sabato 11 novembre 2017

Borges: L'altro. L'incontro con il proprio doppio

"Non senza qualche logica amarezza/penso che le parole più essenziali/che mi esprimono stiano nelle pagine/che non sanno chi sono, non in quelle/che ho scritto" recitano alcuni versi di una poesia di Borges, I miei libri, contenuta ne La rosa profonda.
Ieri notte ho letto un racconto, proprio di Borges, che mi ha particolarmente toccato perché sembrava descrivermi.
Si tratta di L'altro, all'interno de Il libro di Sabbia. E' un racconto di poche pagine, dal linguaggio semplice, ma ogni parola è soppesata e se, come recita il detto, Dio si nasconde nei dettagli, questo breve racconto è così ricco di dettagli da possedere qualcosa di divino.
Protagonista del racconto è lo stesso Borges, seduto su una panchina davanti a un fiume a Cambridge. Sembra un giorno come un altro quando, improvvisamente, ode a qualche panchina poco lontana da lui un fischiettio e un tono di voce a lui conosciuto. Incuriosito, si alza e raggiunge la persona sulla panchina e, con immenso stupore, si trova catapultato in una situazione surreale: la persona sulla panchina è lui stesso, ma ringiovanito di oltre sessant'anni. 
Il Borges anziano, dopo aver fatto alcune domande al Borges giovane, rivela la sua identità e la dimostra descrivendo i particolari della casa a Ginevra in cui, teoricamente, il Borges giovane ora si trova. Sospesa l'incredulità, entrambi sono costretti a considerare reale quell'incontro e inizia tra i due un dialogo il cui punto di partenza, inevitabile, è il racconto di alcune vicende che il Borges giovane vivrà, ma che soltanto il Borges anziano conosce.
Il Borges anziano rivela al Borges giovane alcune delle cose che gli accadranno, finché non sorge un dubbio: come è possibile che il Borges vecchio non si ricordi di quell'incontro, visto che in teoria l'ha già vissuto? Sono costretti però a passare oltre a questo enigma, che come gli altri verrà risolto soltanto in seguito.
La discussione verte dunque, inevitabilmente, sui libri; il giovane scrittore è curioso di sapere come andranno le sue pubblicazioni, e il Borges vecchio, con una certa sfumatura di nostalgia, risponde:
"Non so quanti libri scriverai, ma so che sono troppi. Scriverai poesie che ti daranno un piacere non condiviso, e racconti di carattere fantastico. Insegnerai anche, come tuo padre e come tanti altri del nostro sangue. 
Fui felice che non mi chiedesse niente del fallimento o del successo dei libri".
Prosegue poi raccontandogli gli eventi storici che si verificheranno, ma essendo Borges che incontra Borges, la conversazione non può che tornare sulla letteratura e sui libri. 
Iniziano a discutere delle loro letture; Borges giovane è estasiato da Dostoevskj, Borges anziano riconosce il tipico fervore giovanile verso l'autore russo, che in lui ha però fatto il suo tempo, a tal punto da non ricordarsi nemmeno il romanzo. Dimenticanza che fa quasi infuriare il Borges giovane, che non può comprendere come ci si possa dimenticare un autore simile. Cosa che, evidentemente, comprendere soltanto anni dopo. 
Dai libri letti, passano poi a quelli scritti. Borges vecchio chiede a Borges giovane che libro sta scrivendo, e la risposta del secondo è una raccolta di poesie dal titolo Gli inni rossi.
Questo passo mi ha particolarmente toccato, rievocandomi i versi dello stesso Borges citati a inizio articolo. Mi sono immaginato in là con gli anni, a volgere lo sguardo all'uomo, allo scrittore, al giovane che sono adesso, a scrutinare i sogni, le speranze, gli ideali della gioventù ormai dal punto di vista del crepuscolo, facendo i conti con quanto si è realizzato e quanto invece non è mai avvenuto, a ricordarmi con un pizzico di malinconia l'enfasi delle letture e degli scritti giovanili, attorno ai quali ora ruota la mia vita, ma che presto potrebbero diventare cenere, passato.
Lo scarto generazionale inizia a farsi sentire, e a questo punto il Borges vecchio matura quanto la sua personalità sia cambiata nel corso degli anni, tanto da far sembrare i due "se stesso" due personalità simili ma allo stesso tempo distinte, due caricature del medesimo soggetto: 
"Il mio alter ego credeva nell'invenzione o nella scoperta di nuove metafore; io, in quelle che corrispondono ad affinità intime e ben note, già accettate dalla nostra immaginazione. La vecchiaia degli uomini e il tramonto, il sogno e la vita, lo scorrere del tempo e dell'acqua. Gli esposi questa opinione, che lui avrebbe esposto anni dopo in un libro [...] Mezzo secolo non passa invano. Attraverso quella conversazione fra persone dalle letture miscellanee e dai gusti differenti, capii che non potevamo intenderci. Eravamo troppo diversi e troppo simili. Non potevamo ingannarci, e questo rende difficile il dialogo. Ciascuno era la copia caricaturale dell'altro. La situazione era troppo anomala per durare a lungo".
Così, i due decidono di salutarsi, cercando tuttavia di dare concretezza a quell'incontro, di trovare qualcosa che possa lasciarne una traccia. Borges vecchio decide dunque di dare a Borges giovane una banconota americana, con su impressa la data 1964, mentre Borges giovane dà a Borges vecchio una moneta francese. Ma entrambi decidono poi di gettare quella traccia.
Si lasciano soltanto con la promessa di incontrarsi ancora, il giorno dopo, nel medesimo posto, ma con la reciproca consapevolezza che entrambi avrebbero disatteso la promessa. Incontrare se stessi tutti i giorni ogni mattino non è semplice, figuriamoci incontrare il noi passato o il noi futuro, rendersi conto di quanto siamo impermanenti e di come gli anni ci trasformino, non solo fisicamente ma soprattutto interiormente.
Meditando sull'incontro destabilizzante, il Borges vecchio giunge alla soluzione dell'enigma proprio grazie alla banconota egli aveva consegnato al Borges giovane. 
Essa ha sopra una data, ma le banconote non hanno data. Così, l'unica soluzione possibile è questa: il Borges giovane ha sognato quell'incontro, molti anni prima, per poi dimenticarselo. Un sogno così vivido da diventare reale, ma pur sempre un sogno, come testimonia quella piccola imperfezione. Per questo se ne è poi dimenticato. Il Borges vecchio, al contrario, ha vissuto realmente quell'esperienza, ha incontrato realmente il Borges giovane in una sorta di frattura spazio-temporale a metà tra il sogno e la realtà, e dunque a metà tra un sogno e un altro sogno. Come aveva detto lo stesso Borges vecchio al suo doppio del passato: "Il mio sogno dura ormai da settant'anni. In fin dei conti, al risveglio, non c'è nessuno che non incontri se stesso. E' quello che ci sta accadendo ora, solo che siamo in due".

