appreso che nulla si crea dal nulla e possiamo immaginarcelo mentre, producendo il formaggio, vede la materia aggregarsi passando dallo stato liquido a quello solido; e, ancora, possiamo immaginarci Menocchio sorpreso all'apparir dei vermi, apparentemente dal nulla, in quel medesimo formaggio che qualche mese prima aveva lasciato a stagionare. In fondo, come insegna un'antica dottrina che vede un nesso inscindibile tra microcosmo e macrocosmo, "Così in alto così in basso". Questo semplice ma allo stesso tempo misterioso e meraviglioso processo che porta la materia ad aggregarsi in un tutto compiuto e ordinato, che porta il nascere di forme di vita da questo Tutto dev'essere il medesimo che ha portato alla nascita dell'Universo. E, infatti, sempre agli inquisitori Menocchio dice:
"Come alle cose di questo mondo le quali procedendo da imperfetto a perfetto, sì come per esempio il putto mentre è nel ventre della madre non intende né vive, ma uscito dal ventre comenza a vivere, et tuttavia crescendo comenza a intendere: così Iddio, mentre era con il caos, era imperfetto, non intendeva né viveva, ma poi allargandosi in questo caos lui comenzò a vivere et intendere [...] l'intelletto riceveva cognitione dal caos, nel quale eran tutte le cose confuse: et di poi a esso intelletto li dette ordine e cognitione [...] come crescete lui la cognitione, così crebbe in lui il volere et il potere".
Dio nasce dunque dalla medesima materia da cui nascono tutte le cose; ma, similmente al Nous di Anassagora, Dio è il principio ordinatore che si sviluppa a partire dalla materia, in senso panteistico, per poi cominciare a ordinarla:
"Iddio era nel caos come uno che sta nell'aqua si vol slargare, et come uno che sta in un boscho si vol slargare: così quest'intelletto avendo cognosciuto si vol slargare per far questo mondo [...] Iddio e caos sempre siano stati asieme, né mai siano stati separati, cioè il caos senza Iddio né Iddio senza il caos".
In tale contesto, anche l'uomo è formato dagli stessi quattro elementi di cui è formato il cosmo, poiché anch'egli nato dalla medesima materia da cui è nato Dio; di conseguenza, in questo senso l'uomo, esattamente come Gesù, è figlio di Dio. Egli partecipa del suo Spirito Santo, poiché lo spirito ordinatore di Dio è insito in tutte le cose. L'anima dell'uomo, dunque, non è immortale. O, meglio, non lo è nel senso tradizionale del termine secondo il quale essa preserva la propria individualità: "Tutte le cose del mondo sono Dio" dice Menocchio all'inquisitore, "et credo, quanto a me, che le anime nostre tornino in tutte le cose del mondo". Il morire è un dissolversi. Torna in Menocchio un'altra distinzione presente nel pensiero esoterico, quella tra anima e spirito; distinzione tanto più sorprendente nelle sue parole se si pensa che egli l'ha desunta dalla propria ragione, senza rifarsi ad altre dottrine. L'anima è il centro della propria personalità, da cui provengono le facoltà che associamo alla personalità individuale: "Nell'homo vi è intelletto, memoria, voluntà, pensiero, creder, fede et speranza: le qual sette cose Iddio le ha date all'homo, et son come anime per le quale bisogna far le opere, et questo è quello che io diceva morto il corpo morta l'anima [...]".
Lo spirito, invece, è la forza vitale divina che anima tutte le cose, di cui anche l'uomo partecipa: "credo che altro sia l'anima et altro sia il spirito. Il spirito vegna da Iddio, et sia quello che quando havemo da far qualche nostra faccenda n'ispira a far la tal o la tal cosa o non farla [...]  il spirito è separato dal homo, ha l'istesso voler de l'homo, et regge et governa questo homo".
Come accennato in precedenza, in tale prospettiva anche Gesù è allo stesso tempo un uomo come gli altri e un figlio di Dio come gli altri. Forse influenzato dai Viaggi di Mandeville, che descrivendo le usanze dei popoli accennano anche alla dottrina Musulmana, forse ispirato dal Corano stesso che, secondo testimoni, Menocchio avrebbe letto in volgare, il nostro mugnaio considerava Gesù un grande profeta, ma pur sempre un essere umano. 
Tale considerazione ha implicazioni teologiche e dottrinali rivoluzionarie. Menocchio non ha alcun pudore nel confessare ciò che pensa di tutte le istituzioni e i rituali creatisi, in seno ecclesiastico, intorno alla figura di Cristo. Animato dal medesimo spirito di protesta di altre correnti eretiche di stampo evangelico, Menocchio sostiene che si debba tornare non solo alla semplicità dei Vangeli, ma a una semplicità di morale e di vita che abbracci l'intera esistenza umana. Gli stessi Vangeli, infatti, contengono fin troppe rielaborazioni letterarie e teologiche che inficiano il messaggio originario di Gesù. Un messaggio pratico, volto esclusivamente agli uomini poiché è più importante far del bene alle altre persone che venerare Dio, poiché nel momento stesso in cui tu agisci moralmente nei confronti del prossimo stai venerando Dio, rispettando lo spirito santo presente in ogni persona. Ne deriva un'estensione universale del concetto di uguaglianza; non importa la fede, importa soltanto amare il prossimo, poiché per la fede ognuno si salva a modo suo (essendo le fedi molteplice in base alla cultura di appartenenza), ma sono le opere in terra a far la differenza.
