martedì 20 febbraio 2018

René Guenon: consuetudine e Tradizione

Cosa contraddistingue la consuetudine dalla tradizione? Qual è la sua importanza per l'uomo e, soprattutto, quali sono i pericoli insiti nella consuetudine? In La consuetudine contro la Tradizione, breve articolo contenuto in Iniziazione e realizzazione spirituale, René Guenon affronta tali quesiti e delinea in maniera netta la grande differenza tra consuetudine e tradizione.
Apparentemente, il confine tra le due dimensioni è labile. In fin dei conti, sia la Tradizione sia la consuetudine rappresentano riti, insegnamenti, conoscenze tramandati. Tuttavia, non vi è nulla di più sbagliato nel ritenere consuetudine e tradizione come sinonimi.
"Tutto ciò che è d'ordine tradizionale implica essenzialmente un elemento sovrumano"; ciò che il rito tradizionale risveglia sono forze divine, che l'uomo tenta di catalizzare per elevarsi dalla propria condizione terrena, trascendere il mondo della materialità e dar fuoco alla scintilla divina che alberga dentro di lui, attingendo alle forze spirituali del mondo sovrasensibile che si nasconde al di là della realtà terrena. Al contrario "la consuetudine è cosa puramente umana, o per degenerazione o proprio come origine"; la consuetudine è un insieme di azioni e conoscenze svolte o ripetute in maniera meccanicistica e automatica, è l'esatto contrario del rito. Nel rito si penetra nel mistero, si vive la conoscenza e si diviene un tutt'uno con la Sapienza, mediante una riflessione consapevole e vissuta delle azioni e delle conoscenze tramandate; nella consuetudine non vi è nulla di tutto ciò, ma si agisce e si pensa esclusivamente per imitazione e riflesso. Per questo la consuetudine non è in grado di risvegliare le medesime forze spirituali che il rito tradizionale canalizza, colmando l'uomo di un'energia sovrumana, ed elevando la sua coscienza.
Alla consuetudine si può giungere in due modi. Da un lato, quando i medesimi riti tradizionali vengono desacralizzati e tramandati senza la piena consapevolezza del loro intimo significato. E' quello che succede, spesso, nelle religioni quando si crea lo iato tra rito exoterico, rivolto al popolo, e pensiero esoterico, riservato soltanto a pochi eletti che sono in grado di penetrare con maggiore profondità della conoscenza tramandata, mentre i primi si limitano alla ripetizione superficiale ed esteriore della sapienza religiosa.
Il secondo modo è invece strettamente connesso alla società materialistica in cui siamo immersi. Si tratta di consuetudini svuotate da qualsiasi significato, sia esso filosofico o spirituale (come potrebbe essere la partita domenicale, o la fila per il nuovo modello di iPhone) che ingabbiano le forze vitali dell'uomo volgendole al mondo prettamente materiale.
Come scrive Guenon:
"Le consuetudini di cui abbiamo parlato testé [il rito exoterico] portano ancora, malgrado tutto, l'impronta di qualcosa che agli inizi ebbe un carattere tradizionale [...] si cercherà dunque, in uno stadio ulteriore, di sostituirle per quanto possibile con altre consuetudini, queste ultime completamente inventate, che verranno accettate facilmente proprio perché gli uomini sono già abituati a fare cose prive di senso [...]. Vi sono alcune cose che, pur sembrando inoffensive, sono in realtà ben lungi dall'esserlo veramente; intendiamo riferirci a quelle consuetudini che influenzano, più che la vita della collettività, la vita di ogni singolo individuo; la loro funzione è pur sempre quella di soffocare ogni attività rituale o tradizionale sostituendovi la preoccupazione, e non sarebbe esagerato dire l'ossessione, d'una quantità di cose perfettamente insignificanti, se non addirittura assurde, la cui stessa pochezza contribuisce validamente alla rovina di ogni intellettualità" (Guenon, La consuetudine contro la tradizione, in Iniziazione e realizzazione spirituale)


 
In passato, ciò avvenne, ad esempio, durante la rivoluzione francese, quando Robenspierre sostituì ai riti tradizionali il culto della Ragione e della Democrazia, la brutta copia di una religione che nasceva già macchiata di sangue. Ciò avviene in maniera ancor più "profana" e priva di senso anche nella nostra epoca.
Oltre ai casi citati in precedenza si pensi, ad esempio, ai nuovi riti creati dal mondo dei media, che influenzano i gusti e l'opinione pubblica, come i talent show, ma anche forme superficiali di spiritualità (che Gancitano e Colamedici trattano in Tu non sei Dio) che per colmare il vuoto interiore offrono riti, pensieri e pratiche "a pacchetto", da comprare e di cui usufruire come se fossero dei semplici prodotti di mercato.
In entrambi i casi citati, la consuetudine ingabbia l'uomo e incatena le sue facoltà mentali ponendolo di fronte a una visione limitata delle cose e sottraendogli in senso di mistero, fonte di ogni ricerca e di ogni profondità. Nel caso del rito svuotato, infatti, l'uomo si accontenta di ripetere automaticamente i gesti e gli insegnamenti tramandati dalla propria religione, senza comprenderne la reale essenza; ancor peggio, nel caso del rito profano, l'uomo si crogiola in "nuovi riti" che non hanno nemmeno la pretesa di tramandare alcun insegnamento, ma che sono il riflesso di una società interessata esclusivamente al benessere materiale, alla ricerca di una felicità immediata da raggiungere senza sforzo e senza pensare.
Filo conduttore della consuetudine è dunque, secondo Guenon, la stupidità umana:
 

"Si può dire che il rispetto della consuetudine come tale, non è in fondo nient'altro che il rispetto della stupidità umana, perché è questa, in casi del genere, ad esprimersi naturalmente nell'opinione; d'altronde fare come tutti secondo l'espressione corrente a questo proposito e che per certuni pare avere il valore di ragion sufficiente di tutte le loro azioni, significa necessariamente assimilarsi alla massa e cercare di non distinguersene in alcun modo; è certamente difficile immaginare qualcosa di più basso e anche di più contrario all'attitudine tradizionale: questa implica infatti che ciascuno debba fare costantemente ogni sforzo per elevarsi nella misura delle proprie possibilità, e non ridursi a quel tipo di nullità intellettuale che traduce una vita interamente assorbita dall'osservanza delle consuetudini più insulse e dal timore puerile d'essere sfavorevolmente giudicato dai primi venuti, cioè in definitiva dagli stupidi e dagli ignoranti" (René Guenon, La consuetudine contro la Tradizione, in Iniziazione e realizzazione spirituale)

 
L'unica via d'uscita è il ritorno allo spirito dell'autentica tradizione, che non è la ripetizione acritica degli insegnamenti religiosi tramandati, ma la comprensione profonda e vissuta della Sapienza religiosa, con lo studio approfondito dei testi sacri di ogni confessione, per cogliere il filo d'oro che lega i diversi insegnamenti, accompagnato da una ritualizzazione dei propri ritmi di vita, in modo che ogni nostro gesto, fattosi sacro, sia espressione della tensione metafisica che coviamo dentro di noi e che deve essere risvegliata e coltivata, sia con il pensiero sia con l'azione, se vogliamo giungere a una profonda consapevolezza di noi stessi e della realtà.