Daniele Palmieri

venerdì 10 novembre 2017

In morte di un poeta. Ricordo di Giuseppe d’Ambrosio Angelillo

Pochi giorni fa è morto un poeta. Ma non sentirete questa notizia ai telegiornali, né la leggerete sulle principali testate nazionali. I media e il pubblico sono interessati soltanto alle bruttezze della vita, non c’è più spazio per la Bellezza, e in questo mondo il poeta non può che morire in silenzio. Ma meglio così. Il silenzio è dei saggi, il brusio degli stolti.
Ho conosciuto Giuseppe d’Ambrosio Angelillo circa due anni fa, prima ancora che divenisse conosciuto grazie al servizio de Le Iene. Ero a Milano, in piazza Duomo, una delle piazze più emblematiche della città. Tanta Bellezza da ogni lato, eppure così tante persone insensibili a essa, che passano rapide, con il passo svelto e la testa bassa, troppo annebbiate dai loro impegni. Io sono uno dei pochi milanesi che appena si accorge che sta correndo troppo, tenta di rallentare.
Il giorno in cui ho conosciuto Giuseppe stavo proprio correndo, di ritorno dall’Università Statale, e a farmi accorgere della frenesia metropolitana non fu, come di consueto, il Duomo, ma la sua bancarella di libri, di fronte alla Mondadori.
Mi saltarono subito all’occhio le copertine bianche, dipinte in acquerello, e la figura di Giuseppe alto e immobile come una statua, dalla barba e i capelli lunghi e incolti, un misto tra Marx e Tolstoj. L’intera scena emanava una singolare Bellezza; non quella maestosa delle vetrate e delle guglie del Duomo, ma quella semplice e silenziosa, che soltanto una profonda umanità può trasmettere.
Stavo per passare oltre ma, come anticipato prima, la Bellezza della scena mi rallentò, mi risvegliò e fui costretto a fermarmi. Iniziai a sfogliare i libri sulla bancarella. Grandi titoli e bellissime copertine, che trasparivano l’antica arte tradizionale e artigianale dell’editoria, quella ancora animata dall’amore per la qualità e non della quantità. Letteratura, saggistica, poesia. Basho, Dostoevskj, Alda Merini, Einstein, Leonardo da Vinci. E, tra loro, Giuseppe d’Ambrosio Angelillo. Notai subito i numerosi libri pubblicati sotto quel nome, e compresi che dietro alla bancarella si nascondeva proprio il corpo e lo spirito dello scrittore. Non potei evitare di investigare e di chiedergli di raccontarmi la sua storia. Il suo parlato profondo e calmo mi trasmise subito profonda saggezza. Mi parlò del suo amore per la cultura e per i libri. Mi raccontò che Acquaviva, nome della casa editrice, deriva dal nome della sua terra natale, in Puglia, piccolo paese dallo spirito contadino, che a partire dal nome trasmette però la stessa forza e lo stesso magnetismo delle sue pubblicazioni. Uno spirito autentico e artigianale. Mi disse che per i suoi libri aveva sacrificato tutta la sua vita e che, anche se si trovava in condizioni economiche per nulla favorevoli, con molte bocche da sfamare, i libri e la cultura erano sempre stati la sua ancora di salvezza, poiché, come dicevano gli antichi Greci, se il poeta non è in grado di procacciarsi il pane, saranno gli déi a sfamarlo. Mi raccontò dei suoi studi. Aveva passato molti anni alla Statale di Milano, facendo l’assistente di un professore e scrivendo un’opera monumentale su Dostoevskij che, tuttavia non andò mai giù al pubblico accademico proprio perché non era una delle solite opere di mera erudizione. E così, abbandonò l’Università, i cui paletti spesso ingabbiano gli spiriti più liberi. Mi raccontò anche dei suoi rapporti con Alda Merini, della Milano ormai sparita in cui lui e lei avevano vissuto insieme, da scrittori e poeti, svelandomi i torbidi retroscena del mondo editoriale e di come la stessa Alda si infuriò quando una grande casa editrice tentò di impedire a Giuseppe di pubblicare alcune sue raccolte, esigendo il monopolio sull’intera opera. Monopolio che Alda non concesse, perché nessuno può ingabbiare la poesia, né ridurla a un oggetto di mercato.
Tornato a casa, rimasi molto colpito da quell’incontro e ne parlai con molti amici. Purtroppo non avevo soldi dietro e non potei comprare i suoi libri, ma fu anche una fortuna perché così potei rincontrare Giuseppe, vicino a casa sua, in una piovosa giornata invernale.
Eravamo io, lui e una mia vecchia fiamma, in un bar di cinesi. I libri che avevo prenotato, che serbo ancora con amore reverenziale, sono una silloge di pensieri tratti dal Talmud, La scopata di Manganelli di Alda Merini e una breve raccolta di poesie, sempre sue, che regalai alla mia ormai ex-ragazza; infine, il suo capolavoro, Milan Blus Ban, uno scritto imponente che racconta la Milano dei suoi anni con Alda Merini, un mix tra beat generation, Céline e l’inconfondibile tocco letterario di Giuseppe.
Ricordo che quel giorno passammo insieme oltre tre ore, in cui Giuseppe spaziò tra i più disparati argomenti, raccontandoci ancora della sua vita, dei suoi libri, della cultura, e dell’importanza della poesia, animato e irrefrenabile come Diogene, un “Socrate impazzito” (nel senso positivo del termine), e quando ci salutammo e la mia ex ragazza mi fece notare la sua parlantina irrefrenabile e il suo carattere bizzarro, le dissi che Giuseppe era un poeta, e che lo si doveva considerare secondo i canoni della poesia.
Quella fu l’ultima volta in cui lo vidi di persona. Mi chiamò, qualche giorno dopo, entusiasta per essere stato contattato da Nina Palmieri de Le Iene, grazie a una lettera mandata dal suo figlio più piccolo. Il servizio andò in onda poche settimane dopo e fu uno di quei pochi casi in cui la cultura e la poesia undergrond, ossia la vera cultura e la vera poesia, riuscirono a ottenere un ottimo risalto mediatico. Da lì in poi sempre più persone conobbero Giuseppe d'Ambrosio Angelillo e iniziarono ad appassionarsi ai suoi libri, alla sua storia, alla sua vicenda familiare, che trasmettevano e trasmettono ancora una purezza e un'autenticità illibata.
Purtroppo, Giuseppe d'Ambrosio Angelillo ci ha lasciato pochi giorni fa, a causa di un'improvvisa emorragia cerebrale. Ma se, come diceva sempre lui, se il poeta non è in grado di procacciarsi il pane allora saranno gli déi a sfamarlo, si può anche dire che il poeta non muore, ma che sono gli déi a volerlo alla propria corte, per ospitarlo e godere della Bellezza della sua poesia eternamente.
E anche noi possiamo godere eternamente della Bellezza della sua arte, continuando a leggere i suoi libri e aiutando così la sua famiglia.
Per chi volesse approfondire la sua arte, tutti i suoi libri sono disponibili su Google Books: 
Daniele Palmieri