In un colloquio riportato da un certo Lunardo Simon, chiamato a testimoniare davanti all'Inquisitore, questi racconta che, avendo chiesto a Menocchio se egli credeva nei Vangeli, il mugnaio aveva risposto: "No, mi non credo. Chi credi che tu faccia questi Evangelii se non preti et frati, che non hanno altro da fare?". Come già accennato, ciò che Menocchio rigettava dei Vangeli non era tanto l'insegnamento morale in sé, bensì il modo con cui la Chiesa se ne era appropriata attraverso l'istituzione. Da un lato, impedendo che essi venissero tradotti in volgare, dall'altro con la serie di dogmi e discussioni teologiche che ne hanno seppellito il valore originario.
"Vorrei che [la Chiesa] fuse governata amorevolmente come fu instituita dal signor Giesu Christo [i rituali ecclesiastici] sono messe pompose, il signor Giesu Christo non vuol pompe".
Menocchio si augura dunque un rinnovamento spirituale e culturale a tutto tondo. Denuncia il monopolio della lingua, in particolare l'utilizzo del latino anche nei processi, come uno strumento di oppressione e controllo sociale di fronte al quale i poveri e poco istruiti come lui non possono che soccombere, non sapendo cosa si sta dicendo e necessitando, dunque, di un avvocato (che a sua volta introduce un ulteriore filtro tra loro e il potere, oltre che un ulteriore dispendio di denaro).
Rigetta i sacramenti come rituali inventati a tavolino dai preti per arricchirsi ed estendere il controllo della Chiesa su ogni aspetto ed età della vita dell'uomo. Con il battesimo "iniziano a mangiare anime fin dalla nascita" e continuano anche dopo la morte con l'estrema unzione, la quale può ungere soltanto il corpo ma non certo l'anima. Il matrimonio è una finzione; prima gli uomini e le donne si amavano tra loro, e questo bastava. Confessarsi a un prete è come confessarsi a un albero, e la penitenza non ha alcun valore perché non ci si salva struggendosi ma esclusivamente con le proprie opere e, in particolare, le buone azioni nei confronti del prossimo.
Non è difficile immaginare lo sbigottimento degli Inquisitori di fronte a un semplice mugnaio che era stato in grado di spingersi così oltre nel pensiero. Dalle loro categorie dogmatiche, non possono credere che quelle parole provengano dalla testa di Menocchio e in ogni modo cercano di riportarle a dottrine a loro note, senza successo. Lo stesso Menocchio, davanti alla loro incredulità e, allo stesso tempo, per mitigare le accuse nei suoi confronti, attribuisce tali dottrine alla voce di un demone che gli parla (simile, per certi aspetti, al daimon socratico). Eppure, appena ne ha l'occasione sottolinea che tutto ciò che dice non gli è stato riferito da alcuna persona mortale, fino a quando giunge a confessare, con orgoglio, che tutte le sue opinioni le aveva formulate con il proprio "cervel sutil" avendo voluto "cercare le cose alte che non sapeva".
Dopo il primo, lungo, processo Menocchio fu condannato al carcere a vita e poi liberato per le sue precarie condizioni di salute. La stima nei suoi confronti, in paese, era così alta che anche dopo l'incarcerazione tornò ad amministrare i conti della Chiesa di paese. Tuttavia, il suo spirito libero era irrefrenabile. Denunciato nuovamente all'Inquisizione, da quel Lunardo Simon citato poco sopra, il secondo processo si conclude tragicamente con la condanna al rogo.
In conclusione di questo rapido excursus, si possono trarre molte conclusioni dalla vicenda di Menocchio. 
Anzitutto, sul ruolo dell'educazione. Menocchio aveva di per sé un'indole curiosa e irriverente, ma i libri di cui riuscì a entrare in possesso coltivarono il terreno fertile di quest'indole, in un perpetuo processo dialettico che portava Menocchio a proiettare le proprie idee sui testi che leggeva e, allo stesso tempo, i testi che leggeva a far nascere nuove idee. La ratio, da lui stesso citata, e la curiositas di indagare ciò che non si conosce, per quanto alto ed elevato sia, si pone come elemento di discrimine tra la sua genialità e, invece, l'ottusità degli inquisitori che, per quanto colti, istruiti ed eruditi, non riescono a concepire e a tollerare la diversità. 
Ed è proprio questo elemento di discrimine che permette di accostarlo, insieme alle sue teorie, a un'altra grande vittima dell'Inquisizione: Giordano Bruno. Trovo che vi sia una stretta affinità, quasi sincronicità, tra i due personaggi. Inquisiti nello stesso arco temporale, bruciati a poco tempo di distanza l'uno dall'altro, entrambi per tesi eretiche che abbattevano secoli di dogmatismo e che tentavano di recuperare l'originario spirito della riflessione filosofica, traendo terreno fertile sia dall'osservazione naturale dei fenomeni sia dalla profonda e personale intuizione spirituale; entrambi martiri del libero pensiero, che nemmeno le fiamme riuscirono a zittire. Soltanto la formazione culturale li distingueva, ma proprio questo elemento permette di sottolineare da un lato la genialità di Menocchio e dall'altro la preminenza dell'indole e della libertà del pensiero critico rispetto al mero eruditismo. Seguire il cervel sutil è, dunque, il più grande insegnamento che Menocchio, con le sue parole e con la sua vita, fu in grado di trasmettere a una società troppo sorda per ascoltarlo.

