venerdì 12 gennaio 2018

Marinetti: Novelle colle labbra tinte

Nell'ultimo articolo ho affrontato alcuni aspetti generali del pensiero filosofico, artistico e politico di Marinetti, mostrando le caratteristiche ideologiche più rivoluzionarie e meno conosciute dell'autore novecentesco.
In questo nuovo articolo, scenderò nel dettaglio della produzione letteraria di Marinetti, sondando un altro aspetto, ancor meno studiato, dell'opera dello scrittore futurista: il Marinetti narratore erotico.
Il testo di cui tratterò è Novelle colle labbra tinte, pubblicato per la prima volta nel 1930 e recentemente riedito da Fogli voltanti edizioni.
Si tratta di una raccolta di brevi racconti erotici, che mostrano l'aspetto più intimo, interiore, erotico ma pur sempre energico e futurista di Marinetti.
Come accennato nel precedente articolo, la tensione erotica è considerata da Marinetti come una delle principali forze vitali, una tensione propulsiva in grado di spingere gli uomini a grandi imprese, a patto che non si lascino imprigionare dal "romanticismo passatista" che, invece, ingabbia l'uomo nella contemplazione del passato e lo svuota dalle suo forze vitali, rendendolo schiavo del ricordo. Le Novelle colle labbra tinte sono il più alto esempio dell'erotismo marinettiano. Filo conduttore è quello che potrebbe essere definito "l'amore futurista", un turbinio di sensazioni energiche in cui i confini tra amore, forza, violenza, immaginazione, passione, voluttà, piacere, dolore, odio, pazzia, e godimento estetico-sensoriale sono molto labili, fino a perdersi l'uno nell'altro.
In questo turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti, v'è spazio per ogni sfumatura dell'amore e, in pieno stile marinettiano, alcune novelle risultano estremamente anticonformiste e dissacranti, nonché stilisticamente innovative, come i Programmi di vita con variante a scelta, le novelle che compongono la seconda metà del testo in cui il protagonista è il lettore stesso, a cui Marinetti propone delle possibili strade di vita da intraprendere, narrate al futuro, e con una rosa di finali alternativi che il lettore stesso deve scegliere in base alle proprie preferenze.
A condensare tutti gli aspetti elencati in precedenza vi è senz'altro Il confessionale di odio, novella in cui Marinetti propone al lettore "sazio di generosità e bontà" di provare una cura di odio, poiché "L'odio nutre e rinforza"; cura di odio che nella "variante di vita" consiste nel farsi prete, non per fede religiosa ma per menzogna, il tutto per invaghire le proprie penitenti e metterle l'una contro l'altra, aizzandone così l'odio reciproco e vivendo l'ebrezza della contesa.
In generale, anche nei racconti meno dissacranti, le novelle di Marinetti esprimono sempre un erotismo elettrico, onirico, energico, mai banale, in grado di sospendere il lettore in uno spazio-tempo parallelo, al di fuori dei canoni temporali e spaziali quotidiani, il medesimo trasporto che si prova quando si vive un trasporto erotico e amoroso estremamente intenso.
Uno degli esempi più lirici ed evocativi di queste sensazioni che Marinetti è in grado di suscitare con la sua penna si ritrova nella novella 11 baci a Rosa di Belgrado, novella che con l'espediente letterario delle lettere d'amore descrive undici tipi di bacio differenti, uno più onirico dell'altro:

"L'afa dell'asi di cactus palme noia e cantilene nasali ci cacciava ogni sera verso l'illusoria frescura del deserto. Ultima ambizione rossa di un raggio solare sulla carnosità felina della sabbia, con strascico di riflessi verdi, stridere di rondini, ululare di cani, guaire di sciacalli e ironici fischi di iene.Per gareggiare in selvaggeria, Sarah si denudava silenziosamente. Sdraiata calda sulle orme calde del sole. Con un tattilismo inspirato i pori della sua schiena asciugavano i silicati d'alluminio potassio e magnesio della sabbia. Il suo gomito graziosamente tornito distingueva il quarzo i carbonati di calcio e le particelle di ossido di ferro. Allora, rizzatomi in piedi, la testa alta e gli occhi allo zenit, come per la preghiera mussulmana, versavo intorno ai nostri due corpi affiancati tutto l'acido cloridrico contenuto nel mio zainetto medico. Subito l'anidride carbonica s'innalzava visibilmente come una nebbiolina.Io stringevo al cuore Sarah. Tra labbra e labbra l'acido cloridrico si scindeva: delizioso bacio in cui l'ione.cloro rissa con l'ione idrogeno. Nella fremente ionizzazione bluastra dell'aria, l'elettricità amorosa si scaricava dalle nostre carni e correva ad accendere la cupola calva del marabuto di pietra sotto una palma arrotata da lame di stelle. Bruscamente un baracano gonfio e scoppiettante di vento sul profilo di una duna lontana preannunciava lo slancio delle nuvole ansiose di spruzzarci. Una goccia sulle labbra. Lievemente zuccherina. Poi due. Insipide. Si univano per formare una doccia. Tiepida. Sarah le offriva la schiena nuda, mentre la baciavo. All'alba, sotto i nostri petti, cresceva l'erba, quell'erba delle dune che nasce per incantesimo nell'amplesso sensuale tra la pioggia e i silicati virili della sabbia" (Marinetti, Novelle colle labbra tinte, Fogli volanti, pp, 29).

Anche nelle sue novelle erotiche, dunque, Marinetti riesce a imprimere il proprio marchio futurista, riuscendo sia a non lasciarsi andare agli eccessi estetici di Mafarka il futurista, sia a non cadere nelle immagini e nelle situazioni canoniche della novellistica erotica, ma dosando in maniera ponderata gli gli elementi stilistici che caratterizzano il suo lirismo fortemente evocativo, in grado di evocare nuove idee, nuove sensazioni e nuove immagini.
In questa miscela esplosiva di elementi, la passione erotica la fa sempre da protagonista e si rivela in tutta la sua potenza allo stesso tempo primordiale e futurista; primordiale, poiché una delle forze più antiche che animano gli esseri viventi e futurista perché la sua spinta propulsiva, quando se ne liberano le redini e quando non ci si lascia ingabbiare dalle catene del moralismo, proietta sempre l'individuo al futuro, con il suo slancio creativo ed energico nel raggiungimento dell'oggetto della propria passione.
In conclusione, Novelle colle labbra tinte è senz'altro una lettura consigliata se si vuole evadere dal piatto panorama letterario contemporaneo, e se si è in cerca di descrizioni, situazioni ed emozioni del tutto nuove.