giovedì 9 novembre 2017

Emanuele Franz: La biografia della Forza. La Forza come principio metafisico

Abbiamo già conosciuto Emanuele Franz, prima attraverso la recensione de Le basi esoteriche della geometria frattale, poi attraverso le sue parole con un'intervista lasciata in esclusiva a Nero d'inchiostro.
Oggi, affronteremo un altro suo testo, profondo almeno quanto il primo: La biografia della Forza
Il libro in questione è un'analisi del concetto di Forza, laddove essa è intesa come un concetto metafisico che muove il Cosmo tanto quanto l'uomo.
Schliemann, Huxley, Gandhi, Napoleone, Cortés, Lutero, Rasputin, Marconi, Pasteur, Edison, Beethoven e Messner sono i dodici protagonisti trattati nel saggio, ma non tema il lettore di trovare lunghe digressioni biografiche fini a loro stesse; i dodici protagonisti, scelti appositamente da campi della cultura, della politica e della scienza completamente diversi, sono qui assunti a simboli la cui giustapposizione permette di cogliere il carattere metafisico della Forza che, come sottolinea il titolo, è la reale protagonista di un'unica biografia che trascende le dodici vite in sé e che si manifesta, sempre con i medesimi caratteri, in ciascuna di esse. 
Come scrive Franco Fabbro nell'introduzione del libro: "Lo schema attraverso cui la Forza si manifesta nella storia di questi uomini illustri è simile. Si tratta di persone con alto ingegno creativo, spesso di umili origini, ostacolate dal potere, capaci di reagire a grandi sventure (povertà, cecità, sordità, malattie). Là dove la maggior parte delle persone hanno ceduto, essi hanno mostrato una volontà in grado di piegare la storia. Il nucleo della loro genialità è stata la consapevolezza di esistere per compiere qualcosa di grande".
Delle biografie vengono sempre colti i caratteri comuni, come l'abnegazione, la tenacia, la resistenza, l'ideale, la resilienza, la capacità di fronteggiare qualsiasi intemperia e imprevisto, la forza d'animo, la volontà tenace e, in generale, l'irrazionalità irrefrenabile che ha consentito a questi grandi nomi della storia di perseguire e raggiungere i propri obiettivi poiché, appunto, animati non soltanto dalle loro speranze, ma da questa Forza metafisica che si manifesta negli spiriti nobili come quella "capacità che le potenze irrazionali e passionali travalichino i dettami della ragione e ne valichino gli ostacoli" e che, nel testo, raggiunge una delle sue più elevate vette simboliche nella figura di Cortés che, accompagnato esclusivamente da 500 uomini, conquista un intero impero composto da milioni di uomini dopo aver bruciato personalmente le proprie navi, per evitare ripensamenti e lasciarsi invasare esclusivamente dalla Forza.
Come scrive Franz: "Di quando in quando, la Forza umana raggiunge intensità tali da farle vincere difficoltà, resistenze, tribolazioni che renderebbero impossibile qualsiasi proposito dettato dalla ragione. Ma  la Forza in questo caso non è quella della ragione, ma quella di un'Idea, quella di un Sogno, e questa Forza non può che essere irrazionale".
L'intero testo si sviluppa dunque similmente alle vite parallele di Plutarco, che non nascono puramente con scopo biografico ma all'interno delle quali la biografia dei grandi uomini particolari è un espediente per analizzare quali sono, in generale, le virtù metafisiche che permettono di diventare come quei grandi uomini.
Il Genio, figura archetipica qui analizzata, che racchiude in sé le grandi personalità di ogni campo del sapere pratico e teorico e che è rappresentato da ciascuna delle 12 personalità analizzate, è colui in grado non solo di conoscere la realtà, ma addirittura di modificare la realtà attraverso il suo Ideale, per mezzo della propria grande Volontà e mediante l'immenso potere derivatogli dalla Forza, il tutto sempre rinunciando al proprio Ego, facendosi anzi veicolo di conoscenze superiori volte a migliorare la condizione di vita di tutta l'umanità.
"Ma il segreto della Forza è il segreto di ogni stella. Il sole, infatti, è l'unico oggetto che non può beneficare della sua stessa luce. Il rinunciare alla luce che produce e donarla a tutto il resto dell'universo. Noi dobbiamo muoverci unicamente per donare agli altri la nostra luce, rinunciando a essa. Dobbiamo accendere un fuoco per riscaldare gli altri, non noi stessi".
L'aspetto più rilevante, dunque, del testo di Franz è proprio quest'ultimo; la Forza non è meramente intesa come Volontà di Potenza, anche laddove essa è caratterizzata dalla violenza conquistatrice, bensì come una facoltà in grado di trascendere il bene e il male, poiché, sebbene veicolata dai singoli uomini, quest'ultimi non sono i reali agenti delle proprie azioni, non perseguono mai i propri obiettivi per ingrandire il proprio Ego ma sempre in nome di un principio superiore, di fronte al quale anche loro stessi sono un nulla. E, difatti, quando il compito del Genio è finito, come insegna Hegel, esso stesso è schiacciato dall'imponente peso della Forza, affinché ai posteri rimanga soltanto il lascito della sua voce, del suo pensiero e delle sue azioni, e non il misero corpo mortale e individuale.