Ho parlato di Giordano Bruno nell'articolo: Giordano Bruno, l'eroe di campo de' fiori

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Daniele Palmieri

martedì 13 giugno 2017

Come il fascismo ha distorto il concetto di autarchia

Autarchia deriva dalla parola greca autarkheia, che letteralmente significa “bastare a se stessi”. Questa parola non indica un concetto filosofico astratto, bensì quello che potremmo definire un determinato approccio spirituale all’esistenza, dove con “spirituale” non bisogna intendere qualcosa di misterioso o spiritistico, ma in maniera molto concreta tutti i fenomeni della nostra interiorità (come le emozioni e gli stati d’animo). In particolare, l’autarchia è una condizione dell’animo del filosofo di assoluta imperturbabilità, che nulla o nessuno può strappargli, poiché egli sente che non ha bisogno d’altro al di là di se stesso.
Come tento di mostrare nel mio libro, Autarchia spirituale, edito da Anima edizioni, è un concetto di libertà in grado di trascendere sia la libertà contemporanea, intesa come mero appagamento delle proprie passioni, sia il concetto di libertà totalizzante e totalitario dell'individuo in balìa dei valori del proprio gruppo sociale.
Tuttavia, fu proprio uno dei grandi totalitarismi del XX secolo a riprendere il concetto di autarchia, addirittura per utilizzarlo nei propri poster di propaganda: il fascismo. Cosa c'entra il fascismo con l'autarchia se, come detto in precedenza, tale concetto filosofico va al di là di qualsiasi opprimente sistema politico e, anzi, tenta di liberare il soggetto da qualsiasi condizionamento, tanto interiore quanto esteriore?
Vi è stato quello che potremmo definire un “errore di percorso” a cui è stato soggetto il passaggio di testimone della parola “autarchia”, che ha portato tale concetto in maniera così distorta fino al fascismo da permettere alla propaganda di utilizzare questa parola per i propri poster. Ma cosa c’entra, dunque, il fascismo con l’autarchia e qual è stato questo errore di percorso?
Il “colpevole” di tale travisamento filosofico è stato un pensatore tedesco del XIX secolo, Fichte. Nel suo Lo stato commerciale chiuso, il filosofo applica infatti quello che è un concetto prettamente individuale, e che può darsi nella sua autenticità soltanto al singolo individuo, al mondo della collettività, ossia lo Stato. Secondo Fichte, lo Stato ideale è lo Stato autarchico, in grado di raggiungere l’assoluta indipendenza economica dagli stati circostanti e che, dunque, come sottolinea anche in Machiavelli scrittore, è in grado così di raggiungere una potenza tale non solo da non rischiare di essere invaso dagli stati circostanti, ma che può permettergi di dettar loro legge o attraverso l’esportazione dei propri prodotti o attraverso la guerra (con la consapevolezza che ogni Stato confinante sarà sempre una minaccia). Ma non solo; lo stesso concetto di “dominio di sé”, che nella filosofia antica è fondamentale al filosofo per raggiungere la libertà ma, al tempo stesso, è una scelta unicamente personale che non viene mai imposta al prossimo, in Fichte diventa prerogativa dello Stato. Lo Stato ha il diritto, l’obbligo e il dovere di educare i propri cittadini; è una grande potenza etica che, inevitabilmente, cade nel totalitarismo e nel governo forzato del prossimo, appiattendo ogni differenza ed eliminando chi non vuole allinearsi come un membro incancrenito, giacché lo Stato dev’essere un unico corpo sano.
Il fascismo, così come il nazismo, attinsero a piene mani da tale concezione e tentarono di raggiungere l’autarchia statale e il dominio etico del popolo, con risultati disastrosi. Difatti i concetti di autarchia e di dominio di sé sono, se scelti in autonomia e con consapevolezza, una via verso la liberazione, ma se imposti dallo Stato sono invece una costrizione; soffocano ogni forma di autentica libertà, forzando la vita privata delle persone e impedendo loro di scegliere consapevolmente la propria condotta di vita.

Come si è visto in precedenza, nessun filosofo antico avrebbe mai costretto un’altra persona ad assumere la sua condotta di vita; questo perché, pur possedendo una grande tensione verso il prossimo e una profonda sensibilità etica, era consapevole che soltanto l’autentica vocazione filosofica personale potesse condurre ai risultati ricercati, e che al contrario la costrizione avrebbe portato alla nascita di pessimi filosofi, poco convinti della propria condotta di vita e che, dunque, messi alla prova avrebbero tradito gli insegnamenti appresi.