Filippo Tommaso Marinetti, Novelle colle labbra tinte, Fogli volanti edizioni.

Per approfondire ulteriormente il pensiero di Marinetti: 

Daniele Palmieri

mercoledì 10 gennaio 2018

Filippo Tommaso Marinetti: Il Futurismo e la conflagrazione creatrice

Filippo Tommaso Marinetti: folle, elettrico, rivoluzionario, rude, violento, distruttivo ma anche poetico e delicato. Uno scrittore dalle mille sfaccettature e dalle mille contraddizioni, e proprio per questo un autore estremamente interessante che, come ogni autore complesso, spesso viene semplificato a pochi concetti basilari che ne banalizzano la figura e l'attività letteraria.
La semplificazione manualistica viene spesso fatta con autori importanti, ad esempio Leopardi, come ho sottolineato in uno degli ultimi articoli apparsi sul blog, e nel caso di Marinetti e del Futurismo questa semplificazione è, forse, ancora più accentuata. 
Prima di approcciarmi in maniera profonda alla sua produzione letteraria, l'unica immagine che avevo di Marinetti era, appunto, quella del rude, chiassoso e violento guerrafondaio, il Marinetti del manifesto "Guerra unica igiene del mondo", uno dei pochi testi del Futurismo che viene affrontato alle superiori e che, senza le dovute spiegazioni, contestualizzazioni e senza la giustapposizione alle altre opere del medesimo autore si presta a grandissimi fraintendimenti.
Dopo un iniziale rifiuto, quasi repulsione, nei confronti di questo autore, dovuta all'immagine stereotipata veicolata dal manuale scolastico, da pochi mesi ho iniziato ad approfondirlo con occhio critico e ho avuto modo di compiere una delle operazioni intellettuali che, personalmente, trovo estremamente stimolanti: la messa in dubbio e la distruzione dei propri pregiudizi. 
Approcciando l'opera letteraria di Marinetti nel suo complesso ho riscoperto un autore dalle mille personalità, una delle quali è certamente quella del Marinetti rude e violento ma che, tuttavia, non è quella principale; o, meglio, si tratta di una violenza energica e letteraria, al servizio del suo animo rivoluzionario e della sua innovativa potenza poetica.
Marinetti è stato, infatti, uno dei più grandi rivoluzionari italiani. Questo aspetto è spesso messo in ombra dalla sua adesione al Fascismo, ma una ponderata lettura dei suoi testi porterebbe a rendersi conto di quanto Futurismo e Fascismo fossero due ideologie agli antipodi e di come, effettivamente, l'adesione al Fascismo fu la morte dell'autentico Futurismo. Lo stesso Marinetti nei suoi Taccuini del 1918 scrisse:

"Sento il reazionario che nasce in questo violento temperamento agitato pieno di autoritarismi napoleonici e di nascente disprezzo aristocratico per le masse. Viene dal popolo e non lo ama più. Tende all'aristocrazia del pensiero e della volontà eroica. Non è un gran cervello [...]. Non vede chiaro. E' trascinato dal suo temperamento di lotta eroica e dall'ideale napoleonico e aspira credo anche alla ricchezza" (Marinetti, Taccuini, Il mulino, pp. 392).

Per capire queste mie ultime affermazioni e come mai Marinetti riuscì a intravedere il Mussolini reazionario e, soprattutto, perché ne ebbe così avversione, bisogna entrare nel merito del pensiero e della produzione letteraria, poetica e filosofica marinettiana.
In un passo di Al di là del comunismo, Marinetti condensa le principali idee rivoluzionarie, tanto politiche quanto artistiche, del suo pensiero:

"Vogliamo liberare l'Italia dal papato, dalla monarchia, dal Senato, dal matrimonio, dal Parlamento. Vogliamo un governo tecnico senza parlamento, vivificato da un consiglio o eccitatorio di giovanissimi. Vogliamo l'abolizione degli eserciti permanenti, dei tribunali, delle polizie e dei carceri, perché la nostra razza di geniali possa sviluppare la maggiore quantità possibile di individui liberissimi, forti, laboriosi, novatori, veloci. Tutto ciò nella grande solidarietà affettuosa della nostra razza tipica, nella nostra tipica penisola, nel cerchio saldo dei confini conquistati e meritati dalla nostra grande vittoria assolutamente tipica. Non soltanto siamo più rivoluzionari di voi, socialisti ufficiali, ma siamo al di là della vostra rivoluzione. Al vostro immenso sistema di ventri comunicanti e livellati, al vostro tedioso refettorio tesserato, noi opponiamo il nostro meraviglioso paradiso anarchico di libertà assoluta arte genialità progresso eroismo fantasia entusiasmo, gaiezza, varietà, novità, velocità, record" (Marinetti, Al di là del comunismo, edizione Meridiani, pp. 482).