René Guenon, La consuetudine contro la tradizione, in Iniziazione e realizzazione spirituale

Daniele Palmieri
 

venerdì 16 febbraio 2018

Emil Cioran: La caduta nel tempo

Dopo aver delineato una panoramica generale della filosofia di Cioran in Emil Cioran: il misticismo dell'Amore e del Nulla, vorrei focalizzarmi su un aspetto particolare del suo pensiero che attraversa, come un'ossessione, tutte le sue  opere: il problema del Tempo.
Benché gran parte degli scritti di Cioran siano raccolte di pensieri, meditazioni e aforismi di varia natura, in essi vi è sempre una tematica particolare (ad esempio, la santità in Lacrime e Santi, o Dio in Il funesto Demiurgo), e l'opera che maggiormente riflette l'angoscia metafisica nei confronti del Tempo del filosofo rumeno è La caduta nel tempo.
In altri scritti, come Al culmine della disperazione e L'inconveniente di essere nati, il Tempo ricorre come una delle angosce più profonde di Cioran. Non si tratta soltanto della paura e della malinconia derivante dalla fugacità dell'attimo vissuto, e dalla ricerca interminabile dell'infinito. Il tempo viene percepito da Cioran come un logorante agente corrosivo che alberga nel nostro animo, che lentamente ci mangia, come Cronos divora i suoi figli, e che contribuisce alla nostra inesorabile decomposizione, vanificando ogni azione, conquista, volontà. Più si medita sul Tempo e sul suo inesorabile trascorrere, più ci si sente ingabbiati, inermi, impotenti e ciò causa un senso di Noia, una nolontà, ossia una volontà al negativo, la liquefazione di qualsiasi azione e obiettivo.
Ma da dove nasce questa angoscia metafisica e, soprattutto, perché l'uomo è stato condannato a viverla? Questo è il quesito principale de La caduta nel tempo, e attorno a esso ruotano le riflessioni di tale libro.
Come suggerisce il titolo, l'uomo non è nato nel Tempo, ma vi è caduto. La specie umana vi è precipitata, come in un burrone, nell'attimo del peccato originale, che lo ha fatto cadere dall'eternità. Il mito di Adamo ed Eva e della cacciata dal paradiso viene assurto da Cioran come una grande metafora del momento in cui nell'uomo è scattata la scintilla della coscienza la quale, lungi dall'essere un dono, è una condanna. Con essa infatti nascono tutti quegli interrogativi che, parafrasando Kant, è costretta a porsi con la consapevolezza di non potervi trovare risposta. L'uomo si appropria qui di un'anima e, come insegnava Plotino, il Tempo è un moto dell'anima; di conseguenza, è con la fiaccola della coscienza che l'uomo proietta l'ombra del Tempo, che lo segue e lo tormenta ovunque egli vada. 
La conoscenza del bene e del male ha posto l'uomo in un atroce limbo: egli non possiede più la leggera inconsapevolezza degli angeli, né l'ingenua incoscienza degli animali, ma tormentato da dubbi, scelte da compiere, interrogativi e dilaniato tra il bene e il male, non sa più cosa fare della propria esistenza. O, meglio, non ha nulla da fare della sua vita proprio perché la sua vita non è più volta ad alcun piano predefinito.
Come scrive Cioran:
 
"Noi percepiamo anzitutto l'anomalia del fatto bruto di esistere e soltanto in seguito quella della nostra situazione specifica: lo stupore di essere precedere lo stupore di essere uomo. Eppure il carattere insolito del nostro stato dovrebbe costituire il dato primordiale delle nostre perplessità: è meno naturale essere uomo che essere e basta. Questo noi lo sentiamo d'istinto; e da questo deriva la voluttà che proviamo tutte le volte che ci distogliamo da noi stessi" (Cioran, La caduta nel tempo, pp. 5).

 
La conoscenza del bene e del male l'ha trascinato nel mondo della possibilità, facendolo cadere nel Tempo, poiché ogni scelta da compiere presuppone un prima e un dopo, ma con la consapevolezza che l'estremo termine del "dopo" è la Morte, che riconduce qualsiasi scelta al Nulla, ed anche il "prima" contribuisce all'angoscia esistenziale, poiché il vissuto storico si somma nella nostra coscienza, accumulando vissuto e ricordi che verranno trascinati con noi quando giungeremo al capolinea.
Tuttavia, in linea con una concezione decadente dei cicli cosmici, l'uomo con la caduta nel tempo non ha ancora toccato il fondo del barile, il culmine della disperazione; vi è una caduta ancora più pericolosa e angosciante, che Cioran intuisce come un terrore personale ma che, similmente all'inquietudine di un profeta, la dipinge con i tratti di una realtà futura che presto terrorizzerà anche gli altri uomini. Dopo essere caduto nel Tempo, l'uomo è destinato a precipitare anche dal Tempo.
Scrive il filosofo rumeno:
 
"Gli altri cadono nel tempo: io invece sono caduto dal tempo. All'eternità che si ergeva al di sopra di esso succede quell'altra quest'altra che si pone al di sotto, zona sterile dove non si prova più che un solo desiderio: reintegrare il tempo, innalzarsi ad esso a ogni costo, appropriarsene una particella per insediarvisi, per darsi l'illusione di una dimora propria. Ma il tempo è chiuso, ma il tempo è fuori portata: e proprio dell'impossibilità di penetrarvi è fatta questa eternità negativa, questa cattiva eternità" (Cioran, La caduta nel tempo, pp. 118)

 
La prima caduta è avvenuta da un luogo così elevato che ancora portiamo con noi l'impeto della discesa, e dopo aver attraversato il Tempo siamo destinati a scendere in livelli ancor più profondi e distanti dall'eternità, laddove si vive una sorta di eternità negativa, il luogo infernale dove l'eterno non è paradisiaco e rassicurante, e nemmeno terribile o angosciante, ma insapore, insignificante, l'eterna noia del non essere.
Scrive ancora Cioran:
 
"Non è affatto improbabile che una crisi individuale diventi un giorno la crisi di tutti e acquisti così un significato non più psicologico, ma storico. [...] Dopo aver sciupato l'eternità vera l'uomo è caduto nel tempo, dove è riuscito, se non a prosperare, per lo meno a vivere: la cosa certa è che vi si è adattato. Il processo di questa caduta e di questo adattamento si chiama Storia. Ma ecco che lo minaccia un'altra caduta, di cui è ancora difficile valutare l'entità. Questa volta non si tratterà più per lui di cadere dall'eternità, ma dalla storia; significa, una volta sospeso il divenire, arenarsi nell'inerzia e nel languore, nell'assoluto della stagnazione, dove il verbo stesso si arena, non potendo sollevarsi fino alla bestemmia o all'implorazione. [...] Quando toccherà in sorte all'uomo, egli cesserà di essere un animale storico. Allora, avendo perduto finanche il ricordo della vera eternità, della sua prima felicità, egli volgerà lo sguardo altrove, verso l'universo temporale, verso quel secondo paradiso da cui sarà stato bandito" (Cioran, La Caduta nel tempo, pp. 123)

 
In questo non-luogo, in questa eternità negativa in cui l'uomo è destinato a sprofondare, si viene confinati in una dimensione in cui:
 