La biografia della forza, Emanuele Franz, Audax Edizioni

Daniele Palmieri

lunedì 6 novembre 2017

Giovanni de Castro: I Templari. L'ascesa, il processo, la mistica

I cavalieri Templari sono uno dei pochi Ordini Cavallereschi medievali che hanno trasceso la contingenza storica per elevarsi a leggenda. 
Soprattutto negli ultimi due secoli, le pubblicazioni che riguardano il loro Ordine sono aumentate esponenzialmente, ma la qualità di tali pubblicazioni è presto calata in maniera direttamente proporzionale al loro numero.
Tuttavia, una quantità così elevata di pubblicazioni testimonia da un lato il grande interesse da parte del pubblico e dall'altro il fascino magnetico e senza tempo dell'Ordine dei Cavalieri Templari.
Questo perché la rapida ascesa e l'altrettanto rapido declino dei Templari ha suscitato, fin dal medioevo, una meraviglia così sublime che non poteva che perdurare nei secoli e dar vita a numerose leggende, nate dalle calunnie e dalle mistificazioni del processo, dalle dicerie del popolo, dai grandi tesori accumulati, dalla tenacia spirituale dei suoi membri. 
Se di grandi misteri si fecero custodi, riuscire a cogliere di quali misteri si trattò risulta, al giorno d'oggi, estremamente difficile proprio a causa dell'elevato numero di testi che, in un modo o nell'altro, hanno collegato ogni sorta di segreto, mistero e teoria fantasiosa all'Ordine Templare. 
"I Templari" di Giovanni De Castro, filosofo e storico ottocentesco, rappresenta dunque un importante documento per calarsi nell'intramontabile fascino esercitato dall'Ordine Cavalleresco senza il rischio di trovarsi immersi in una cortina di fumo di teorie complottiste. 
Nel presente testo, Giovanni De Castro racconta l'ascesa, il declino e la mistica dei Templari, riuscendo a bilanciare in maniera ponderata da un lato il racconto storico dell'Ordine, e dall'altro quello filosofico, religioso e spirituale, sempre rimanendo legato ai documenti storici dell'epoca. 
In ciò risiede il grande punto di forza dell'analisi di Giovanni De Castro: la consapevolezza che la parabola dei Templari e, di conseguenza, il loro mistero, non può essere colto se non in questa terra di confine tra storia e filosofia, religione e spiritualità, poiché l'Ordine stesso è nato e si è evoluto all'interno di una cornice temporale, quella del Medioevo, le cui categorie "spazio-temporali" erano radicalmente diverse rispetto a quelle dell'uomo moderno (come mostra Le Goff in Tempo della Chiesa e tempo del Mercante); una cornice spazio-temporale in cui, già a partire dalla società, i valori spirituali avevano la preminenza rispetto a quelli materiali, e tale aspetto era ancora più accentuato all'interno dell'Ordine Templare, che rappresenta, secondo De Castro, l'esempio più elevato di Milizia Spirituale.
Con i fondamenti teologici e morali delineati da Bernardo di Chiaravalle nel De Laude Novae Militiae, i Templari nascono infatti come un Ordine Cavalleresco il cui fine non è la guerra, ma la pace; non la ricchezza materiale, ma quella spirituale; non l'odio, ma l'amore, persino in battaglia nel bel mezzo dello scontro con il nemico. 
"Il soldato ha la gloria, il monaco ha il riposo. Essi rinunciarono all'una ed all'altro, s'imposero costante legge di pericoli e d'astinenze" condensa De Castro, in poche righe, l'austerità di vita con la quale si esercitavano a raggiungere tali conquiste, il cui aspetto più rivoluzionario fu proprio quello di essere volte non all'interesse particolare di un sovrano, ma all'interesse generale dell'umanità.
La loro tenacia fu così irrefrenabile che conquistò anche la reverenza da parte dei Mori, tant'è che il loro apparire in battaglia gettava subito scompiglio. Presto conquistarono così tanta influenza da possedere propri riti, proprie leggi, propria giurisdizione, a tal punto che nemmeno il Papa poteva giudicarli o presiedere alle loro riunioni segrete. Ciò fece fioccare le più disparate accuse di eresia, che De Castro analizza minuziosamente per riuscire a rintracciare quanto vi fu di fantasioso e quanto, invece, affondava nelle effettive simbologie sacre assunte dall'Ordine.
La loro forza li fece ascendere tanto velocemente quanto rapida fu la loro caduta.
La caduta dell'Ordine rappresenta la fine di questo mondo disinteressato, in una società cieca e sorda ai valori spirituali, interessata esclusivamente alla ricchezze, e la loro fine non fu solo un evento storico, ma un evento simbolico che segnò una delle prime fasi di passaggio dalla società spirituale a quella economica. Come scrive De Castro:

"L’innalzamento de’ Templari fu straordinario, straordinaria la loro caduta. A questo modo la prosa si vendica della poesia. Società beffarda e codarda non poteva tollerare società generosa, disinteressata, che avea saputo crearsi una potenza colla fede e col valore.