Nell'ideale marinettiano, le parole d'ordine sono gioventù, futuro e libertà. Marinetti è contro la Monarchia, il Papato e perfino il patrimonio storico-artistico del passato, tre dimensioni politiche, religiose e artistiche che sono l'emblema di una cultura antiquata e vetusta, "'passatista", che ingabbia le facoltà creative e vitalistiche degli italiani sotto ogni aspetto. 
La Monarchia dal punto di vista politico, poiché il monarca implica non dei liberi cittadini, ma dei sudditi, ed è inoltre testimonianza di un passato feudale e nobiliare ormai antiquato e "parassitario", rappresentato da persone il cui potere e le cui ricchezze non dipendono dalla loro forza, dalla loro volontà e dalla loro genialità, ma semplicemente dalla rendita ereditaria. 
Il Papato dal punto di vista morale, poiché con i propri dogmi e la propria morale incatena l'uomo a una serie di precetti che ne ingabbiano le forze vitali, come la tendenza al conflitto, alla disputa, alla libera espressione creatrice e spregiudicata e, soprattutto, al libero godimento della più grande forza vitalistica: la tensione erotica. 
Il patrimonio storico-culturale dal punto di vista della genialità creatrice, che troppo spesso è succube degli stili del passato, ancorata alle tradizioni letterarie, poetiche e artistiche e dunque impossibilitata a produrre qualcosa di realmente nuovo, soprattutto quando essa è relegata al mero commento e alla mera critica delle opere del passato, o quando gli stessi critici snobbano e guardano di cattivo occhio le novità. In quest'ottica bisogna dunque leggere i proclami di Marinetti a distruggere le opere d'arte; idea che, forse, nella testa di Marinetti era intesa anche in senso letterale, ma che assume maggiore senso e profondità dal punto di vista metaforico se la si interpreta come un estremo movimento di liberazione personale.
Difatti, per Marinetti, tutte queste limitazioni della libertà personale necessitano una rivoluzione drastica, quella che lui chiama "grande conflagrazione". Un'esplosione allo stesso tempo distruttrice e creatrice; distruttrice perché, con il suo impeto, distrugge in maniera radicale tutte le catene, e creatrice perché, dal cratere fumante che essa lascia dietro di sé è possibile erigere una società completamente nuova.
Da questo punto di vista, Marinetti è un libertario patriota, con tendenze anarchiche. Come possono stare insieme questi ideali apparentemente contrapposti? In questo segreto risiede l'essenza più rivoluzionaria del Futurismo marinettiano. La società che egli ha in mente è quella di persone assolutamente libere, in cui l'unico scopo dello Stato è quello di preservare l'assoluta libertà e, allo stesso tempo, di fornire ai suoi membri una formazione "eroica" che fornisca loro la facoltà di vivere pienamente tale libertà, in tutti i suoi aspetti.
La Patria non è dunque un padre severo che bacchetta i figli con le proprie regole, né il prolungamento o l'estensione della famiglia, bensì una coalizione di liberi ed eguali, un territorio atto a circoscrivere i basilari diritti inalienabili: la forza di volontà, l'eroismo, la potenza creatrice e la libertà. 
Scrive Marinetti in Democrazia futurista:

"La lampada familiare è una luminosa chioccia che cova delle uova putride di vigliaccheria. [...] L'idea di patria invece è una idea assolutamente superiore. Rappresenta il massimo allargamento della generosità dell'individuo straripante in cerchio verso tutti gli esseri umani simili a lui o affini, simptatizzanti e simpatici. Rappresenta la più vasta solidarietà concreta d'interessi agricoli, fluviali, portuali, commerciali, industriali legati insieme da un'unica configurazione geografica, da una stessa miscela di climi e una stessa colorazione di orizzonti. Rappresenta precisamente la distruzione del sentimento di famiglia egoistica, ristretta, divenuta inutile o dannosa all'individuo" (Marinetti, Democrazia futurista, Meridiani, pp. 389).

Il Patriottismo non è l'asservimento a un padre severo, ma l'amore verso questo territorio i cui confini permettono all'individui di esprimere la propria personalità e la propria libertà.
Da questo punto di vista, Marinetti è estremamente rivoluzionario e la sua attività intellettuale si contraddistingue per un continuo sforzo di liberazione nei confronti di ogni catena. 
Ad esempio, è a favore dell'emancipazione della donna, in ogni suo aspetto: dal voto alla liberazione dall'istituzione matrimoniale che, spesso, la ingabbia nel territorio domestico, relegando ogni suo sforzo a quella di nutrice e allevatrice della prole. Scrive in Democrazia futurista:

"Noi vogliamo distruggere non soltanto la proprietà della terra, ma anche la proprietà della donna. Chi non sa lavorare il campo deve esserne spodestato. Chi non sa dare gioie e forza alla donna non deve imporle il suo amplesso né la sua compagnia [...] Noi vogliamo che una donna ami un uomo e gli si conceda per il tempo che vuole [...] Il matrimonio deprime e avvilisce la donna abbreviandone la gioventù e troncandone le forze spirituali e fisiche" (Marinetti, Democrazia futurista, Meridiani, pp. 369-372).

Tale liberazione della donna si inserisce in un contesto più ampio di liberazione da qualsiasi vincolo moralistico e moraleggiante, istituzione matrimoniale compresa. Marinetti è favorevole all'abolizione del matrimonio e all'introduzione del divorzio veloce, poiché nel matrimonio vede la morte di ogni libera forza creatrice. Quanto l'uomo quanto la donna trovano in esso la morte della loro autentica forza vitale, l'erotismo, una delle più potenti forze propulsive  per l'essere umano, che spinge Marinetti a soppiantare l'istituzione matrimoniale con il libero amore, forza vitalistica che dovrebbe essere vissuta senza alcuna restrizione moraleggiante.
Alla forza del libero amore è strettamente legato l'impeto e la genialità creatrice della gioventù, poiché la grande forza e creatività dei giovani derivano, secondo Marinetti, proprio dalla loro tensione amorosa, che dà loro la forza di vivere, lottare, creare, sognare.
Marinetti è stato tra i pensatori italiani colui che più di tutti ha riconosciuto e incoraggiato l'importanza della gioventù e delle nuove generazioni. I giovani sono infatti il nerbo della società, e soltanto educandoli alla libertà e al futuro, permettendo loro di esprimersi liberamente e senza condizionamenti, saranno in grado dar vita a idee realmente nuove e rivoluzionarie e, di conseguenza, a nuove società, nuove arti, nuovi mestieri e nuove politiche. 
Sempre Marinetti fu il primo ad accorgersi dell'importanza di lasciar spazio i giovani non soltanto dal punto di vista politico, ad esempio, con la sua proposta di creare l'istituto governativo dell'Eccitatorio, una camera parlamentare dedicata esclusivamente ai giovani fino ai trent'anni d'età, ma soprattutto dal punto di vista espressivo ed artistico, proponendo l'istituzione delle cosiddette "Mostre del libero ingegno creatore", dei luoghi di aggregazione culturale dedicati esclusivamente ai giovani autori esordienti in cui questi ultimi possano, a giro, esporre i propri quadri, eseguire le proprie opere musicali, leggere e declamare i propri scritti, il tutto gratuitamente.
Il Futurismo, così come pensato da Marinetti, si contraddistingue dunque come un movimento d'azione artistica, o di arte in azione, a tutto tondo, che doveva permeare ogni parte della vita dell'uomo: la scrittura, la pittura, il cinema, la politica, l'educazione, perfino la cucina, in un turbinio di idee che dovevano compiere il loro corso non per fossilizzarsi in maniera dogmatica, e creare così una popolazione futurista appiattita sui medesimi ideali, ma per innescare una conflagrazione creatrice in grado di rinnovare l'Europa.  
Come un treno il Futurismo doveva percorrere la propria strada a tutta velocità per poi fermarsi, anche schiantandosi contro un muro o deragliando in maniera violenta, per lasciar spazio al futuro e, soprattutto, alla genialità, alla novità, all'impeto della ventura gioventù. In questo fu del tutto coerente, non imponendosi mai come corrente unificante e totalitaria ma lasciando sempre spazio alla diversità delle idee e delle forme espressive. La libera e spregiudicata forza creatrice è forse l'unico punto cardine del Futurismo a cui è dedicata l'immortalità poiché, utilizzando le parole di Marinetti:

"Bisogna semplicemente creare, perché creare è inutile, senza ricompensa, ignorato, disprezzato, eroico in una parola" (Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Meridiani).