"L'insensibilità al proprio destino appartiene a colui che è decaduto nel tempo e che, via via che questa decadenza si accentua, diviene incapace di manifestarsi o di volere anche solo lasciare una traccia [...] nella noia, nostalgia inappagata del tempo, impossibilità di riafferrarlo e di inserirvisi, frustazione di vederlo scorrere lassù, al di sopra delle nostre miserie. Aver perduto insieme l'eternità e il tempo! La noia è la rimuginazione di questa duplice perdita. Vale a dire lo stato normale, il modo di sentire ufficiale di un'umanità finalmente espulsa dalla storia" (Cioran, La caduta nel tempo, pp. 124)
Come uscire da questa condizione? Nell'articolo precedente, si era parlato di una mistica dell'Amore e del Nulla, unico barlume di speranza in grado di rischiarare la vita dell'uomo, se non in senso definitivo, perlomeno concedendogli degli sprazzi di lucidità sovratemporale, sovraspaziale e sovraindividuale.
Similmente a tale concezione, anche ne La caduta del tempo si delinea una mistica della rinuncia, che tuttavia può solo rallentare il destino inesorabile. La caduta non può essere evitata, può solo essere osservata con rassegnazione. 
Si potrebbe pensare a una forma di superomismo ma, al contrario, il superuomo di Nietzsche non può che accelerare la discesa nel suo eccesso di volontà; è la volontà, infatti, ad aver causato la caduta e ad appesantire l'uomo nella sua discesa. Anche la rinunciare completamente alla volontà, una volta caduti nel tempo, regno della Volontà, pone l'uomo nella medesima condizione del superomismo ed è dunque nel fragile equilibrio tra eccesso e rinuncia che l'uomo deve attraversare la dimensione del Tempo, con la consapevolezza che, se ora agogna l'eternità del paradiso perduto, presto sarà destinato a invidiare anche il semplice scorrere delle ore e del giorni, in una perpetua tenebra di né eterna né finita.
 

 
Emil Cioran, La caduta nel tempo, CDE edizioni
 
Daniele Palmieri

domenica 11 febbraio 2018

Emil Cioran: la tensione mistica dell'Amore e del Nulla

Vi è una tendenza del pensiero a ricondurre tutto all'unità e alla semplicità. Cartesio, grande ispiratore della filosofia moderna, definiva come tratti distintivi delle proposizioni vere il loro essere "chiare e distinte", come se soltanto la luce, la semplicità, la tautologia fossero i tratti distintivi della realtà.
Tuttavia, la realtà spesso sfugge ai sistemi logici e filosofici. Vi sono peculiarità tanto del mondo esteriore quanto del mondo interiore che non possono essere né spiegate né inglobate dalla logica, e che le luci della ragione non potranno mai rischiarare. Per indagare questi aspetti oscuri dell'esistenza, che la rendono complessa, quanto dolorosa e spesso difficili, l'unica soluzione è immergersi a occhi chiusi nell'oscurità stessa, per tentare di carpirne il segreto.
Emil Cioran, filosofo rumeno del 1900, è tra i più grandi fautori di questa filosofia delle tenebre e dell'assurdo.
Cioran è un pensatore della complessità; la sua riflessione è fatta di sfumature di grigio, non è mai bianca o nera, e ciò lo rende estremamente complesso ed estremamente affascinante. Il suo pensiero conduce il lettore in un labirinto chiaroscuro, un insieme di cunicoli sotterranei illuminati dalla fioca luce delle lanterne che gettano ombre sulle pareti. Leggere le sue pagine significa confrontarsi con idee e pensieri torbidi, in grado di farti simpatizzare con la corruzione, la prostituzione, la morte, la decomposizione, il pessimismo e una visione cupa della vita che, paradossalmente, sono però in grado di liberarti ed elevarti. Vi è in Cioran, infatti, una tensione energica seppur cupa e pessimistica, verso una sorta di misticismo del Nulla; una santità senza Dio, una liberazione senza paradiso, una felicità senza gioia, un senso nell'insensatezza, il tutto raggiunto attraverso pensieri e speculazioni a-sistematici, sempre slegati gli uni dagli altri ma legati soltanto dal medesimo sentimento di fondo.
In Cioran, il pensiero filosofico non è una speculazione astratta, né il tentativo di comprendere il mondo con i dettami della logica. Esso nasce da un sentimento viscerale, è un tutt'uno con il corpo, con le sue malattie, i suoi dolori, le sue emozioni, la sua sofferenza. Senza un corpo, non sarebbe possibile pensare. Non soltanto perché per avere una mente è necessario avere un corpo, ma soprattutto perché è dal malessere, dalla sensazione incarnata della "malattia di vivere" che nasce il pensiero. Un uomo che non ha mai sofferto o che non ha mai gioito sarebbe incapace di produrre pensieri degni di essere letti.
Come scrive in Sommario di decomposizione:


"Un'indigestione non è forse più ricca di idee di quanto non lo sia una sfilza di concetti? Le disfunzioni degli organi determinano la fecondità dello spirito. Colui che non sente il proprio corpo non sarà mai in grado di concepire un pensiero vivo" (pp. 126).


Per questo Cioran predilige l'aforisma e la meditazione soggettiva, piuttosto che il trattato filosofico. Le meditazioni e gli aforismi, per la loro stessa natura disconnessa, sono in grado di cogliere ogni sfaccettatura del reale, anche le prospettive contraddittorie che invece ogni sistema filosofico astratto e logico cerca di eliminare. L'aforisma rappresenta alla perfezione il pensiero vivo e vissuto di cui Cioran è alla ricerca; esso nasce sempre dall'emozione del momento, sulla scia di una gioia o un malessere, non può mai essere pensato in astratto e "a tavolino".
Scrive in Al culmine della disperazione:
 

"All'uomo astratto, che pensa per il piacere di pensare, si contrappone l'uomo organico, che pensa sotto l'effetto di uno squilibrio vitale, e che è al di là della scienza e dell'arte. Amo il pensiero che conserva un profumo di sangue e carne, e a una vuota astrazione preferisco mille volte una riflessione sorta da un'esaltazione dei sensi o da una depressione nervosa. [...] Perché non vogliamo accettare il valore delle verità vive, che si generano in noi e rivelano realtà e valori che fanno parte di noi?".

 
Da tale prospettiva, il pensiero autentico non può che essere occasionale. Cioran stesso si definisce un "pensatore d'occasione", proprio perché non fu mai lui a cercare le idee, ma si limitò ad attenderle e a trascriverle sulla scia di insonnie e dolori:


"Vivo nell'attesa dell'Idea; la sento, la intuisco, la colgo - e non posso formularla. [...] Antifilosofo quale sono, aborro qualsiasi idea indifferente: non sono sempre triste, dunque non penso sempre. Quando guardo le idee, mi sembrano ancora più inutili delle cose; perciò ho amato soltanto le elucubrazioni dei grandi malati, le rimuginazioni dell'insonnia, i lampi di terrore incurabile e i dubbi attraversati dai sospiri. La quantità di chiaroscuro contenuto in un'idea è l'unico indice della sua profondità, così come l'accento disperato della sua gaiezza è l'indice della fascinazione. Quanti notti bianche nasconde il suo passato notturno? Questo dovremmo chiedere a ogni pensatore. Colui che pensa quando vuole non ha niente da dirci [...]. Diverso è il caso di uno spirito per il quale il vero e il falso abbiano smesso di essere superstizioni: la gloria di un malessere o di un delirio gli basta" (Sommario di decomposizione, pp. 125-126).


Secondariamente, l'aforisma e il pensiero a-sistematico permettono di evitare la trappola del fanatismo e del "profetismo", in cui cadono molti filosofi o religiosi che credono di aver trovato la verità, e che si tronfiano di certezze che invece non possiedono, illudendo così loro stessi, gli altri e divenendo un pericolo per il mondo. Ogni presunta verità tende infatti a diventare totalitaria e violenta.
Come scrive nell'incipit di Sommario di decomposizione:


"In se stessa ogni idea è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l'uomo la anima, vi proietta i propri ardori e le proprie follie; impura, trasforma una convinzione, essa si inserisce nel tempo, assume forma di evento: il passaggio dalla logica all'epilessia è compiuto... Nascono così le ideologie, le dottrine e le farse cruente. Idolatri per istinto, noi convertiamo in Incondizionato gli oggetti dei nostri sogni e dei nostri interessi. [...] Mi basta di sentire qualcuno parlare sinceramente di ideale, di avvenire, di filosofia, sentirlo dire "noi" con tono risoluto, invocare gli altri e ritenersene l'interprete perché io lo consideri un nemico. Scorgo in lui un tiranno mancato" (pp. 13-16).