La lettera si ribella allo spirito, che non comprende più, che non ama più. Quando la prosa sconosce le venerande forme poetiche, le vecchie e benemerite istituzioni; quando lo scetticismo si fa strada colla dilapidazione del patrimonio avito, collo spregio delle costumanze meglio autorate, colla demolizione inconsulta, l’umanità novera giorni di lutto" (Giovanni De Castro, I Templari. L'ascesa, il processo, la mistica, a cura di Daniele Palmieri).


I Templari. L'ascesa, il processo, la mistica - Giovanni De Castro, a cura di Daniele Palmieri: https://www.ibs.it/templari-ascesa-processo-mistica-libro-giovanni-de-castro/e/9788892689206?inventoryId=91798285

Daniele Palmieri


domenica 5 novembre 2017

Tu non sei Dio. Inchiesta sulla spiritualità contemporanea di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

La spiritualità contemporanea si potrebbe descrivere come Kant descriveva la metafisica circa tre secoli fa: un caotico terreno di scontro conteso da tutte le affermazioni e il loro contrario. Non che la diversità delle opinioni sia intrinsecamente un fatto negativo; tuttavia, un terreno di scontro diventa caotico e confusionario proprio quando la disparità delle opinioni non deriva da una serie di posizioni teoriche solidamente argomentate, ma da una vociare approssimativo che, come la metafisica del XVIII secolo, testimonia una ripetizione superficiale di concetti fumosi. Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea, scritto a quattro mani da Andrea Colamedici e Maura Gancitano ed edito dalla Tlon Edizioni, è un'inchiesta sul mondo della spiritualità contemporanea, che tenta di riportare ordine in questo territorio caotico attraverso una ricostruzione dei processi storici e filosofici che hanno portato allo sviluppo di una spiritualità superficiale, usa e getta, consumistica, incapace di penetrare in profondità nei  problemi sia filosofici sia personali di cui si occupa.
L'inversione di tendenza della cultura filosofico-spirituale occidentale affonda le proprie radici a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Illuminismo e Romanticismo hanno rivoluzionato la cultura Europea, creando due grandi filoni di pensiero opposti ma, spesso, con molti punti di contatto, volti a rimarcare come principio fondante della discussione filosofica, rispettivamente, la Ragione o il Sentimento. Come ogni corrente di pensiero, anche Illuminismo e Romanticismo produssero i loro "estremismi", il cui destino è strettamente intrecciato. Il primo sfociò nel Positivismo e nello Scientismo, correnti filosofiche e scientifiche che esigevano di ridurre ogni aspetto della realtà alla metodologia scientifica empirica. In reazione a questa eccessiva razionalizzazione del reale, e in concomitanza al sapere Religioso tradizionale incapace di reagire in maniera adeguata per soddisfare le esigenze spirituali degli uomini, ecco che tra XIX e XX secolo nacquero le prime correnti Spiritiste e Occultiste, ad opera di personalità carismatiche come Mesmer, Kardec, Blavatsky (fondatori, rispettivamente, del Mesmerismo, dello Spiritismo, della Società Teosofica).
I nuovi movimenti di questi secoli si contraddistinguono per la grande varietà di insegnamenti, ma sono accomunati dal medesimo spirito di fondo: il rifiuto tanto della tradizione religiosa occidentale quanto della nascente tradizione scientifica, lo sguardo a oriente; la preminenza dell'intuizione e della visione interiore rispetto ai dogmi e alla ragione; la credenza in una realtà spirituale superiore alla realtà materiale. Queste nuove correnti si diffusero in maniera contagiosa tra le masse, soprattutto in quella fascia di popolazione che grazie alle conquiste dell'Illuminismo aveva raggiunto un maggiore grado di istruzione, ma che non possedeva la formazione culturale e filosofica propria delle classi colte dei secoli precedenti.
Le conseguenze di questo movimento di massa furono: la sempre maggiore semplificazione dei sistemi di pensiero volti a un pubblico non-specialistico; la diffusione di sistemi di pensiero dalle scarse fondamenta logico-filosofiche; il proliferare da un lato di adepti contraddistinti da un "nuovo spirito dogmatico", che ripetevano e diffondevano le medesime idee dei maestri senza porsi ulteriori domande, e dell'altro lato di guru improvvisati che per cavalcare l'onda, soprattutto economica, della nuova spiritualità creavano ad hoc correnti di pensiero improvvisate, "rubando" idee e concetti da varie tradizioni, spesso orientali e spesso contrastanti tra loro, creando un "frullato spirituale" incoerente e senza fondamenta, giustificandosi spesso con la scusa del "tanto le tradizioni religiose dicono tutte la stessa cosa ma in modo diverso".