Daniele Palmieri

domenica 17 dicembre 2017

Aldo Manuzio: L'inventore dell'editoria

Aldo Manuzio, dotto umanista del XVI secolo, fu autore di una grande e silenziosa rivoluzione, che cambierà per sempre, nei secoli a seguire, l'assetto culturale di gran parte dell'Europa, e di cui ancora oggi siamo gli eredi. Pochi sanno, infatti, che proprio Aldo Manuzio fu l'inventore dell'editoria così come la conosciamo al giorno d'oggi, perlomeno nei suoi pilastri principali.
Nato a Bassiano sulla metà del XV secolo, la rivoluzione culturale di Aldo Manuzio avvenne a partire dal 1490, intorno ai suoi quarant'anni di vita, quando si trasferì a Venezia per intraprendere la sua nuova attività.
Venezia era, all'epoca, una delle città Europee più fiorenti dal punto di vista della cultura e, soprattutto, la stampa di opere letterarie. A Venezia infatti risiedevano le principali stamperie d'Europa, come quella di Nicholas Jenson.
Qui Aldo Manuzio dà avvio alla sua grandiosa rivoluzione, che silenziosamente ha contribuito al diffondersi della cultura in tutta Europa. 
Circondato di collaboratori, tra traduttori, correttori di bozze, stampatori, critici letterari, scrittori e filologi, nonché di una sempre più ramificata rete di distribuzione anche anche al di fuori dell'Italia, Aldo Manuzio inventa la prima "casa editrice" nel senso contemporaneo del termine.
Le edizioni di Manuzio si contraddistinguono per la grande cura editoriale, formato tascabile simile a quello moderno, in modo che i lettori potessero comodamente trasportare i propri libri senza doverli necessariamente rilegare alla propria biblioteca e per una cura filologica estremamente accurata; come egli stesso scrive:

"Ho potuto disporre di innumerevoli manoscritti e ho avuto cura che venissero riprodotti a stampa nel modo più corretto possibile, né mi sono permesso di aggiungere o togliere alcunché" (Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi, pp. 62).

Ogni manoscritto che egli recuperava veniva da lui accostato ad altri manoscritti della stessa opera, per confrontare le varianti, rintracciare gli errori, comprendere quale fosse l'edizione più antica e segnare, in nota, le diverse varianti, in modo che gli studiosi potessero essere consapevoli delle diverse tradizioni tramandate del medesimo testo. Una cura filologica così minuziosa che gran parte dei testi ripubblicati da Aldo Manuzio sono tutt'oggi delle editio princeps estremamente affidabili, utilizzate dagli studiosi e dai traduttori a noi contemporanei.
Anche dal punto di vista della rilegatura Aldo Manuzio si rivela estremamente innovativo; al di là dell'aspetto editoriale già citato, ossia il formato "tascabile" delle sue edizioni, l'editore veneziano fu il primo a utilizzare un simbolo sul frontespizio di ogni testo, per caratterizzare le proprie pubblicazioni, come le odierne case editrici: un'ancora sulla quale si avvolge un delfino, insieme al motto: festina lente, affrettati lentamente. 
In terzo luogo, Aldo Manuzio rivela uno spiccato intuito editoriale non solo nel raggruppare tematicamente i testi da lui pubblicati (ad esempio, dedicare un'intera pubblicazione a testi di Grammatica, di Botanica, o di Fiabe di diversi autori), ma addirittura nello studiare la rilegatura del testo in modo che esso potesse essere "modificato" in base alle esigenze del lettore, che, su richiesta, poteva decidere di rimuovere agevolmente dei fascicoli o di aggiungerne altri.
Anche nella scelta dei testi da pubblicare Aldo Manuzio mostra un intuito editoriale e una spregiudicatezza fuori dal comune. Oltre ai classici latini, molto in voga nella sua epoca, egli intraprende un laborioso, azzardato e allo stesso tempo coraggioso lavoro di recupero di testi in greco antico; lingua all'epoca poco conosciuta, soprattutto in Italia, ma di cui Aldo era un grande estimatore, a tal punto che nello statuto della Nuova Accademia, suo personale centro di studi, si legge che in essa si potesse parlare solo in greco e che chiunque avesse utilizzato un'altra lingua sarebbe stato multato.
Proprio questa attività di recupero e pubblicazione dei testi greci fu di grande importanza per tutta l'Europa, poiché permise da un lato di reimmettere nel mercato librario testi ormai introvabili, e dall'altro di far rifiorire lo studio e la discussione su questi testi e sulla cultura antica, che lentamente rischiava di essere distrutta e dimenticata, anche a fronte delle continue guerre che imperversavano in Italia e in Europa.
Per questo l'aspetto più rivoluzionario di Aldo Manuzio fu proprio il suo grande amore per la cultura, nei confronti della quale impegnerà ogni suo sforzo, nella speranza che essa potesse giovare alle barbarie e all'ignoranza che imperversava tra i comuni e gli stati. 
Come scrisse in una delle sue lettere prefatorie:

"Mi avvalgo di moltissimi collaboratori, uomini di grande dottrina, con l'aiuto dei quali i nostri libri arriveranno nelle mani dei lettori quanto più possibile corretti. [...] Ci siamo dilungati un po' su questi temi, perché quanti desiderano distinguersi nelle arti belle si compiacessero e sperassero in un futuro di gran lunga migliore grazie all'abbondanza di buoni libri, per mezzo dei quali - ci auguriamo - sarà finalmente scacciata ogni barbarie: non credo, infatti, che gli esseri umani siano tanto irragionevoli da continuare a cibarsi di ghiande anche dopo aver scoperto i cereali" (Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi, pp. 58-59)