Il mondo stesso può essere descritto soltanto per contraddizioni, senza la pretesa di giungere a una conclusione definitiva, poiché la sua natura più intima è l'Assurdo. Viviamo in "un mondo in cui mai niente è risolto", citando il titolo introduttivo a una delle meditazioni di Al culmine della disperazione, non solo perché l'uomo, in quanto essere finito e imperfetto, non potrà mai giungere a una risoluzione, ma proprio perché nell'esistenza non vi è alcuna soluzione o realizzazione da cercare. L'essere esiste, ma potrebbe anche non esistere; in entrambi i casi, non ci sarebbe un senso, e questo limbo dell'insensatezza in cui nessuna alternativa è migliore di un'altra conduce inevitabilmente a un pessimismo cosmico.
Il pessimismo di Cioran di fronte alla vanità dell'Essere, alla sua assurdità e alla sua insignificanza lo fa spesso cadere nell'inedia e nello sconforto. Perché agire se nulla ha senso, se ci trasciniamo in un limbo in cui ci spaventa vivere, per tutte le sofferenze e le paure che ci attanagliano, ma allo stesso tempo ci spaventa anche morire, poiché così radicato in noi è il malato amore per la vita?
In questo limbo, i giorni si trascinano vanamente, uno dopo l'altro, ma paradossalmente è proprio in questo sconforto che Cioran riesce a cogliere bagliori di estasi mistica, in grado di liberarlo. Se la vita è questo trascinarsi tra nascita e morte, è nell'intensità della creazione e del crepuscolo che riesce a trovare una liberazione e un vago senso a tutto il tormento. Ciò che più lo colpisce dell'esistenza è l'energia, la potenza della creazione della vita, pur nella sua insensatezza, e allo stesso tempo la decadenza del crepuscolo, di cui la caduta rovinosa, meravigliosa e allo stesso tempo pietosa degli Imperi è una grande metafora.
Nell'emozione sprigionata da questi attimi di passaggio, che sono in grado di smuovere sentimenti profondi proprio perché scuotono la vita dal suo sempre identico torpore, Cioran cerca l'eterno, un sentimento in grado di far trascendere l'uomo dalla quotidianità, da un lato mostrandogli l'insensatezza della vita, e dall'altro spalancandogli sotto i piedi il baratro senza fondo del Nulla, che spaventa e affascina. Il Nulla, pozzo che tutto inghiotte, libera l'uomo dal tempo, dal limbo della morte-in-vita. Scrive Cioran:


"Ieri, oggi, domani sono categorie a uso dei servi. Per l'ozioso insediato sontuosamente nella Sconsolatezza e afflitto da ogni istante che scorre, passato, presente, futuro non sono altro che parvenze variabili di uno stesso male, identico nella sostanza, inesorabile nel suo insinuarsi e monotono nel suo persistere. E questo male è coestensivo all'essere, è l'essere steso. Fui, sono, sarò sono una questione di grammatica e non di esistenza [...] L'equivoco in cui vivono i servi - e qualsiasi uomo aderisca al tempo è un servo - rappresenta un vero stato di grazia, un oscuramento incantato [...]. Ma per l'ozioso disingannato, il semplice fatto di vivere, il vivere esente da ogni fare, è una fatica così estenuante che sopportare l'esistenza qual è gli sembra un mestiere ingrato, una carriera sfibrante - e ogni gesto supplementare impraticabile e irrilevante" (Cioran, Sommario di decomposizione, pp. 74-74).


Si tratta, spesso, di una sensazione momentanea; è questo il grande paradosso del cupo misticismo ateo di Cioran. L'eterno può essere colto soltanto nel finito. Cogliendo l'eternità nella nostra finitezza, essa ci scivola tra le mani abbandonandoci soli, con un vago senso di inquietudine e piccolezza, e l'estasi non è mai dunque definitiva, come quella dei santi, ma ad essa bisogna sempre anelare, e finché non la si vivere si è condannati a percepire l'irrealtà di tutto ciò che ci circonda. Da ciò deriva l'inedia, la volontà di abbandonarsi e trascendere non solo la vita quotidiana, ma la storia nella sua interezza, per fuggire dal tempo:


"Non capisco perché dovrei continuare a vivere nella storia, condividere gli ideali della mia epoca e preoccuparmi della cultura o dei problemi sociali. [...] Non voglio sapere più niente. Superando la storia si realizza la sovracoscienza, indispensabile per l'esperienza dell'eternità. Essa conduce in una regione dove le antinomie, le contraddizioni e le incertezze del mondo non hanno più alcun valore, dove non si sa più di esistere né di morire" (Emil Cioran, Al culmine della disperazione, pp. 80-81).


In questa oscurità passata nell'attesa, vi sono però lampi di luce. Uno di questi è l'amore. Potrebbe sembrare una affermazione banale, ma Cioran, con la sua poesia, è in grado di rendere questo concetto estremamente profondo. L'amore è la forza che dilania, che nella gioia e nella sofferenza che è in grado di far patire all'uomo lo conduce sempre in quel territorio chiaroscuro, proprio dell'alba e del crepuscolo, in cui tutto è più intenso, più energico, più vivo. Non si tratta dunque dell'amore paradisiaco e immobile, né di quello semplicistico delle favole, ma dell'amore che travolge e che tuttavia rende la vita intensa, dà senso all'insensatezza, ma non un senso  "assolutistico", come quello dei sistemi filosofici. Dona alla vita il senso dell'intensità, la medesima sensazione donata dall'estasi mistica del vuoto e del nulla, ma in questo caso volta verso l'oggetto della nostra passione, che può estendersi a dismisura fino a inglobare ogni cosa che esiste. Scrive Cioran nella conclusione di Al culmine della disperazione, in una inedita prosa rassicurante e positiva:
 

"La sola cosa che possa salvare l'uomo è l'amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai amato veramente. Avere voglia di piangere quando si pensa agli uomini, di amare tutto in un sentimento di suprema responsabilità, sentirsi invasi dalla melanconia al pensiero delle lacrime che ancora non si sono versate per gli uomini, ecco che cosa significa salvarsi attraverso l'amore, la sola fonte di speranza. Per quanto combatta al culmine della disperazione, non vorrei né potrei rinunciare all'amore neppure se la disperazione e la tristezza oscurassero la fonte luminosa del mio essere [...]. In questo mondo ogni cosa può farmi cadere, tranne l'amore. E anche se al tuo amore si rispondesse con disprezzo o indifferenza, anche se tutti ti abbandonassero e la tua solitudine fosse senza appello, i raggi del tuo amore che non sono potuti penetrare negli altri per illuminarli o rendere la loro tenebra più misteriosa si rinfrangeranno per ritornare in te, perché nell'istante dell'ultimo abbandono il loro fulgore ti faccia luce e le loro vampe ti riscaldino. Allora le tenebre non saranno più un'attrazione irresistibile, e la visione della profondità smetterà di darti le vertigini" (Al culmine della disperazione, pp. 147-148)
 