In questo territorio fiorente dal punto di vista economico, ma sterile dal punto di vista della profondità spirituale e filosofica, si insinuò presto lo spirito capitalistico che tra il XIX e il XX aggiunse maggiore superficialità e caoticità, allungando le proprie grinfie sul mondo spirituale riducendolo alle leggi del mercato e contagiandolo con il proprio materialismo sfrenato.
Così, lo spirito capitalistico è riuscito a contaminare anche la ricerca filosofico-spirituale, che da attività interiore nata con il fine di elevare l'uomo al di sopra della realtà contingente, attraverso una lunga ricerca tanto intellettuale quanto fisica, è diventata la ricerca di rimedi usa e getta, che siano subito disponibili e subito utilizzabili, da applicare alla vita di ogni giorno non per vivere consapevolmente, ma per raggiungere una condizione di pseudo-elevazione spirituale volta semplicemente al raggiungimento dei propri obiettivi materiali, come la ricchezza e il benessere, economicamente ed edonisticamente intesi. Come scrivono Andrea Colamedici e Maura Gancitano:"Nell'epoca del disimpegno, l'uomo occidentale è automaticamente portato a risolvere i propri problemi delegando ad altri, allontanando il dolore, smettendo di pensarci. Se esiste un mercato intorno alla spiritualità e alla guarigione dell'anima è perché qualcuno domanda di comprare qualcosa per smettere di soffrire [...] La spiritualità contemporanea mette in vendita risposte a chi ha domande e ha paura di riflettere da solo, ma è disposto ad acquistare soluzioni belle e pronte. Soluzioni allo stato gassoso che non possono soddisfare il palato dell'affamato, ma che lo illudono per un po' e gli danno ristoro" (Tu non sei Dio, Andrea Colamedici/Maura Gancitano, pp. 258-261).
Tutto ciò avviene tramite una semplificazione di saperi millenari, che spesso vengono trattati in maniera così superficiale da travisarne completamente il senso e da inventare tradizioni mai esistite, attraverso un circolo vizioso per il quale un nuovo "prodotto spirituale" confezionato ad hoc viene poi rimbalzato identico in centinaia di testi simili, nati solo per battere cassa, che nulla aggiungono di nuovo ma che anzi contribuiscono a distorcere ancora di più i concetti filosofico-spirituali originari.
Così, attività elevate come la meditazione o la preghiera, nate proprio per far trascendere la coscienza ordinaria dell'uomo al di là della propria individualità e dei propri interessi personali, diventano uno strumento con cui stare bene, diventare ricchi, ottenere ciò che si vuole, come ad esempio nei testi di Neville Goddard e Shawn Regan.
Un altro esempio è quello dei presunti Sette Specchi Esseni di cui parla Gregg Braden, distorcendo il reale significato dei testi Copti e Gnostici scoperti a Nag Hammadi e semplificandoli a suo volere e piacimento per adattarli ai concetti tanto cari alla spiritualità contemporanea. 
Un'operazione che avviene spesso in ogni campo del sapere, come quello dell'alchimia o ancor peggio della fisica quantistica, laddove i termini "trasformazione alchemica" e "quantico" sono utilizzati in ogni sorta di pubblicazione, senza alcuna attinenza né con la profonda e complessa tradizione alchemica, né con il reale e ancor più complesso contenuto della fisica quantistica. 
A conclusione di questo ritratto della spiritualità contemporanea, per nulla confortante, l'analisi di Andrea Colamedici e Maura Gancitano non è soltanto descrittiva e "decostruttiva", ma soprattutto costruttiva. Rilevato il sintomo della malattia e le cause di essa, è possibile comprendere come intervenire per invertire la tendenza.Il rimedio principale è, chiaramente, la cultura; la cultura intesa socraticamente come non-sapere. 
La spiritualità usa e getta contemporanea è infatti contraddistinta dalla falsa ed egoica credenza di possedere tutte le risposte e dall'idea che ogni problema non solo sia risolvibile, ma che si possa risolvere senza impegno esclusivamente con il pensiero positivo. 
Al contrario, la reale ricerca filosofica e spirituale è mossa dalla consapevolezza che la realtà è problematica, che nessuna risposta è pronta ma che ogni domanda richieda anni di impegno, fatica e sudore, sia fisico sia intellettuale, per essere risolto; che tutte le proprie certezze possano crollare da un momento all'altro e che, anzi, debbano proprio essere distrutte per passare a un livello superiore di conoscenza.Come scrivono i due autori a conclusione del testo:"La spiritualità funziona esattamente come un koan, un'affermazione paradossale, oscura e assurda che stimola costantemente a uscir fuori dal conosciuto e ad esplorare l'ignoto. [...] Ci piace pensare che la spiritualità sia un insieme di sfide che qualcosa ha posto di fronte a qualcuno per offrirgli la possibilità di vivere e ridere gioiosamente dei propri desideri e della propria condizione" (op. cit., pp. 263).

Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea, Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Tlon Edizioni

Per ulteriori informazioni sulla Tlon Edizioni: http://tlon.it/la-casa-editrice/


Daniele Palmieri

venerdì 20 ottobre 2017

Catone: La saggezza romana del vivere

Contadino, politico, soldato, letterato; non è semplice definire Catone sotto l'ala di un'unica categoria.
Di origini rustiche, figlio a sua volta di contadini, Catone amava definirsi un "homo novus", ossia un uomo che dal nulla aveva costruito la sua fortuna esclusivamente con il lavoro e con la virtù.
Conosciuto ai più o come strenuo oppositore di Cartagine o come tra i fondatori della letteratura latina, Catone fu una figura poliedrica, non esente da limiti, difetti e contraddizioni, ma nei confronti del quale è difficile non provare una forma di rispetto reverenziale.
Ne rimasero ammaliati pensatori come Cicerone, Livio, Seneca, Plutarco, che ne elevarono l'incorruttibile morale a modello ideale. La sua stessa progenie vantò nobili discendenti, tra i quali Catone detto l'Uticense, filosofo stoico e martire per la libertà nel tentativo di fermare l'ascesa di Cesare.
Catone è dunque una figura dai mille volti e non vi è nulla di meglio dei suoi scritti per ricostruire le diverse sfaccettature proprie di questa variegata personalità.
La saggezza romana del vivere raccoglie i suoi aforismi, le sue sentenze e i suoi detti memorabili più incisivi, tramandati sia dall'unica opera intera a noi pervenutaci, il De Agricoultura, e dai frammenti, diretti o indiretti, tramandati dagli autori antichi. Il testo contiene inoltre la prima traduzione italiana dei Monosticha Catonis, delle "regole auree" del buon vivere tramandate sotto il nome di Catone, che ebbero grande diffusione nel medioevo latino, proprio per il loro capacità di delineare una morale semplice, pratica e allo stesso tempo incisiva.
Ma perché si dovrebbe recuperare il pensiero di questo uomo pratico, per nulla incline alla speculazione filosofica? 
Anzitutto, vi è un motivo se gli scritti e il pensiero di Catone ebbero così tanto successo nell'occidente antico e medievale. Questo perché, per quanto accennato in precedenza, pur non contenendo raffinate speculazioni filosofiche, testimoniano tuttavia una saggezza pratica del vivere, tratta dall'esperienza quotidiana, che ben si adatta alle esigenze etiche della vita di ogni giorno.
Catone è una delle più alte testimonianze della Sapienza romana, volta all'azione piuttosto che alla contemplazione, ma non per questo meno profonda poiché l'azione stessa diviene una via per vivere e assaporare una forma di conoscenza divina, raggiungibile soltanto tramite il lavoro e il sudore della fronte.
L'etica e la sapienza di Catone potrebbero essere riassunte, infatti, come l'etica e la sapienza del lavoro. Le sue sentenze lapidarie si scagliano spesso contro l'ozio e l'inattività, terreno fertile del vizio; scrive, ad esempio: "Le prosperità sogliono generare negligenza, per impedire la quale, per quanto mi riguarda, non ho mai risparmiato lavoro" (Catone, La saggezza romana del vivere. Aforismi, sentenze e detti memorabili, pp. 36).
Soltanto il lavoro permette all'uomo di elevarsi, di guadagnarsi il proprio posto nella vita terrena, giacché "Se rimani a far nulla, non vali nulla"; e sempre il lavoro permette di far germogliare il seme della virtù, laddove il termine "virtù" non è da intendersi meramente in senso moraleggiante, bensì come come una perfezione dell'animo sine qua non affinché si possa compiere grandi imprese.
Scrive Catone a tal proposito: "Pensate dentro di voi che, ove abbiate faticato per qualche nobile impresa, quella fatica partirà presto da voi, mentre la bella impresa non vi abbandonerà mai durante il corso della vostra vita; ove, invece, abbiate malamente operato per assecondare il piacere, questo si dileguerà presto e con voi rimarrà sempre quella disonorevole azione" (Catone, La saggezza romana del vivere, pp. 36).
Lavoro, virtù e, di conseguenza, etica sono i tre pilastri sui quali si fonda la società umana, che senza tale reciproca collaborazione, fortificata poi dalle leggi, cadrebbe al collasso. Società che si fonda dunque su un equilibrio reciproco, che soltanto un governo democratico può favorire. I pari che lavorano da pari e prendono decisioni politiche da pari sono il nerbo di una società ideale, nella quale tutti i poteri sono bilanciati e non sono monopolizzati dalla bramosia di un solo re che, sempre per quanto insegna Catone: "è una creatura vorace".
Per concludere, dunque, il grande messaggio di Catone è un richiamo all'equilibrio, quanto dell'uomo con se stesso, quanto dell'uomo con il mondo, quanto dell'uomo con i propri simili, poiché soltanto tale equilibrio permette di vivere autenticamente, senza mai eccedere né nel poco né nel troppo. Concludendo con le sue parole: "La vita dell'uomo è come il ferro: se uno lo usa troppo, si logora; se uno non lo usa, esso viene logorato dalla ruggine. Similmente vediamo che gli uomini per troppo affaticamento si indeboliscono; se poi sono inoperosi, l'inerzia e il torpore recano loro maggior danno della fatica" (Catone, La saggezza romana del vivere. Aforismi, sentenze e detti memorabili, pp. 41).


Daniele Palmieri


domenica 15 ottobre 2017

Intervista a Emanuele Franz, filosofo friulano

Qualche giorno fa, ho brevemente introdotto sul blog la figura di Emanuele Franz, filosofo ed editore friulano, fondatore della Audax Edizioni, con la recensione di una delle sue opere: Le basi esoteriche della geometria frattale. Per una metafisica dell'albero.
Nato a Gemona del Friuli nel 1981, Emanuele Franz, come già ho avuto modo di anticipare, è un pensatore poliedrico in grado di spaziare in ogni campo del pensiero e di forma letteraria. Ed è con grande piacere, dunque, pubblico un'intervista da lui gentilmente rilasciatami.

Daniele Palmieri.: Come è avvenuto il tuo primo incontro con la filosofia?

Emanuele Franz: Quando ero bambino ricordo un episodio che ha deciso le sorti della mia esistenza. Ero in gruppo di altri bambini nel giardino di una grande residenza, di un castello. Io mi sono allontanato dal gruppo per andare a cercare qualcosa nella penombra dei sotterranei infiniti e labirintici di questo castello. Sentivo da fuori le voci preoccupate di chi mi cercava, mi chiamavano. Avevo paura, vedevo uno scosceso labirinto di crocicchi, di stanze, di ripostigli e corridoi dipanarsi davanti ai mio occhi di infante. Dall’altra, dietro di me, la sicurezza degli amici, della famiglia, che mi chiamavano a sé. Se non fossi rientrato mi avrebbero sgridato, avrei pagato lo scotto della mia avventura con la disapprovazione di chi mi voleva bene, ma dall’altra, un buio infinito mi chiamava, ero solo, ero terrorizzato, ma una Forza più grande di me mi chiamava. Io Volevo sapere, volevo sapere cosa c’era in fondo a quei cunicoli, a quei corridoi nascosti. A qualsiasi costo. In quel momento ho rinunciato a qualsiasi sicurezza, a qualsiasi interesse personale, per sapere cosa c’è al di là dell’ombra. Da quella scelta, non sono mai più tornato indietro.

D.P.: Cos’è per te la filosofia e quale dovrebbe essere il suo scopo?

E.F.: La filosofia per me è uno stato di decadenza, di imperfezione, la filosofia non è il mio scopo. La filosofia è appunto questo tunnel oscuro oltre al quale occorre procedere. Il filosofo è uno che brancola nel buio, a tentoni, ma almeno questo suo brancolare è un atto di coraggio, egli vede uno spiraglio là in fondo, è consapevole di essere cieco. Lo scopo è arrivare alla consapevolezza che la luce non è in fondo a questo tunnel, ma tu stesso, da te medesimo, sei la luce che può illuminarti. Ma per farlo, occorre superare la filosofia stessa.

D.P.: Nelle tue opere principali, Le basi esoteriche della prospettiva, Le basi esoteriche della geometria frattale e Le basi esoteriche della microbiologia vi è un filo rosso che lega ogni testo: l’esoterismo. Come è avvenuto l’incontro con il vasto e profondo mondo dell’esoterismo?