Per approfondire il concetto di Autarchia, è possibile leggere Autarchia spirituale, edito da Anima edizioni

Daniele Palmieri

lunedì 12 giugno 2017

Francois Villon: il primo poeta maledetto

Ci sono figure, nella storia, in grado di esercitare un oscuro fascino proprio grazie alle loro travagliate vicende di vita, ammantate di un'aurea di mistero. Tra essi, un posto di rilievo spetta senz'altro al francese Francois Villon, vissuto nel XV secolo, ossia nel secolo che Huizinga definì "l'autunno del medioevo".
Chi era Francois Villon? Paradossalmente, si posseggono così tanti documenti sul suo conto che è difficile separare il personaggio dalla sua fama, l'uomo dal poeta, la realtà dalla leggenda. Nacque a Parigi nel 1431 e, orfano di padre, prese il nome del Cappellano suo protettore. La condizione agiata gli permise di frequentare i regolari studi della medio-borghesia dell'epoca, soprattutto gli studi letterali, che però non porterà mai a termine. Villon infatti era contraddistinto da un'anima inquieta, dallo spirito ramingo, sempre in cerca di nuove esperienze, che si trovava a suo agio più nei bassifondi dei comuni medievali piuttosto che nelle stanze di studio. Dai documenti giuridici dell'epoca sappiamo che nel 1456 a Parigi uccise un prete in una rissa, che l'anno dopo rubò cinquecento scudi d'oro nel collegio di Navarra e che, dopo aver vagabondato a lungo, fu catturato e messo in carcere per due volte: nel 1461 e nel 1462, prima per furto e poi per rissa. Dati i travagliati trascorsi, i giudici decisero in quell'anno di metterlo a morte; pena che, forse per l'intercessione di qualche protettore, fu poi commutata nel bando per dieci anni da Parigi. E proprio tale bando, del 1463, è l'unico documento che abbiamo della sua esistenza.
Se fosse soltanto per queste vicende biografiche, Villon non sarebbe né più né meno che uno dei tanti delinquenti comuni del medioevo; eppure, nel suo animo criminale si rifletteva anche uno spirito sensibile, ed è proprio la sua sensibilità non solo nei confronti della poesia, ma anche nei confronti di tali bassezze dell'esistenza, a renderlo de facto il primo "poeta maledetto" della storia (e, non a caso, i poeti maledetti francesi dei secoli successivi si ispireranno proprio a lui).
Sono tre le opere principali della sua produzione: il Lascito, il Testamento e una raccolta di ballate raccolta sotto il titolo di Poesie diverse.
Ciò che colpisce nel leggere i testi di Villon è proprio la sua umanità. Lontano dai topoi letterali dell'epoca, Villon è in grado di riflettere l'animo umano in tutti i suoi dubbi, i suoi tormenti, le sue passioni (anche quelle più fosche), di mettere in luce senza filtri e senza veli il fango dell'esistenza terrena che, generalmente, la letteratura cerca di nascondere, che la religione cerca di lavare, che la filosofia cerca di correggere. In Villon non vi è nulla di tutto ciò; le sue poesie sono un sorriso amaro nei confronti dell'esistenza; un sorriso che si bea proprio di ciò che nell'umano vi è di più torbido, poiché, in fin dei conti, ad accomunarci non sono tanto le nostre virtù, quanto i nostri vizi.
E così, il Lascito mette satiricamente in poesia il tono giuridico dei documenti stilati dagli uomini per disporre della propria eredità dopo la morte e delinea, con nomi e cognomi di personaggi dell'epoca, il ritratto di un'umanità dai desideri più disparati. Chierici, professori, barbieri, ciabattini, barboni, compagni di bevute e di risse, di ciascuno di loro e anche di se stesso Villon ha qualcosa da dire; il sorriso beffardo del morto, la verità dall'oltretomba, è il suo principale lascito.
Il Testamento riprende i medesimi temi del Lascito, ma in questo caso ciò che Villon lascia in eredità sono le sue ballate su argomenti disparati, questa volta rivolti all'intera umanità e non solo ai singoli personaggi suoi coetanei.
A dominare è senz'altro il tema della morte, la triste mietitrice, l'unica che con la sua falce è in grado di portare uguaglianza nel mondo serbando a tutti, di ogni condizione, il medesimo destino:

"Il mondo è solo un'illusione;
non c'è nessuno che sfugge alla morte
né che possa trovarvi rimedio. 
Mi limito a farvi una domanda:
Lancillotto, il re di Boemia,
Dov'è? E dove il suo antenato?
Ma dov'è il prode Carlomagno?".

Compagna della morte è, inevitabilmente, la vecchiaia, e Villon è un maestro a ritrarre, con estremo realismo e una spiccata sensibilità, l'inesorabile declino del corpo, immedesimandosi nella voce di un'anziana signora:

"Che è diventata la bella fronte liscia, 
Capelli biondi, sopracciglia arcuate,
Lo sguardo vivo degli occhi ben distanti,
con cui vincevo anche i più smaliziati,
quel bel nasino ritto, né grande né piccino,
quelle orecchiette ben strette alla testa,
Il mento con la sua fossetta, il viso luminoso,
ben disegnato e quelle labbra rosse;
[...]
Fronte rugosa, capelli grigi,
Cadute le sopracciglia, gli occhi spenti,
Che lanciavano lunghi sguardi e risa
Per conquistare tutti quei furfanti,
Naso ricurvo, ti saluto la bellezza!
Orecchie basse, tutte pelose, 
il viso smorto, spento, scolorato,
il mento, tutto una grinza, le labbra a penzoloni".