Daniele Palmieri 

giovedì 8 febbraio 2018

Sinesio di Cirene: Il libro dei sogni. L'arte della chiromanzia

La dimensione del sogno godette, nell'antichità, di un'attenzione pari se non maggiore della realtà della veglia.
Nel mio blog su Anima.tv, La Sapienza Dimenticata, ho ampiamente trattato sia la suddivisione del sogno effettuata da Macrobio, sia la grande importanza che il sogno rivestiva per la conoscenza di sé, ad esempio in Plutarco.
Il libro dei sogni di Sinesio di Cirene, filosofo tardo antico allievo di Ipazia, è un breve trattato di chiromanzia, l'arte di prevedere il futuro a partire dai sogni, che sintetizza in sé le caratteristiche sottolineate nei precedenti articoli e che, a partire da esse, fonda una filosofia dell'analisi del sogno e della chiromanzia decisamente affascinanti e, soprattutto, dai grandi risvolti pratici.
Sinesio comincia la sua trattazione dei sogni a partire dalla loro origine psicofisica.
Il sogno nasce dall'immaginazione, termine che però non bisogna intendere nel suo significato contemporaneo. L'immaginazione è, secondo la scuola Aristotelica, il "residuo" della percezione, che si manifesta attraverso immagini interiori percepite dall'anima anche quando l'oggetto della percezione è ormai fuori dal campo visivo. L'immaginazione è, come si evince dell'etimologia del termine, la facoltà dell'anima di evocare e rievocare immagini a partire dal vissuto personale. Si tratta di una facoltà che possiedono sia gli animali sia gli esseri umani e, benché gli uomini la accompagnino anche alla ragione astratta e al pensiero linguistico, questi non sarebbero in grado di pensare e concepire i concetti astratti se non fossero dotati della facoltà dell'immaginazione, che permette di rievocare le immagini di ciò di cui si sta parlando o pensando.
Scrive Sinesio a riguardo:
 
"Secondo l'antica filosofia, l'intelletto contiene le immagini delle cose che sono; noi potremmo aggiungere che l'anima ha in sé le immagini delle cose che divengono: dunque l'intelletto sta all'anima come l'essere vivente sta al divenire (scambiando i termini, l'intelletto starà all'essere e l'anima al divenire [...]). Ecco dunque dimostrata la nostra ipotesi, cioè che l'anima contiene le immagini di ciò che diviene: essa ha in sé ogni cosa, e crea proiezioni di quelle più opportune e le riflette sull'immaginazione, come fosse uno specchio. E' proprio grazie a quest'ultima che l'essere vivente ha la percezione delle immagini che risiedono nell'anima" (Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni)
 
Benché posseduta anche dagli animali, e benché si tratti di un riflesso, non bisogna tuttavia considerare l'immaginazione come una percezione imperfetta. Difatti, l'immaginazione che si manifesta nel sogno può essere il riflesso di una dimensione ben più divina, che affonda le sue radici nell'essenza stessa dell'Essere. In particolare, gli antichi greci, in una dettagliata anatomia del mondo dei sogni, distinguevano tra i sogni riflesso della realtà terrena, sia interiore sia esteriore, e i sogni riflesso, invece, di una realtà metafisica, il mondo divino. Come scrive Sinesio:
 
"Può darsi, addirittura, che l'immaginazione sia una forma di percezione più sacra: è grazie a essa che in genere entriamo in contatto con gli dèi, ne riceviamo i consigli, gli oracoli e le cure riguardo a tutte le altre cose. Non mi stupisco, pertanto, se a qualcuno il sonno porta in dono un tesoro" (Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni)
 
In questo senso, il sogno può dispiegare all'uomo la via per sondare una duplice profondità: la profondità della propria anima e quella dell'Essere; due sentieri che convergono verso il medesimo cammino, poiché approfondendo il mondo dei sogni l'anima diviene cosciente della propria origine e scopre che la profondità che serba in sé deriva proprio dal mondo divino dal quale percepisce, in sogno, le immagini confuse.
 
"Ma quando il sogno apre la via per la visione più perfetta all'anima che mai aveva aspirato a tanto, né aveva concepito una simile ascesa, proprio allora è possibile raggiungere il coronamento di ogni bene: e chi si è smarrito al punto da dimenticare persino la propria origine può allora superare i confini della propria natura ed entrare in contatto con l'intelligibile" (Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni)
 
Per indagare e approfondire la dimensione del sogno, Sinesio di Cirene consiglia dunque di tenere un diario dei sogni e di accostarlo a un diario degli eventi della giornata appena trascorsa, per poter approfondire la conoscenza di sé, in diverse direzioni.
Anzitutto, la conoscenza del proprio vissuto interiore. I sogni, infatti, sono un riflesso della nostra psiche e, come insegnava già Plutarco, attraverso i sogni possiamo comprendere quali siano le caratteristiche più profonde della nostra anima: i suoi vizi, i suoi desideri, le sue virtù, le sue emozioni. Si tratta di un'operazione pratica, un esercizio spirituale volto a purificare la propria anima dopo aver preso coscienza delle nostre carenze e dei punti della nostra interiorità sui quali dobbiamo intervenire.
E' un'operazione preliminare fondamentale per ascendere al livello successivo del sogno, legato alla sua dimensione divina, poiché: 
 
"Una volta che si sia ritornata alla propria originaria nobiltà, l'anima diviene uno scrigno di verità. E' infatti pura, trasparente e incontaminata; se lo vuole, può essere dea e profetessa. Se precipita, diviene oscura, indeterminata, menzognera" (Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni)
 
Difatti, mentre questo tipo di sogni appena affrontati nascono dalle nostre passioni e dal nostro vissuto personale, vi è un'ulteriore categoria di sogni a cui possiamo accedere soltanto quando la nostra anima è purificata e cristallina: i sogni divinatori.
Essi si celano sotto immagini enigmatiche, di difficile comprensione. Come scrive Sinesio:
"L'altra categoria, più frequente e diffusa, è quella dei sogni enigmatici: proprio per interpretare questi ultimi è necessario disporre dell'arte divinatoria. La loro genesi è, per così dire, strana e prodigiosa [...] da tutti gli esseri contenuti nella natura, da ciò che è, da ciò che è stato e che sarà (anche il futuro è una forma di esistenza), si staccano delle immagini che sfuggono via dalla sostanza. [...] L'immaginazione è uno specchio straordinariamente fedele di tutte queste immagini che scorrono via" (Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni)
 
Come si evince dalla descrizione del filosofo di Cirene, la loro origine è del tutto peculiare, ossia dal futuro. Un futuro che, pur non essendosi ancora realizzato, possiede un'esistenza concreta, materiale, dalla quale provengono le immagini che la nostra anima recepisce tramite l'immaginazione, e che inconsciamente conosce, ma che tuttavia ancora ci sono oscure.
Difatti, le immagini del passato persistono nella mente, più o meno vivide, ma pur sempre chiare, fino a estinguersi; le immagini del presente sono invece cristalline, ed entrambe si ripresentano nei sogni in maniera altrettanto vivida.
Al contrario, siccome le immagini del futuro provengono da un'esistenza che ci attende ma che ancora non abbiamo vissuto, esse:
 
"sono più indistinte e disordinate: sono, cioè, come le prime ondate di qualcosa che ancora non è, germogli di una natura imperfetta, come enigmi che zampillano ed erompono da semi nascosti" (Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni)".
 