E.F.: L’esoterismo, ovvero ciò che è interno, nascosto, è stato per me una necessità. Le chiare forme che di tutti hanno il plauso e l’approvazione sono l’involucro esterno di un interno che può essere molto difforme dalla superficie. Un tempo Zeus divise un bue a metà e chiese a Prometeo di scegliere quale metà fosse destinata all’uomo e quale agli Dei. Così, astutamente, Prometeo prese le ossa e le parti scarte e le rivestì di tenere e morbide succulente carni. Poi prese le carni migliori e le avvolse di parti infrollite e dure. Chiese allora a Zeus stesso di scegliere e Zeus, tratto in inganno dalla parte esterna migliore, venne ingannato. Così, in metafora, ciò che appare comodo, agevole, nobile e bello, può anche rivelare il marcio. E viceversa, la parte più dura, aspra, può portare alla parte più autentica e vera. Il ciò è una allegoria della stessa conoscenza. La vera conoscenza è nell’ombra, lastricata di rinuncia e lacrime.

D.P.: In particolare, ne Le basi esoteriche della geometria frattale scrivi: L’ermetismo non deve essere l’oggetto dell’indagine ma il metodo d’indagine. Questo concetto mi ha molto colpito; qual è il metodo d’indagine dell’ermetismo e quale la sua importanza?

E.F.: Quello detto sopra. Il cercare ermetico, e in generale la filosofia stessa, è un cercare nell’ombra e l’ombra non può essere assolutamente l’oggetto dell’indagine, poiché nell’ombra si è ciechi, ed è assolutamente un ossimoro, a mio parere, fare dell’ombra un oggetto ma è altresì evidente che l’ombra deve essere radicalmente il metodo. Un viaggiare in periferia, ai margini, a tentoni, uno smarrirsi  volontario, un naufragare, un perdersi, un volersi lasciare andare, un voler morire, proprio per affondare oltre all’ombra.

D.P.: Quali sono i filosofi e gli esoteristi che più ti hanno ispirato?

E.F.: Nietzsche, dopo il quale, per me, non c’è più filosofia. La grecità in genere, dopo la quale, lo Spirito degli Dei, non si è più manifestato in modo così  vivo in nessuna civiltà. Gli esoteristi mi hanno influenzato molto poco: pur avendone studiati moltissimi, ne ho diffidato di tutti. Non sono esempi per me, prendo più esempio dall’ignorante di tale materie, ma capace di scelte nobili, di atti di lealtà, di sprezzo dell’interesse personale per un ideale, e questo, tante volte, più che nei dottori, nei filosofi, nei santoni ed esoteristi, si ritrova in uomini straordinari che vivono nell’ombra.

D.P.: Dopo la tua attività da scrittore, passiamo a quella da editore. Come, quando e perché è nata l’idea di fondare l’Audax Edizioni?

E.F.: Nel settembre del 2007 mi sono rotto il crociato anteriore del ginocchio. Dovevo stare mesi a riposo e in stampelle. Dopo settimane di amarezza, depressione, e tristezza per non poter appagare una delle mie grandi passioni, l’escursionismo in montagna, presi una decisione folle: scalare una montagna in stampelle. Mi allenai per dieci giorni, modificai opportunamente le stampelle, mi convinsi che pur con una gamba sola potevo arrivare a un risultato così impensabile. Vi provai, a prezzo di grandi rischi  e di una tendinite, e vi riuscii. Sulla stampella scrissi sopra la parola “Audax”, quel giorno concepii la mia casa editrice, che tutt’ora si chiama Audax.

D.P.: Il catalogo dell’Audax edizioni si contraddistingue, nomen omen, per l’audacia delle pubblicazioni proposte, decisamente in controtendenza rispetto ai titoli “richiesti” dal mondo editoriale contemporaneo. Come nasce la scelta dei titoli da pubblicare e quali testi consiglieresti a chi, per primo, si approccia al catalogo della tua casa editrice?

E.F.: Oltre al già lavoro di artigianato ( antimoderno e antieconomico) del rilegare i libri a mano c'è anche la mia scelta dei temi completamente fuori dai tempi. Le scelte dei temi avvengono sul filo conduttore di proporre una alternativa al materialismo consumistico dominante, e, in generale, ai temi dominanti scientisti. In altre parole cerco di oppormi e di creare una resistenza all’imperialismo culturale dominante. Al filosofo e cultore dell’ermetismo, indubbiamente, consiglierei le basi esoteriche della microbiologia, summa di ben oltre otto anni di lavoro. Al meno esperto, il Monte Nous, un racconto allegorico di un monte fantastico irraggiungibile, metafora della stessa conoscenza, un dialogo di due amici che si propongono l’inaudito, quanto onirico, obiettivo di raggiungere la vetta di questo monte mia raggiunto da nessuno, il Nous appunto.

D.P.: Passando ai progetti futuri e parlando sempre delle tue opere e dell’Audax Edizioni, sta per uscire una tua nuova opera filosofica, La storia come organismo vivente. Qualche anticipazione sull’argomento principale del libro?


E.F.: Sulla scia delle mie opere, vittime di un quanto eccentrico senso della provocazione, questa volta, ancora una volta, rovescio i termini del discorso. Il tempo, questo sconosciuto, abituati a vederlo e figurarlo come qualcosa di astratto e fluente, forse evanescente, per dirla con Agostino, da me viene visto come un corpo. Un organismo, con un peso, con degli organi. Amo rovesciare le prospettive: se c’è una verità nell’universo questa non può essere altrove che nel paradosso. Così nel tempo io vedo un corpo, nella storia un organismo. I Greci? Il sistema nervoso. I Romani? Le arterie. Il Rinascimento? Il cuore. L’illuminismo? I polmoni. E prevedo ancora due epoche a venire. In modo che la storia, come organismo vivente, trovi la sua piena maturazione.

Per approfondire le opere, il pensiero e l'attività editoriale di Emanuele Franz, è possibile consultare il sito della Audax Edizioni:

Daniele Palmieri