Mosso dalla sua bibliofilia, dall'amore per la cultura e anche dal suo spirito imprenditoriale, Aldo Manuzio rivoluzionò il modo di intendere la cultura, inventando un nuovo mestiere, quello di editore, e senza il suo contributo la vita culturale europea, passata e futura, sarebbe stata molto diversa. 
In un'epoca in cui si dice che "con la cultura non si mangia" e in cui la stessa editoria versa in una crisi tanto economica quanto culturale e morale, giacché gli unici testi in cui si investe sono ormai quelli del personaggio televisivo, dello youtuber o della star di turno, il messaggio e l'esempio di Aldo Manuzio è quantomai attuale, e il suo spassionato amore per la cultura dovrebbe essere di esempio poiché mostra come, con lo sforzo, la passione, l'impegno e lo spirito si sacrificio, si possa rivoluzionare il mondo con l'eleganza e con le lettere. Citando le sue parole:

"Non restiamo inerti, dunque; non trascorriamo la vita nell'ozio indulgendo alla gola, al sonno e agli altri piaceri al pari degli animali. Infatti, come dice Catone, la vita umana, in un certo modo, è come il ferro: se lo usi, si consuma, ma se non lo usi, la ruggine lo corrode; così, se l'uomo lavora, si logora, ma se non lavora, l'inerzia gli procura più danno dell'attività" (Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi, pp. 51) [...] Io stesso mi meraviglio di aver persistito nel mio proposito giorno dopo giorno con determinazione sempre maggiore e soprattutto di persistere ora, spesso rammentando il verso: Tu non cedere ai mali, ma affrontali con maggior coraggio, tanto più che, mentre sono tormentato e quasi sopraffatto dalle fatiche, mi piace esserne sopraffatto, mi piace essere infelice. Vedo ciò che è meglio e lo approvo, ma seguo ciò che è peggio: sprecando infatti il mio tempo - che è il bene più prezioso - per giovare agli altri son di danno a me stesso; ma sopporterò con animo sereno i miei guai pur di recar profitto, né, se vivrò desisterò mai da quanto ho intrapreso, finché avrò condotto a termine ciò che è stato a suo tempo da me stabilito. E sebbene mi sia gettato in un'impresa superiore alle mie forze [...] tuttavia, con l'aiuto di Dio, ogni cosa sarà portata a compimento per bene e con eleganza" (Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi, pp. 110).

Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi.

Daniele Palmieri

domenica 10 dicembre 2017

Leopardi: Intensamente vivere oppure morire


[Il presente articolo raccoglie gli appunti di una lezione che ho tenuto al Liceo Plinio Seniore di Roma, in data 7/12/2017]

Inizierò l’incontro non da Leopardi, ma da un poeta americano della seconda metà dell’ottocento, Walt Whitman, il poeta migliore da cui partire se si considera la poesia come qualcosa di completamente avulso e distante dalla vita di ogni giorno.

Scrive Whitman:

“Ohimé! O vita! Per queste domande sempre ricorrenti,
per la folla infinita di infedeli, per le città piene di sciocchi,
per il mio continuo rimproverarmi (poiché chi è più sciocco di me e più infedele?)
Per gli occhi invano assetati di luce, per gli oggetti perfidi,
per la lotta sempre rinnovata,
per gli scarsi risultati di tutti, per le sordide folle che
vedo attorno a me avanzare con fatica,
per gli anni inutili e vuoti di coloro che rimangono, con
il resto di me avvinghiato,
la domanda , Ohimé! Così triste, così ricorrente – cosa
c’è di buono in tutto questo? Ohimé! O vita!

[Risposta] Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso”.

Stando a quanto dice Borges in un’altra poesia, le pagine che meglio ci descrivono non sono quelle che noi scriviamo, ma quelle di altri autori che nemmeno ci conoscono; e la poesia di Whitiman che vi ho appena citato descrive alla perfezione proprio la vita, il pensiero e le opere di Giacomo Leopardi, autore tanto citato e preso in giro, con i soliti luoghi comuni, quanto poco conosciuto e approfondito.
Affronteremo Leopardi a partire da questi stereotipi, inquadrandolo all’interno della poesia di Whitman per mostrare come poesia e vita fossero per lui due realtà indivisibili, come l’una dipendesse dall’altra e come non sia possibile domandare alla professoressa: “prof, dobbiamo studiare anche la vita o solo le opere?”.
Filo conduttore sarà proprio la poesia di Whitman perché, come vi dicevo, descrive alla perfezione l’essenza del Leopardi.
Come avrete notato, le prime righe descrivono i dolori dell’esistenza, sollevano il dubbio circa il senso di trovarsi in una vita siffatta. Sono molto lunghi rispetto alla seconda parte della poesia, composta soltanto da tre versi; ma questi tre versi sono estremamente intensi e da soli sono in grado di scacciare tutti i dubbi sollevati dalla prima parte. Il senso della vita risiede proprio nella sua poesia, e nel poter contribuire in questa immensa poesia con il proprio verso.
Capire il senso di questa poesia significa comprendere il senso dell’opera e della vita di Leopardi; generalmente, ci si focalizza soltanto sul Leopardi rappresentato dalla prima parte della poesia, ossia sulle molte pagine in cui Leopardi riflette sul dolore dell’esistenza. Ma riflettere sul dolore non significa essere automaticamente depressi; riflettere sul dolore significa prendere coscienza di un aspetto inevitabile dell’esistenza e capire come fronteggiarlo, esattamente come il risveglio del Buddha avvenne quando, uscito dal suo sontuoso palazzo, scoprì la vecchiaia, la malattia e la morte.
L’essenza della riflessione di Leopardi risiede metaforicamente nella seconda parte della poesia di Whitman. La consolazione e la forza per poter fronteggiare tale dolore inevitabile derivano dalla poesia, da una vita vissuta poeticamente e dal piccolo fiore della speranza e della solidarietà che, come la ginestra della poesia omonima, è in grado di sbocciare anche nei territori più impervi e inospitali.
Vedremo ciò cosa significa, e vedremo come questo approccio alla vita allontanerà lo stereotipo di un Leopardi brutto, sfigatino, deforme, chiuso nella sua stanza a leggere e scrivere anziché a vivere.

Anzitutto, gran parte degli anni passati a Recanati furono anni di reclusione forzata. Leopardi aveva una grande tensione nei confronti della vita: voleva viaggiare, vivere, esplorare, ma il padre, rigido ortodosso cattolico, cercava in ogni modo di fermarlo. Il conflitto con il padre accompagnò Leopardi per tutta la vita e non vede per nulla un Leopardi succube e inerme, ma anzi un Leopardi combattivo che fa di tutto per liberarsi dall’egemonia paterna.
Scrive Leopardi dopo il suo fallito tentativo di fuga da Recanati nel 1819:

“La risoluzione ch’io avea presa non era né immatura né nuova. Io l’avea fissata già da un mese, e l’avea concepita fin da quando conobbi la mia condizione, e i principii immutabili di mio padre […]. Io non sono né pentito né cangiato. Ho desistito dal mio progetto per ora, non forzato, né persuaso, ma commosso e ingannato. […] Se mi opporranno la forza, io vincerò, perché chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita migliore, ha la vita nelle sue mani”.