Immergendosi a pieno in tale bassezza, nel fango della nostra condizione fugace, Villon è tuttavia in grado di sfiorare vette metafisiche e di riconoscere, come i mistici, proprio nel paradosso il segreto più profondo della realtà, come mette in luce nella Ballata delle contraddizioni:

"Non ho problemi e impegno ogni mio sforzo,
ad acquistar beni e non ci aspiro affatto,
chi mi parla con garbo più mi indigna,
e chi mi dice il vero più mi mente,
E' amico mio chi mi costringe a credere
di un cigno bianco che sia corvaccio nero,
e chi mi nuoce, penso mi dia una mano.
Menzogna, verità, oggi è tutt'uno.
Ricordo a tutto, non so pensare a niente,
ben ricevuto, da tutti rifiutato.
Principe generoso, vi piaccia ora sapere
che intendo molto senza senno né sapere;
sono speciale, soggetto a ogni legge.
Che so ancora? Ah sì! riprender ciò che ho dato;
ben ricevuto, da tutti rifiutato".

Facendo propria la contraddizione, beandosi in essa e riconoscendo nella follia del matto l'estrema saggezza, il criminale Villon è anche in grado di ammonire il prossimo nella Ballata del buon consiglio, mettendo in guardia gli uomini dai medesimi errori che egli stesso ha commesso in vita ed esortandoli alla giustizia, per poi invocare clemenza nella Ballata degli impiccati, con la voce di uno degli uomini appesi, nei confronti degli esseri umani rei di aver infranto la legge.

"Se vi chiamiamo fratelli, non dovete
risentirvi, benché ci abbia uccisi
la Giustizia... tuttavia, sapete,
non tutti gli uomini hanno la testa a posto.
Intercedete per noi, che siamo morti,
davanti al figlio della Vergine Maria".

Ma è nel Dibattito di Villon con il suo cuore che il poeta raggiunge le vette più alte e sensibili del proprio lirismo. In un dialogo che riprende i toni del Secretum petrarchesco, ma che riconduce, come tutti i versi di Villon, la poesia al mondo umano e terreno, il poeta discute con il proprio cuore e tira le somme della propria vita, da un lato con il rammarico di aver sprecato, forse, i propri giorni e le proprie potenzialità, dall'altro con la compiacenza di aver goduto di ciò che ha potuto, e in ultimo con il desiderio di mettere a tacere tutti questi dubbi, con la consapevolezza che la morte destina a tutti un grande sonno.


Citazioni tratte da: Francois Villon - Lascito, Testamento e Poesie diverse, I grandi classici della Poesia, RCS Libri.

Daniele Palmieri

mercoledì 7 giugno 2017

Daniele Palmieri: L'importanza della solitudine

(Il presente brano è tratto da "La tranquillità interiore", Daniele Palmieri, edito da Eretica Edizioni)

La solitudine, nella nostra epoca, è percepita negativamente, è sinonimo di tristezza e spaventa poiché necessita il “fermarsi”, concetto tra i più temuti in una civiltà in continuo movimento. Tuttavia, fermarsi è fondamentale per riflettere, per analizzare se stessi, prendere fiato e continuare ad avanzare senza il rischio di inciampare.
La solitudine è importante per prendere coscienza di se stessi, sia del proprio corpo che della propria psyché. 
Soltanto in solitudine abbiamo modo di esplorare il nostro fisico in rapporto alla nostra mente, senza nessuno intorno che giudichi né il primo né la seconda, liberi da condizionamenti esterni che nascondono il nostro essere dietro il velo dell’apparenza e dei canoni della falsa bellezza propugnata dalle mode.
Ciò che gli asceti scoprono ritirandosi a meditare in solitudine non è Dio, come credono, ma loro stessi.
La luce interiore di cui parla Agostino d’Ippona ne Le Confessioni non proviene da Dio, è la luce della nostra psyché che illumina il nostro sôma dal buio antro in cui lo releghiamo; apriamo questo varco, soffiamoci sopra e la sua fiamma si leverà come fuoco ardente innalzato dal nostro respiro.
Chi ha paura della solitudine ha in realtà paura di rimanere con se stesso; ma questo è un grave problema. Noi siamo la persona con cui passeremo la maggior parte della nostra vita e rendere forzata tale convivenza non è certo auspicabile.
Per cui, bisogna imparare a bearsi della solitudine, non a sopportarla. Soltanto imparando a rimanere soli potremmo approcciarci nel giusto modo con il prossimo e scoprire la nostra libertà interiore.
“Domandi che cosa a mio parere tu debba evitare? La folla” scrive Seneca nella settima lettera de Le lettere a Lucilio. La folla è un’idra a cento teste che annichilisce la personalità del singolo uomo, cercando di inglobarla nel super-organismo che crea. Non c’è alcuna differenza tra una folla di cento uomini allo stadio e un gruppo di formiche; i primi agiscono seguendo l’istinto del gruppo tanto quanto le seconde. Nella folla ciascuno è tenuto a rispettare i dettami dell’istinto collettivo, a seconda degli impulsi che lo agitano. Se ne rende conto lo stesso Seneca quando percepisce la sporcizia che gli rimane impressa nell’anima dopo aver assistito ai giochi gladiatori udendo i commenti della massa eccitata per il sangue.
L’epoca moderna è oltremodo eccitata dalla massa e dall’ebbrezza sregolata che essa comporta.
La solitudine viene automaticamente percepita come qualcosa negativo; il divertimento è associato alla presenza del maggior numero di persone possibili e anche quando si è soli non si riesce a stare unicamente con se stessi, preferendo colmare il vuoto rimanendo costantemente in contatto con il Mondo.
Ma è proprio nella massa che l’uomo è isolato o, per meglio dire, alienato.
Nella folla soffre della peggiore solitudine possibile: l’alienamento da se stessi, visto che nella massa bisogna rinunciare alla propria vera personalità.
Vivere bene è impossibile se prima non si è in grado di trarre profitto dalle ore passate in solitudine, poiché solo in essa è possibile imparare a vivere per se stessi, svincolandosi da ogni condizionamento esterno e dunque coltivando la propria libertà.
Tale libertà fatta crescere in solitudine è l’unica vera libertà, che permette di coltivare uno dei beni più grandi: l’autarchia, l’assoluta autosufficienza.
Si tratta di prendere consapevolezza di possedere tutto ciò di cui si ha bisogno, di godere della semplice gioia di vivere. E questo non significa non dover intrecciare alcun rapporto umano, al contrario: soltanto così è possibile amare in maniera disinteressata il prossimo, non desiderando alcunché in cambio.
Stare soli con se stessi significa recuperare l’essenziale della vita, recuperare il rapporto unico, inscindibile, personale che abbiamo con il nostro corpo e la nostra psyché. Nessun altro può coltivare tale virtù al posto nostro.
Reclamare il diritto alla solitudine significa inoltre reclamare il diritto al proprio Tempo che, come vedremo in seguito, è uno dei beni più preziosi.
Guardiamoci intorno; la solitudine risalta la bellezza delle cose. Di noi e di quello che ci circonda. “Chi vuole essere da solo, che guardi le stelle. I raggi che vengono da quei mondi celesti introdurranno una barriera tra lui e le cose volgari” scrisse Emerson in Nature, ed i aggiungo che nelle nostre città in cui l’inquinamento fotoelettrico impedisce di vedere gli astri, basterà volgere gli occhi alla Luna che dall’alto della Notte veglia sui nostri sonni.