Per comprendere il loro significato, occorre dunque "tradurle" e renderle accessibili alla nostra conoscenza.
La tecnica chiromantica proposta di Sinesio di Cirene è tanto semplice quanto intuitiva, quasi "scientifica" per il metodo pratico che tutti, da soli, possono applicare senza cadere nelle mani di ciarlatani. A partire dal diario personale dei sogni accostati al diario della vita quotidiana, si tratta di stilare un elenco di simboli e immagini ricorrenti che si presentano, in sogno, in concomitanza ad eventi ricorrenti vissuti durante la veglia. In questo modo, stileremo una sorta di "grammatica" della nostra interiorità, che ci permetterà di interpretare i sogni enigmatici provenienti dal futuro, poiché sapremo che per la nostra psiche certi simboli rappresentano sempre determinati avvenimenti.
In questo modo, le immagini confuse che l'immaginazione recepisce dal futuro assumeranno maggiore chiarezza, e saremo in grado di tradurle per comprendere quei frammenti dell'Essere futuro che ci attende.
Seppure aperta a numerose critiche, l'arte chiromantica così come delineata da Sinesio si dimostra estremamente profonda e attuale, nel suo tentativo di voler trascrivere un linguaggio dell'anima personale e nel voler indagare il mondo interiore a partire dallo studio dei simboli prodotti dalla propria attività onirica, e non da interpretazioni dei sogni arbitrarie e stereotipate, che non tengono conto della diversità della psiche soggettiva.
Si tratta di una lettura breve ma intensa, per penetrare nel mondo interiore attraverso la dimensione del sogno in maniera molto più proficua rispetto a molti altri trattati, anche contemporanei, sul medesimo argomento.
 
Sinesio di Cirene, Il libro dei sogni, Archinto edizioni
 
Daniele Palmieri  

sabato 3 febbraio 2018

Chambers: Il Re Giallo e il cupo misticismo cosmico

Il Re Giallo è una raccolta di racconti, sospesi tra il gotico, il fantastico ma anche il realismo, di Robert Chambers, scrittore e pittore statunitense vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo. 
Il titolo della raccolta prende il nome dai primi quattro racconti, gli unici legati tra loro e, probabilmente, i prediletti dal medesimo Chambers.
Filo conduttore di questi quattro racconti (Il riparatore di reputazioni, La maschera, Nella corte del Drago, Il Segno Giallo) è Il Re Giallo, un testo teatrale fittizio, che ispirerà a Lovecraft il suo Necronomicon e a Nic Pizzolato le atmosfere di True Detective, il cui contenuto è in grado di condurre alla follia gli incauti lettori. 
L'intera raccolta si apre proprio con un'evocativa poesia tratta da un atto del Re Giallo, uno dei pochi stralci di tale testo che verrà svelato al lettore:

"Le nuvole si infrangono come onde lungo la costa,

I Soli gemelli affondano nel lago
Mentre le ombre si allungano
A Carcosa.

Strana è la notte dove si levano stelle nere,
E lune mai viste solcano i cieli
Ma ancora più misteriosa è la perduta Carcosa.

Le Iadi canteranno canzoni,
Dove si agitano al vento i cenci del Re
Ma qui moriranno inascoltate
Mentre Carcosa si spegne.

Canto dell'anima mia, la mia voce è morta;
Muori anche tu, silenzioso, come lacrime mai piante
Destinati a seccarsi e a perire
Nella perduta Carcosa".

[La canzone di Cassilda, in Il Re Giallo, Atto I, Scena 2]


Questi versi misteriosi riassumono alla perfezione l'atmosfera dei quattro racconti legati da tale figura e, in tale analisi, non mi focalizzerò tanto sulle loro trame, quanto sul significato simbolico del Re Giallo e della sua tragedia.
Il Re Giallo è infatti l'indiscusso protagonista dei racconti, benché rimanga sempre sullo sfondo della narrazione e benché il contenuto stesso della tragedia non verrà mai rivelato ai lettori.
Ciò non fa che aumentare il fascino e il potere di questo testo. Il contenuto della tragedia, infatti, non verrà mai rivelato esattamente come i misteri antichi non potevano essere rivelati ai non-iniziati, e a noi è dato carpire il suo segreto soltanto per accenni e frammenti. 
Il Re Giallo, la tragedia che rende folli, testo sacro di un misterioso culto, è espressione di un misticismo cosmico dai toni cupi, in cui l'uomo è solo una goccia immersa in un oceano smisurato di tenebra. 
Carcosa, regno del Re Giallo, è la realtà parallela destinata alle anime che scoprono l'intimo e terribile segreto dell'Universo; ma, lungi dall'essere una "realtà parallela" scevra dal mondo, è in realtà il luogo dal quale la misteriosa figura del Re Giallo muove le invisibili trame del mondo, sventolando alla brezza il suo mantello giallo e logoro.
Una città in rovina, dominata da un Re dagli stracci logori, popolata da anime mute e perdute: metafore strettamente legate tra loro, espressione di un Cosmo in cui ogni cosa è destinata a svanire nel Nulla; un Nulla misterioso, nel cui abisso non sappiamo cosa si cela, ma un Oblio che ci brama e che risucchia tutto ciò che è stato di noi. Il Re Giallo è il re-teurgo che incanala questo abisso divino, le cui mani e i cui stracci logori veicolano questa forza terribile, di cui lui è emissario e testimone. Come si legge in un altro frammento della tragedia: "E' una cosa spaventosa cadere nelle mani del Dio vivente!".
A dominare l'Universo è questa forza che logora il mondo, dall'esterno e dall'interno.
La morte è l'agente corrosivo che svela agli uomini l'atroce realtà: il loro volto non è altro che una pallida maschera, che la triste mietitrice sfila alla nostra dipartita, svelando il vuoto che essa celava, per consegnare tale fantoccio agli stracci logori del Re Giallo. Verità terribile, poiché la maschera che indossiamo nasconde l'orrore che celiamo dentro e che tentiamo vanamente di dimenticare.
Si legge, ad esempio, in un altro frammento della fantomatica tragedia:

"Camilla: Signore, dovreste togliervi la maschera.
Straniero: Davvero?
Cassilda: Davvero, è il momento. Tutti abbiamo deposto i travestimenti, tranne voi.
Straniero: Non indosso una maschera.
Camilla: (terrorizzata, a parte a Cassilda): Non ha una maschera? Non ha una maschera!"

Tema, quello della maschera e della morte, che ricorre anche "Il paradiso del profeta" che, pur non essendo direttamente legato ai quattro racconti precedenti, ne condivide il tono mistico e le immagini ricorrenti:

"Il Pagliaccio volse il viso infarinato verso lo specchio.
"Se essere chiari vuol dire essere belli", disse, "chi può paragonarsi a me con la maschera bianca?". [...] "Chi può paragonarsi a me?", disse la Morte, "Io sono ancora più pallida". "Sei bellissima" sospirò il Pagliaccio, distogliendo il viso infarinato dallo specchio" (Il Re Giallo, Chambers, Vallardi Edizioni)

Inermi sudditi del Re Giallo, non possiamo fuggire al fascino terribile e perverso che esso emana e, come falene che volano e si bruciano nel fuoco, siamo destinati a cadere nelle sue mani, a sacrificare ciò che di noi abbiamo più caro sull'altare sacrificale dell'esistenza, poiché il Cosmo, suo Tempio, reclama le nostre vite e le nostre passioni. Sempre ne "Il paradiso del profeta" si legge:

"Ho ucciso colui che amavo!" Gridò la donna, "Il mondo è assetato; ora potrà bere!" Passò oltre, e da lontano la guardai versare sangue sui fiori dai petali più bianchi della neve, dai cuori d'oro puro" (Il Re Giallo, Chambers, Vallardi Edizioni).