Il conflitto fu anche ideologico; come abbiamo detto, il padre di Leopardi, Monaldo, era un conservatore cattolico e reazionario, mentre Leopardi un materialista ateo. Il conflitto tra i due arrivò a tal punto che nell’anno di pubblicazione delle Operette Morali, il 1831, Monaldo consigliò a Giacomo di rileggere e correggere alcuni brani “nocivi”, richiesta ovviamente non esaudita dall’autore che il medesimo anno, quando il padre pubblicherà i suoi di Dialoghi (Dialoghetti sulle materie correnti), non si esimerà dal definire il testo un “infame e scelleratissimo libro”, in una lettera a Melchiorri (maggio 32).

Tuttavia, siccome il mondo non è mai diviso in buoni e cattivi, bianco e nero, ma è dipinto con sfumature di grigio più o meno scure, ma pur sempre grigie, bisogna riconoscere al padre di Giacomo Leopardi il merito di aver messo in piedi l’immensa biblioteca di casa, composta da decine di migliaia di volumi, che farà non solo da rifugio, ma da cassa di risonanza delle grandi emozioni vissute dal nostro autore. Se non fosse stato per la grande cultura ed erudizione di Leopardi padre, probabilmente il genio di Giacomo non avrebbe mai potuto esprimersi in tutta la sua immensità.

Ed è proprio dalla biblioteca di Leopardi che ripartiremo ora per sfatare il secondo mito, quello di un Leopardi che passa la sua esistenza a piangere e deprimersi sulle pagine dei libri.
Leopardi era depresso? No, era malinconico; potrebbe sembrare la stessa cosa, ma la differenza tra depressione e malinconia è abissale.
La depressione è uno stato di perpetuo grigiore, in cui ogni cosa risulta senza sapore, scevra di interesse e in cui ogni oggetto su cui si posa lo sguardo sembra svuotato di qualsiasi senso. La vita risulta un trascinarsi, un pendolo perennemente oscillante tra noia e dolore, come dirà uno spirito molto affine al Leopardi, Schopenhauer.
La malinconia, al contrario, nasce da una sovrabbondanza di vita, da una vita vissuta intensamente in ogni aspetto e in ogni emozione, soprattutto di gioia e tristezza. Anzitutto, la malinconia implica l’aver vissuto un’intensa felicità e un grande senso e valore attribuito alle cose e ai momenti vissuti; una serie di momenti estremamente intensi, che ci hanno fatto vivere in una condizione al di là del tempo e dello spazio e che nel momento stesso in cui finiscono ci ricatapultano nella realtà di ogni giorno, mostrandoci così sia come la vita possa effettivamente essere vissuta in maniera estremamente intensa, sia come tale intensità sia impermanente e mai eterna, nonostante ci abbia illuso con il suo carattere sovratemporale. La consapevolezza di questa impermanenza provoca un inevitabile sentimento di tristezza, che però non è mai da solo, proprio perché accompagnato dal lascito dei bei ricordi vissuti e dalla speranza che quella intensità di vita vissuta possa tornare. E dalla giustapposizione di queste due intense emozioni contrastanti, ma allo stesso tempo complementari, ecco che nasce la malinconia.
Lungi dall’essere un depresso cronico, stanco di vivere e desideroso di morire, Leopardi amava la vita; la amava così tanto che la sua tristezza derivava proprio da un amore smodato nei confronti delle sue bellezze, della sua intensità, dell’unicità di ogni momento vissuto, e da questo intenso turbinio, simile al vortice che nell’inferno dantesco trascina Paolo e Francesca, nasce la sua perpetua malinconia, plasmata dal genio di Leopardi nella sua altrettanto intensa opera letteraria. Per questo vita e poesia nell’esistenza leopardiana sono inscindibili; la poesia non è un alienarsi dalla vita, né essa nasce in uno studio buio e stantio, illuminato soltanto da una candela che proietta sui fogli l’ombra della gobba di Leopardi; la poesia, come una fonte sotterranea, sgorga direttamente dalla terra della vita, e la rende ancora più intensa. Come scrive lo stesso Leopardi: “Ma infine, la vita dev’essere viva, cioè vera vita: o la morte la supera incomparabilmente di pregio” (Operette Morali, Dialogo di un fisico o di un metafisico).
La grande intensità emotiva vissuta in un puro stato di malinconia spalanca le porte a un sentimento ancora più immenso e impetuoso: il sentimento dell’infinito.
L’infinito è un altro dei grandi temi del Leopardi, noto soprattutto a partire dall’omonimo Canto e dall’ancor più noto “e naufragar m’è dolce in questo mare”. Anche in questo caso, una dei concetti leopardiani più noti è tra i meno conosciuti. Cosa significa per Leopardi l’infinito? Non è soltanto un’immagine poetica astratta in cui naufragare come delle amebe inermi e rachitiche spiaggiate dietro una siepe. Infinito, intensità di vita vissuta e felicità vanno di pari passo.
La malinconia è suscitata dalla consapevolezza della fugacità del momento, e allo stesso tempo suscita il desiderio che i momenti gioiosi possano durare per un tempo indefinito. Desiderio che, come abbiamo visto, non può che essere disilluso. Tuttavia, l’uomo è fatto per anelare all’infinito, e lo dimostra il fatto che non può fare a meno di scorgerlo al di là dell’orizzonte del mare, come scrisse Hermes Visconti, filosofo italiano misconosciuto contemporaneo di Leopardi; vi è qualcosa in lui che lo protende verso l’eternità e vi è un modo per poter vivere questa eternità, assaporando un attimo infinito che, come una cassa di risonanza, amplia le emozioni vissute e permette di assaporare l’eternità tanto agognata.
Come scrive nel primo brano de le Operette Morali, Storia del genere umano, Giove donò all’umanità dapprima il mare, per fargli assaporare tale infinità, e poi “risolutosi di moltiplicare le apparenze di quell’infinito che gli uomini sommamente desideravano […] fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quello del mare), creato l’eco lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle loro cime. Creò similmente il popolo de’ sogni, e commise loro che ingannando sotto più forme il pensiero degli uomini, figurasse loro quella pienezza di non intelligibile felicità che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale”.
Nel mondo sono molteplici gli scorci di infinito, dall’eco al sogno, dalle grotte ai paesaggi, e si rivelano innanzi agli occhi di chi è in grado di guardare all’esistenza poeticamente. Nella storia narrata da Leopardi l’umanità si stufa presto di questo sentimento, che viene così dimenticato; ma il problema non è tanto del sentimento in sé, quanto di un’insoddisfazione insita nell’animo umano che tuttavia può essere sradicata, sradicando così la radice di ogni suo male. E per sradicarla bisogna recuperare l’antico sguardo poetico sull’esistenza, proprio ciò che Leopardi fa ne l’Infinito, in cui l’intenso sentimento non nasce da un mare o da uno spazio sterminato, né dal paesaggio circostante, bensì da una semplice siepe e dallo spazio che, proprio perché nascosto allo sguardo, cela un infinito che proprio perché nascosto può essere intuito e immaginato, come una rivelazione che folgora all’improvviso, anche nelle più piccole cose. In uno dei canti più noti di Leopardi, infatti, l'infinito si dispiega non di fronte a un mare sterminato o a un paesaggio senza fine, ma innanzi a una semplice siepe e all'infinito che essa cela