martedì 6 giugno 2017

Daniele Palmieri: L'uomo e l'Universo, l'ente e l'Essere



Le riflessioni seguenti sono tratte da Autarchia spirituale, Daniele Palmieri, edito da Anima Edizioni:

L'Essere è l'universo che ci circonda, in perpetuo mutamento, il cui fluire è reso alla perfezione, linguisticamente, dal verbo all'infinito.
L'ente, al contrario, è l'oggetto particolare, come può esserlo l'albero, il sasso, la sedia, il cane, l'uomo. L'ente, in quanto tale, è finito. Il participio con cui viene indicato è espressione dei suoi confini e dalla sua finitezza.
Come avviene questo passaggio che va dall'Essere all'ente? Possiamo immaginarcelo con un esperimento mentale, replicabile materialmente. Pensiamo di prendere un lungo lenzuolo.
Quest'ultimo, disteso alla perfezione, senza alcuna piegatura, rappresenta l'Essere. Se cominciassimo ad afferrarne delle parti al centro di esso e a creare delle forme, tenute insieme da un elastico, con dei confini più o meno definiti, avremmo ottenuto degli enti, che spiccano sul lenzuolo disteso come degli elementi, separati da esso, aventi una propria individualità.
L'ente è proprio questo: una curvatura nello spazio-tempo, con dei confini definiti (la sua forma) e, aspetto più problematico, un'esistenza limitata, al contrario dell'Essere che, pur essendo un perpetuo fluire, non ha mai fine.
Vi sono alcuni enti, però, che hanno un'esistenza del tutto particolare: gli esseri viventi.
Come abbiamo già visto nel precedente capitolo, questi ultimi si differenziano dagli oggetti inanimati per l'avere una prospettiva sul mondo (una coscienza).
Possiamo introdurre un altro elemento che li distingue. Pensiamo a una pietra; essa è un ente almeno quanto un essere vivente. Tuttavia, vi è qualcosa che la rende diversa da quest'ultimo: il suo modo di essere al mondo. La pietra è passiva nei confronti dell'Essere.
Essa non muta, se non per cause esterne. Al contrario, l'essere vivente (come ben rende il nome) possiede anche al suo interno un mutamento intrinseco, che lo porta a crescere, evolvere, deperire e morire. Il vivente è, allo stesso tempo, un ente e un Essere. Possiede un'individualità che, però, non rimane mai uguale a se stessa, non soltanto per cause esterne ma anche per cause interne.
Tornando all'esempio del lenzuolo, è come se una delle piegature che abbiamo creato fosse in grado di accrescere da sola, senza il nostro intervento, e di muoversi lungo il perimetro del lenzuolo, per poi tornare a dissolversi ricongiungendosi alla superficie bianca.
Dal punto di vista dell'ente inanimato, dunque, la questione dell'Essere non presenta alcuna problematicità. Il problema sorge nel momento in cui ci poniamo dal punto di vista di un essere vivente (quali noi siamo, giacché dubito che un sasso possa leggere questo libro) e, per di più, un essere vivente cosciente del divenire come l'uomo.
Dal questo punto di vista, infatti, il divenire si presenta in una duplice relazione: come un flusso inarrestabile di eventi in rapporto alla nostra individualità. Siamo consapevoli di essere degli individui, inseriti in un mondo in continuo mutamento, e sappiamo che qualsiasi cosa potremo fare in vita, siamo tutti destinati al medesimo fato: la morte, la dissoluzione della nostra entità.
L'indagine sull'Essere, dunque, dalla nostra prospettiva si mostra innanzitutto come un'indagine sul senso dell'Essere. La domanda non è soltanto perché tutto diviene? bensì qual è il senso del nostro essere se siamo destinati a morire?
E l'eterno problema del divenire, materia di tutti i miti, le filosofie, le religioni, le scienze dall'alba della coscienza dell'uomo a oggi.
Esso può riassumersi nelle tre domande:
Perché tutto muta?
C'è qualcosa che non muta?
Qual è il senso della vita?