Chambers, Il Re Giallo, Vallardi Edizioni

Daniele Palmieri

lunedì 22 gennaio 2018

Thomas Ligotti: La cospirazione contro la razza umana

Ci sono libri difficili da leggere e digerire, che hanno lo stesso impatto di un pugno nello stomaco e che, proprio per questo, vanno affrontati, compresi, commentati.
La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti è uno di quei libri.
Thomas Ligotti è uno scrittore italo-americano, dalla presenza a dir poco sfuggevole visto che, come i migliori scrittori e pensatori, preferisce comunicare esclusivamente con i propri libri, piuttosto che con la sua immagine pubblica.
Diventato autore di culto nel mondo editoriale underground americano tra gli anni '80 e '90, ha riscosso l'interesse del pubblico "non specialistico" grazie alla serie televisiva True detective (altrettanto cupa e altrettanto profonda), il cui creatore e sceneggiatore, Nic Pizzolatto, ha attinto a piene mani alla filosofia e alle pagine de La cospirazione contro la razza  umana per delineare il personaggio e i dialoghi del detective Rust Cohle (interpretato da Matthew Mcconaughey). 
La cospirazione contro la razza umana è un saggio, a metà tra la filosofia e la letteratura, che espone una visione pessimista della vita, sulla scia di filosofi meno noti, come Zapffe, Mainlander, Metzinger, Michalstaeder e altri maggiormente trattati come Schopenhauer e Leopardi, insieme a grandi della letteratura horror/gotica come Poe, Blackwood e Lovecraft. 
Ligotti accompagna il lettore in un cupo tour filosofico e letterario tra i teorici di una visione pessimista della vita, esponendo le loro visioni ma non in maniera manualistica e arida, ma condendo il tutto con il suo evocativo talento letterario e con le proprie riflessioni personali che fanno da collante per tutta la trattazione, e che rendono l'insieme maggiore della somma delle parti.
In questo tour del macabro, Ligotti appare proprio come il cercatore solitario che egli stesso descrive in un breve passo del testo:

"Se quel che cerchi è la verità, una vita esaminata ti condurrà soltanto a un lungo viaggio verso i limiti della solitudine e ti scaricherà sul ciglio della strada e nient'altro".

Questo perché la sua filosofia non è idilliaca e rassicurante, ma si inserisce nella lunga e minoritaria tradizione di pensatori che non hanno mai tentato di fare "un'apologia della vita" e che, anzi, hanno intravisto tra le pieghe del reale un'essenza maligna che sembra muovere l'intero cosmo.
In particolare, secondo Ligotti quest'essenza maligna, descritta soprattutto nei racconti soprannaturali di Lovecraft e Poe, non esiste tanto di per sé, ma è propria della prospettiva dalla quale non possiamo fare a meno di osservare la realtà: la prospettiva della nostra coscienza. La coscienza si trascina dietro, fin dagli albori della sua nascita, il peccato originale di essere nata con l'uomo, tingendo così di nero l'intera sua esistenza.
Riallacciandosi a Zapffe, anche secondo Ligotti la coscienza umana è un fatale errore dell'evoluzione. Essa ha enormemente incrementato le sofferenze della nostra specie, poiché ci ha reso coscienti dei nostri dolori, del nostro futuro, della vanità delle nostre speranze, ci ha fatto scoprire che l'esistenza altro non è che una folle corsa, senza alcun senso, che termina quando ci schiantiamo contro l'invalicabile muro della morte.
Utilizzando l'immagine di Ligotti, siamo come marionette le quali, dacché erano controllate dai fili invisibili di un ignoto marionettista, hanno preso coscienza di loro stesse rimanendo, però, nient'altro che marionette, con la consapevolezza che, non appena il timido lume della coscienza svanirà, torneremo gettati come corpi inermi nel baule del marionettista. Tale consapevolezza dà vita all'esperienza del "perturbante", una sensazione di straniamento di fronte a qualcosa, come un automa, che si trova in bilico tra l'essere un oggetto inerme ed essere un soggetto vivente, e che in entrambi i casi risulta disturbante, poiché in esso vediamo riflessa la nostra condizione.
Riprendendo la filosofia di Zapffe, secondo Ligotti tutti gli uomini sono soffocati dalla tenaglia del perturbante e sono consapevoli dell'insensatezza della vita, ma per non cadere nell'orrore cosmico di doversi trascinare ogni giorno in un'esistenza senza significato, attuano quattro strategie adattative, una sorta di versione perversa del quadrifarmaco di Epicuro:

1) L'isolamento: tentiamo di sminuire il dolore dell'esistenza isolando gli eventi terribili della nostra vita, rimuovendoli in una sorta di scantinato della nostra mente che li nasconde alla nostra vista.
2) L'ancoraggio: per trovare un'illusoria stabilità, ci ancoriamo a ideali astratti e metafisici, come Dio, Moralità, Patria, Famiglia, Religione, che ci fanno sentire autentici e colmano la nostra vita di significati fittizi, che non fanno che rimandare o attenuare la nostra agonia.
3) Distrazione: per non riflettere sugli orrori del mondo, ci abbandoniamo a un'esistenza fatta di frivolezze, distrazioni senza alcuna profondità (ciò che Pascal chiamava "divertissment".
4) Sublimazione: mettiamo in scena tutti questi orrori in opere di finzione, che hanno un effetto catartico nel loro farci credere che i "mostri" non esistono, che sono opera di fantasia e che, in ogni caso, possono essere sconfitti.

Questi quattro meccanismi psicologici vengono appunto definiti come "la cospirazione contro la razza umana", poiché non fanno che ingabbiare l'uomo in questa esistenza di sofferenze, convincendolo inoltre a propagare la propria specie dando luce ad altri figli che vivranno le medesime sofferenze.
Da quest'ultimo punto di vista, secondo Ligotti dar vita a nuovi figli è un atto immorale, perché si sta consapevolmente strappando dal "nulla" (dunque, da una condizione senza turbamenti) delle esistenze destinate, fino in partenza, a una vita in cui i dolori supereranno di gran lunga i piaceri; in altri termini, si sta condannando consapevolmente degli esseri senzienti a una vita di sofferenze, e questo non può che essere ritenuto un atto immorale.
Scrive Ligotti: 

"L'orrore che noi abbiamo ricevuto sarà ricevuto da altri in uno scandaloso passaggio di eredità. Essere vivi: per decenni svegliarsi all'ora giusta, e poi trascinarsi lungo l'ennesimo giro di umori, sensazioni, pensieri, voglie - l'intero spettro delle agitazioni - e infine crollare a letto a sudare nel buio delle fantasmagorie che molestano la mente in sogno".

Con ciò Ligotti non auspica al suicidio, benché fu una strada percorsa da molti autori da lui citati, ma, similmente a Schopenhauer, tenta di portare alla luce il meccanismo irrazionale della Volontà che spinge la vita a propagare se stessa, senza alcun motivo, anche contro i propri stessi interessi. Similmente ai Catari, sfiora l'idea di una estinzione di massa a partire da questa consapevolezza, in modo che cessi il perverso meccanismo di rinascite e morti, di dolori e sofferenze, per abbracciare invece l'atavico e rincuorante abbraccio del Nulla eterno, in cui non vi sono né gioie né dolori. 
Per aggiungere una breve chiosa personale, in conclusione, non condivido la visione così cupa della vita come quella delineata da Ligotti. Penso, come lui, che la vita non possieda un senso intrinseco e che, tuttavia, come ho scritto in Autarchia spirituale, proprio questo non-senso dovrebbe farci sentire sollevati, grazie alla consapevolezza di non dover seguire tutti il medesimo senso e il medesimo copione. Che la morte infranga tutti i nostri progetti, è un dato di fatto; ma, paradossalmente, proprio una vita eterna sarebbe una condizione ancor più terribile della fugacità della nostra esistenza, poiché ci ingabbierebbe in una vita senza uscita, senza alternative, stabile, mentre l'intensità e anche la bellezza della mortalità risiede nel suo essere un perpetuo pendolo tra gioie e dolori dove, è vero, i travagli sono molti ma soltanto una faccia della medaglia. Senza focalizzarsi esclusivamente su essa, credo che ci si debba godere il viaggio fino all'ultimo giorno, con la consapevolezza liberatoria che nessun dolore sarà mai troppo grande, né travaglio troppo insopportabile, proprio perché la morte ci attende con il suo abbraccio liberatorio.