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, se sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensieri mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensiero mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare”.


Daniele Palmieri

Incontro con i ragazzi tenuto al Liceo Plinio Seniore, Roma, 7/12/2017

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domenica 26 novembre 2017

Meister Eckhart: Dell'uomo nobile. La forza di diventare Dio

Meister Eckhart fu uno degli animi più geniali e sensibili di tutto il medioevo. La sua mistica fu una delle più innovative e profonde, in grado di trascendere il cristianesimo in sé per attingere alle medesime fonti spirituali archetipiche proprie di ogni grande corrente mistica. Molti sono, ad esempio, i punti di contatto con il Buddhismo Zen, ben evidenziati da Suzuki in Mistica Orientale e Mistica Occidentale.
Il tema principale della sua riflessione, declinata con il linguaggio cristiano ma, come si diceva, spesso "sovraconfessionale", tant'è che costò all'autore un processo per eresia, è il rapporto tra uomo e Dio. Un rapporto che il mistico tedesco tenta di recuperare nella sua essenza più intima, non solo riallacciandosi alla tradizione agostiniana per la quale la voce di Dio alberga dell'anima, ma andando oltre e mostrando come l'uomo possa elevarsi a Dio, divenendo egli stesso un tutt'uno con Dio.
Riassumere la varietà e la profondità dei percorsi spirituali illustrati da Eckhart risulta impossibile in un solo articolo; qui ci si limiterà esclusivamente a sottolineare alcuni degli elementi principali su questo percorso: le opere umane, l'intenzione, la volontà e, infine, l'elevazione a Dio.
Anzitutto, Meister Eckhart, inserendosi nella disputa sul libero arbitrio e la salvezza eterna, propone una soluzione del tutto originale, che offre una via trasversale tra i teologi che negavano l'importanza delle opere per la salvezza, propendendo per la predestinazione, e i teologi che invece davano alle opere umane tutta l'importanza.  
Il mistico tedesco supera il problema coniando la teoria dell'etica dell'intenzione di Abelardo sia con l'etica stoico-aristotelica, per la quale l'uomo realmente virtuoso è colui che agisce provando piacere per l'azione buona, anche se essa non va a buon fine, sia con l'importanza di agire attivamente all'interno del mondo attraverso le opere. In tale prospettiva, l'uomo è sì dotato di libero arbitrio, ma ciò che conta non è esclusivamente il compimento delle opere buono le quali, da sole, non bastano a renderlo "santo"; la medesima azione buona, infatti, potrebbe essere condotta per motivi opportunistici o spregevoli; allo stesso tempo, potremmo non essere in grado di portare a termine un'opera buona a causa delle contingenze della vita, ma avere nell'animo la più sincera volontà di compierla. Se a contare fossero solo le opere, dunque, si giungerebbe all'assurdo che il primo uomo, benché mosso da secondo fini poco onesti, raggiungerebbe la salvezza eterna per la realizzazione dell'azione, mentre il secondo, nonostante la buona intenzione e la pura volontà, sarebbe condannato per non essere stato in grado di compiere il suo obiettivo.
Per risolvere il paradosso, occorre dunque focalizzarsi sull'intenzione, non sulla realizzazione dell'azione. L'uomo nobile possiede sempre un'intenzione pura, per qualsiasi azione egli compia; ne consegue che non sono le opere a santificare lui, ma è lui a santificare le opere attraverso la propria volontà e la propria azione, anche quando esse per causa di forza maggiore non giungono a termine. Come scrive Eckhart: 

"Non bisognerebbe tanto pensare a cosa si deve fare, quanto piuttosto a ciò che si è: se si fosse buoni, e buono fosse il nostro modo di essere, le nostre opere risplenderebbero luminose. Se tu sei giusto, anche le tue opere sono giuste. Non si pensi di fondare la santità sulle opere, sa santità va fondata sull'essere, giacché non sono le opere che ci santificano, siamo noi che dobbiamo santificare le opere. Per sante che siano, le opere esse non ci santificano assolutamente in quanto opere, ma, nella misura in cui siamo santi e possediamo l'essere, in questa stessa misura noi santifichiamo le nostre opere [...]. Quelli che non sono di natura nobile, qualsiasi opera compiano, essa non vale nulla" (Meister Eckhart, Dell'Uomo nobile, Adelphi).