I primi due quesiti sono strettamente collegati. In un mondo in cui tutto è in perpetuo mutamento, l'uomo cerca un motivo che sia in grado di giustificare e rendere accettabile il cambiamento e, in secondo luogo, un appiglio irremovibile al quale aggrapparsi per sentirsi più sicuro.
La risposta alla terza domanda, invece, dipenderà dalle risposte alle prime due, poiché se vi è un senso, nella vita dell'uomo, quest'ultimo è legato, in maniera indissolubile, al senso dell'Universo in cui si trova immerso e all'unico principio immutabile al quale può aggrapparsi.








Daniele Palmieri



De Waal: Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?

Frans de Waal (29/10/1948) è un etologo e primatologo olandese, Professore presso Emory University di Atlanta.
Nei suoi studi si è occupato principalmente di abilità sociali, abilità cognitive, moralità e intelligenza dei primati antropomorfi (soprattutto scimpanzé e bonobo) e tra i suoi testi più importanti, tradotti in Italia, vi sono Il bonobo e l'ateoNaturalmente buoni, rispettivamente sulla morale e l'organizzazione sociale dei grandi primati antropomorfi.

Nelle sue pubblicazioni, De Waal si contraddistingue, oltre che per acute analisi filosofiche in grado di spaziale nei diversi ambiti delle scienze, anche per la grande rilevanza da lui attribuita nello studio della mente animale e nello sfatare i principali pregiudizi che creano uno iato tra il mondo umano e quello animale.
Proprio in tale prospettiva, a completare le due opere precedenti, si inserisce un terzo testo, recentemente tradotto in Italia da Cortina editore e dal titolo eloquente: Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?
In questo testo, De Waal amplia ancora di più lo spettro della propria analisi e, benché anche nelle sue precedenti pubblicazioni affrontasse il comportamento di altri animali oltre ai primati, in Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali? analizza i dati scientifici più recenti circa le capacità cognitive di molte specie.
Punto di partenza del testo è la ridefinizione del concetto di "intelligenza"; esso, infatti, così come è concepito abitualmente, è eccessivamente antropocentrico e porta inevitabilmente a considerare le altre specie viventi come "inferiori", poiché ogni capacità mentale e comportamentale viene automaticamente calibrata a misura d'uomo.
Per definire un altro modello di intelligenza, De Waal si rifà al biologo tedesco Von Uexkull che in Ambienti animali e ambienti umani introdusse il concetto di Umwelt, che potremmo definire come "ambiente mentale", il punto di vista che ciascuno animale ha sul mondo. Ogni organismo, infatti, percepisce l’ambiente nel suo modo proprio in base alle proprie finalità adattative. La sua intelligenza si sviluppa in questo senso, come abilità di adattamento al proprio ambiente vitale. L'esempio portato da Von Uexkull è quello della zecca. Tale insetto viene considerato come un essere insignificante. Tuttavia, la sua vita mentale estremamente semplice è in realtà specchio delle sue semplici esigenze vitali: la zecca può vivere anche dieci anni senza cibarsi, appesa a un filo d'erba, in attesa che passi un mammifero che attivi i suoi sensori e che la facciano muovere per saltare addosso al mal capitato. Pur nella semplicità del suo ambiente vitale, la zecca compie egregiamente il proprio compito, sicuramente più di quanto potrebbe mai fare un uomo delle sue stesse dimensioni; questo perché la sua vita è tesa esclusivamente ad attendere il momento esatto in cui saltare addosso al mammifero che passerà nei pressi del suo filo d'erba; risolvere complicati enigmi matematici non le servirebbe a nulla.
Per questo non ha senso parlare di una sola intelligenza; esse sono molteplici così come gli ambienti vitali dei diversi esseri viventi.
Sulla stessa scia, ma circa un secolo dopo, l'etologo e psicologo Donald Griffin, in un contesto dominato dal comportamentismo che considerava inaccessibile lo studio dei fenomeni mentali interiori e che ridusse il comportamento a una serie di stimoli e di risposte automatiche, fu uno tra i primi fautori della cognizione animale, intesa come elaborazione mentale di un’informazione sensoriale atta ad assumere nuove conoscenze circa l’ambiente e applicare tale conoscenza in maniera flessibile. Da questo punto di vista, dunque, l’intelligenza potrebbe dunque essere definita come la capacità da parte dell’organismo di applicare con successo e in maniera creativa queste conoscenze, anche per risolvere problemi mai riscontrati precedentemente.
Un esempio della complessità di questo processo, che non può essere ridotto, come vogliono i comportamentisti, a una mera serie di stimoli e di risposte, è la descrizione fatta da Griffin di come dovrebbe essere il mondo visto da un pipistrello. L'ambiente mentale di questa specie non è basato sulla vista, ma sulle vocalizzazioni; queste ultime, funzionando come un sonar, servono sia per muoversi nell’ambiente, sia per catturare le prede, sia come strumento di comunicazione. Durante il suo volo, dunque, il pipistrello si trova a dover compiere una serie complessa di rielaborazioni per comprendere da che tipo di fonte proveniva il suono della vocalizzazione, per agire di conseguenza. Si tratta di una forma di intelligenza ecologica estremamente complessa, che chiaramente non è paragonabile all'intelligenza umana che, invece, opera in un ambiente mentale completamente differente, a partire sia da stimoli sensoriali, sia da fini, sia da capacità anatomiche radicalmente diverse.
Di conseguenza, quando si studia le facoltà mentali degli animali bisogna riuscire a non cadere in nessuno di questi due errori opposti ma, allo stesso tempo, complementari: l'antropocentrismo e l'antropodiniego. Il primo umanizza eccessivamente gli animali, spiegando i loro comportamenti proiettando su di loro quelli che sono le nostre motivazioni, solo perché essi ci paiono simili; il secondo, invece, nega a essi facoltà simili a quelle umane che essi potrebbero possedere, soltanto perché si pensa che la nostra specie sia superiore in virtù della nostra intelligenza, intesa nel senso antropocentrico e non in quello ecologico.
Ciò che De Waal tenta di dimostrare nel testo, rifacendosi a studi su animali così diversi tra loro come scimpanzé, corvi e anche polipi, è che, al netto delle differenze anatomiche, teleologiche e ambientali di ogni essere vivente, se si mostrano comportamenti simili che potrebbero essere ricondotti alle medesime facoltà mentali, è più logico supporre una continuità che una discontinuità tra le menti delle diverse specie, soprattutto se ci si inserisce nella prospettiva evoluzionistica, secondo la quale vi è una stretta relazione tra le diverse specie e nessuna facoltà può comparire dal nulla. Di conseguenza, la differenza mentale tra esseri umani e animali non può essere considerata di genere ma di grado.
Difatti, dagli studi analizzati da De Waal emerge come animali così diversi tra loro come quelli citati poc'anzi, ossia primati antropomorfi e corvi siano in grado di compiere ragionamenti inferenziali (ossia di colmare le lacune logiche cogliendo nuove informazioni da quanto visto), risolvere enigmi mai presentatisi in precedenza o mediante "l'intuizione" o mediante l'apprendimento culturale da membri della propria specie, creare e utilizzare utensili per raggiungere i propri scopi, organizzarsi in strutture gerarchiche complesse e trasmettere culturalmente, di generazione in generazione, le conoscenze apprese dall'ambiente.
Per informazioni più dettagliate, consiglio la lettura di Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali? e nel frattempo rimando alla visione di questo due video che mostrano come gli scimpanzé e i corvi siano in grado di risolvere, in maniera a volte creativa, il medesimo enigma: il corvo e il tubo, lo scimpanzé e il tubo.