Daniele Palmieri

venerdì 12 gennaio 2018

Marinetti: Novelle colle labbra tinte

Nell'ultimo articolo ho affrontato alcuni aspetti generali del pensiero filosofico, artistico e politico di Marinetti, mostrando le caratteristiche ideologiche più rivoluzionarie e meno conosciute dell'autore novecentesco.
In questo nuovo articolo, scenderò nel dettaglio della produzione letteraria di Marinetti, sondando un altro aspetto, ancor meno studiato, dell'opera dello scrittore futurista: il Marinetti narratore erotico.
Il testo di cui tratterò è Novelle colle labbra tinte, pubblicato per la prima volta nel 1930 e recentemente riedito da Fogli voltanti edizioni.
Si tratta di una raccolta di brevi racconti erotici, che mostrano l'aspetto più intimo, interiore, erotico ma pur sempre energico e futurista di Marinetti.
Come accennato nel precedente articolo, la tensione erotica è considerata da Marinetti come una delle principali forze vitali, una tensione propulsiva in grado di spingere gli uomini a grandi imprese, a patto che non si lascino imprigionare dal "romanticismo passatista" che, invece, ingabbia l'uomo nella contemplazione del passato e lo svuota dalle suo forze vitali, rendendolo schiavo del ricordo. Le Novelle colle labbra tinte sono il più alto esempio dell'erotismo marinettiano. Filo conduttore è quello che potrebbe essere definito "l'amore futurista", un turbinio di sensazioni energiche in cui i confini tra amore, forza, violenza, immaginazione, passione, voluttà, piacere, dolore, odio, pazzia, e godimento estetico-sensoriale sono molto labili, fino a perdersi l'uno nell'altro.
In questo turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti, v'è spazio per ogni sfumatura dell'amore e, in pieno stile marinettiano, alcune novelle risultano estremamente anticonformiste e dissacranti, nonché stilisticamente innovative, come i Programmi di vita con variante a scelta, le novelle che compongono la seconda metà del testo in cui il protagonista è il lettore stesso, a cui Marinetti propone delle possibili strade di vita da intraprendere, narrate al futuro, e con una rosa di finali alternativi che il lettore stesso deve scegliere in base alle proprie preferenze.
A condensare tutti gli aspetti elencati in precedenza vi è senz'altro Il confessionale di odio, novella in cui Marinetti propone al lettore "sazio di generosità e bontà" di provare una cura di odio, poiché "L'odio nutre e rinforza"; cura di odio che nella "variante di vita" consiste nel farsi prete, non per fede religiosa ma per menzogna, il tutto per invaghire le proprie penitenti e metterle l'una contro l'altra, aizzandone così l'odio reciproco e vivendo l'ebrezza della contesa.
In generale, anche nei racconti meno dissacranti, le novelle di Marinetti esprimono sempre un erotismo elettrico, onirico, energico, mai banale, in grado di sospendere il lettore in uno spazio-tempo parallelo, al di fuori dei canoni temporali e spaziali quotidiani, il medesimo trasporto che si prova quando si vive un trasporto erotico e amoroso estremamente intenso.
Uno degli esempi più lirici ed evocativi di queste sensazioni che Marinetti è in grado di suscitare con la sua penna si ritrova nella novella 11 baci a Rosa di Belgrado, novella che con l'espediente letterario delle lettere d'amore descrive undici tipi di bacio differenti, uno più onirico dell'altro:

"L'afa dell'asi di cactus palme noia e cantilene nasali ci cacciava ogni sera verso l'illusoria frescura del deserto. Ultima ambizione rossa di un raggio solare sulla carnosità felina della sabbia, con strascico di riflessi verdi, stridere di rondini, ululare di cani, guaire di sciacalli e ironici fischi di iene.Per gareggiare in selvaggeria, Sarah si denudava silenziosamente. Sdraiata calda sulle orme calde del sole. Con un tattilismo inspirato i pori della sua schiena asciugavano i silicati d'alluminio potassio e magnesio della sabbia. Il suo gomito graziosamente tornito distingueva il quarzo i carbonati di calcio e le particelle di ossido di ferro. Allora, rizzatomi in piedi, la testa alta e gli occhi allo zenit, come per la preghiera mussulmana, versavo intorno ai nostri due corpi affiancati tutto l'acido cloridrico contenuto nel mio zainetto medico. Subito l'anidride carbonica s'innalzava visibilmente come una nebbiolina.Io stringevo al cuore Sarah. Tra labbra e labbra l'acido cloridrico si scindeva: delizioso bacio in cui l'ione.cloro rissa con l'ione idrogeno. Nella fremente ionizzazione bluastra dell'aria, l'elettricità amorosa si scaricava dalle nostre carni e correva ad accendere la cupola calva del marabuto di pietra sotto una palma arrotata da lame di stelle. Bruscamente un baracano gonfio e scoppiettante di vento sul profilo di una duna lontana preannunciava lo slancio delle nuvole ansiose di spruzzarci. Una goccia sulle labbra. Lievemente zuccherina. Poi due. Insipide. Si univano per formare una doccia. Tiepida. Sarah le offriva la schiena nuda, mentre la baciavo. All'alba, sotto i nostri petti, cresceva l'erba, quell'erba delle dune che nasce per incantesimo nell'amplesso sensuale tra la pioggia e i silicati virili della sabbia" (Marinetti, Novelle colle labbra tinte, Fogli volanti, pp, 29).

Anche nelle sue novelle erotiche, dunque, Marinetti riesce a imprimere il proprio marchio futurista, riuscendo sia a non lasciarsi andare agli eccessi estetici di Mafarka il futurista, sia a non cadere nelle immagini e nelle situazioni canoniche della novellistica erotica, ma dosando in maniera ponderata gli gli elementi stilistici che caratterizzano il suo lirismo fortemente evocativo, in grado di evocare nuove idee, nuove sensazioni e nuove immagini.
In questa miscela esplosiva di elementi, la passione erotica la fa sempre da protagonista e si rivela in tutta la sua potenza allo stesso tempo primordiale e futurista; primordiale, poiché una delle forze più antiche che animano gli esseri viventi e futurista perché la sua spinta propulsiva, quando se ne liberano le redini e quando non ci si lascia ingabbiare dalle catene del moralismo, proietta sempre l'individuo al futuro, con il suo slancio creativo ed energico nel raggiungimento dell'oggetto della propria passione.
In conclusione, Novelle colle labbra tinte è senz'altro una lettura consigliata se si vuole evadere dal piatto panorama letterario contemporaneo, e se si è in cerca di descrizioni, situazioni ed emozioni del tutto nuove.

Filippo Tommaso Marinetti, Novelle colle labbra tinte, Fogli volanti edizioni.

Per approfondire ulteriormente il pensiero di Marinetti: 

Daniele Palmieri