Dei medesimi argomenti tratto anche nel mio nuovo libro, Vivere etico: mente animale, disobbedienza civile e vegetarianesimo, edito da Eretica edizioni.

Daniele Palmieri

martedì 30 maggio 2017

Daniele Palmieri: Vivere etico. Mente animale, disobbedienza civile e vegetarianesimo

Eretica Edizioni ha pubblicato un mio nuovo libro, Vivere etico. Come da sottotitolo, esso tocca tre temi molto scottanti e attuali: la mente animale, la disobbedienza civile e il vegetarianesimo.
Sono tre temi intrinsecamente interconnessi tra loro. L'abbandono dell'approccio cartesiano e comportamentista che basava la psicologia del secolo passato ha, infatti, portato alla scoperta di un mondo mentale animale estremamente complesso e variegato, anche in quegli esseri viventi generalmente considerati (a torto) come "inferiori". Le scoperte scientifiche più recenti sulla mente animale, che tratto nei primi due saggi del testo (Quando gli animali parlano e ragionano; Genealogia del mondo sociale) mostrano come gli animali siano in grado di avere credenze, desideri, emozioni e, addirittura, una ragione e strutture sociali molto simili a quelle dell'uomo. Scoperte che devono portare necessariamente ad abbattere l'antropocentrismo imperante che ha sempre contraddistinto la nostra specie e che hanno sensibili ripercussioni sull'etica. Se, infatti, ci troviamo di fronte ad altri esseri senzienti dalla cognizione complessa, come ci è possibile ignorarli nelle nostre scelte etiche e, soprattutto, come siamo giunti a tale grado di insensibilità alla sofferenza (che ha la propria apoteosi nelle fabbriche di carne contemporanee, altresì denominate "allevamenti intensivi")? Affronto questo tema nel quarto saggio, Vivere etico, che attraverso una fenomenologia della morale descrive i processi psicologici che portano l'uomo a ignorare il dolore non solo degli animali, ma anche di altre minoranze (siano esse politiche, etniche, religiose) escludendoli così dalle proprie scelte morali. Il vegetarianesimo, così come l'agire molare consapevole, diviene una forma di disobbedienza civile (tema del terzo saggio presente nella raccolta, Disobbedire secondo ragione e coscienza) in una società sorda e muta, l'unica soluzione per salvare non solo migliaia di vite innocenti, ma anche un pianeta distrutto dallo sfruttamento incondizionato delle risorse. 

E' possibile acquistare il testo presso il sito di Eretica Edizioni: Vivere etico. Mente animale, vegetarianesimo e disobbedienza civile
Oppure direttamente da me, con dedica e autografo, contattandomi sulla pagina Facebook di Nero d'inchiostro, o su quella di Diario di un cinico gatto, o all'indirizzo email: nerodinchiostro94@gmail.com

Daniele Palmieri