Per questo Eckhart, mostrando come il concetto di tolleranza non fosse alieno agli uomini medievali, è aperto a ogni via che possa condurre all'elevazione interiore a Dio, consapevole che se una è la meta, molteplici sono le strade per raggiungerla, in base alle esigenze, alla diversità, alle attitudini e alla forza dei differenti individui. Sarebbe assurdo, infatti, esigere che tutte le persone si tormentino con atroci sofferenze e scelgano la via o dei martiri o degli anacoreti del deserto; soltanto poche persone, sicuramente di nobile spirito, sono in grado di intraprendere questi percorsi. Ma strade altrettanto nobili si dispiegano anche durante la semplice vita quotidiana dell'uomo comune, in grado di agire con una pura, retta e sincera intenzione. 
Ne deriva che non bisogna biasimare coloro, anche di altre professioni, che seguono strade divergenti dalla nostra, ma anzi bisogna essere aperti e ben disposti nei loro confronti, nel momento in cui ci rendiamo conto della loro sincera intenzione a compiere del bene. Scrive Eckhart, in un lucido esempio di tolleranza nell'epoca in cui fioccavano le condanne per eresia: 

"Dio non fa dipendere la salvezza degli uomini da alcun modo particolare. Ciò che è proprio all'un modo, non è proprio all'altro; a tutti i modi buoni Dio ha dato la possibilità di essere realizzati. Infatti un bene non è opposto all'altro. Ecco come accorgersi che si sta facendo un torto a qualcuno: quando ci imbattiamo in un uomo buono, oppure sentiamo parlare di lui, sapendo che non segue il nostro modo di agire, noi subito pensiamo che tutto sia perduto. Se il modo di agire di quella persona non ci piace, non apprezziamo più il suo buon modo di fare e la sua buona intenzione. Questo è ingiusto. Bisogna invece dare molta importanza all'intenzione delle persone, nel loro modo di agire, e non disprezzarne alcuno. Nessuno può avere un solo modo di agire, né tutti gli uomini possono averne uno solo; così un singolo uomo non può averli tutti, né avere quello di ciascuno. Ciascuno mantenga il proprio buon modo di agire e faccia entrare in esso tutti gli altri e vi accolga ogni bene e ogni modo di agire" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adelphi).

Da ciò deriva la grande attenzione pratica di Eckhart nei confronti della vita quotidiana. Il santo non è colui che si estrania dal mondo, ma la persona in grado di santificarlo attraverso la propria intenzione e la propria volontà agendo attivamente in esso, aiutando l'umanità e la comunità all'interno della quale si trova inserito. Paradossalmente, infatti, ricercare l'estasi mistica e la bontà di Dio soltanto per se stessi, significherebbe cadere in una forma di egoismo. Il vero santo anela all'amore di Dio, ma lo fa attraverso il prossimo, senza fuggire dai dolori del mondo ma anzi immergendosi in essi, con la consapevolezza che il dolore è l'unica strada percorribile verso Dio, poiché esso tempra l'animo umano e lo prepara ad ascendere verso livelli superiori di coscienza. Citando le sue parole:

"Pur se tutto questo fosse amore pieno e totale, non sarebbe ancora la cosa migliore, ed ecco perché: si deve talvolta, per amore, abbandonare tale giubilo per qualcosa di migliore, o, talvolta, per compiere una necessaria opera di amore spirituale o materiale. L'ho già detto altre volte: se anche fossi rapito in spirito come san Paolo e sapessi che un malato aspetta da me un po' di minestra, riterrei preferibile, per amore, uscire da tale rapimento e soccorrere l'indigente in un amore più grande" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adelphi).

Concetto che ricorda molto sia la storia del risveglio di Buddha, che inizia la sua ricerca spirituale quando scopre le sofferenze del mondo, sia l'immagine sempre Buddhista del Bodhisattva, l'Illuminato che, di fronte al Nirvana, decide non di dissolversi in esso ma di tornare nel mondo per continuare ad aiutare gli uomini.
In tutto ciò, la volontà gioca un ruolo cruciale. Si tratta non soltanto della volontà di agire rettamente, ma di farlo assumendo la prospettiva più elevata possibile: la prospettiva di Dio. In altri termini, far coincidere la propria volontà con la volontà di Dio, divenendo noi stessi Dio.
Come è possibile raggiungere questo elevato livello di coscienza? Secondo Eckhart, Dio è la luce che nasce all'interno dell'anima; o, meglio, citando un passo del Libro dei XXIV filosofi, che molto riecheggia la filosofia eckhertiana, "Dio è la tenebra che rimane nell'anima dopo ogni luce". Questo perché per riuscire a giungere a Dio bisogna svuotarsi. Bisogna abbandonare se stessi, le proprie aspirazioni, i propri desideri, i propri tormenti, i propri dubbi, il proprio attaccamento, tutto quanto di piccolo e irrilevante riusciamo a scovare. Il tutto non per diventare schiavi, inermi burattini nelle mani del Signore, ma al contrario per raggiungere un infinito grado di libertà e di volontà. Difatti, soltanto quando ci si è svuotati da tutti i rifiuti che albergano nel nostro animo ecco che si apre un vuoto, lo spazio per accogliere l'infinita potenza e l'infinita volontà di Dio che divengono, a tutti gli effetti, parte di noi. Se ci spogliamo della nostra individualità, è dunque per assumere a tutti gli effetti la volontà di Dio e in tale prospettiva, proprio perché tutto accade secondo la sua volontà e la sua potenza, tutto accade secondo la nostra volontà e la nostra potenza, poiché l'Io e Dio divengono un tutt'uno inscindibile. Per questo Eckhart scrive:

"Nessuno viene veramente figlio se non diviene egli stesso Figlio, e nessuno è là dove è il Figlio, nel grembo del Padre, Uno nell'Uno, se non ci è figlio" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adeplhi).

Tutti, come Cristo, siamo figli di Dio. Gesù non fu figlio di Dio soltanto perché concepito da Dio stesso, ma Gesù divenne Figlio di Dio, al pari di Dio stesso, poiché attraverso il suo percorso spirituale divenne Cristo. Dunque per elevarsi al pari di Cristo, per divenire Cristo e, a tutti gli effetti, Figli di Dio, occorre compiere il suo medesimo percorso, che è fatto di amore e sofferenza, di gioia e dolore, di fratellanza e compassione, di ferma volontà anche di fronte alla condanna immotivata, di pura intenzione in ogni occasione, con la consapevolezza di doversi impegnare nelle opere buone ma che ciò che conta non è la loro realizzazione, bensì la propensione spirituale che ci muove ad agire, poiché:

"Per l'uomo giusto, dalla perfetta volontà, nessun tempo sarà mai troppo breve. Perché, se la sua volontà è tale che egli vuole assolutamente tutto ciò che può - e non soltanto ora: anche se visse mille anni vorrebbe fare ciò che può - una simile volontà porta tanto frutto quanto le opere che si potrebbe compiere in mille anni: davanti a Dio egli ha compiuto tutto questo" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adelphi)

sabato 11 novembre 2017

Borges: L'altro. L'incontro con il proprio doppio

"Non senza qualche logica amarezza/penso che le parole più essenziali/che mi esprimono stiano nelle pagine/che non sanno chi sono, non in quelle/che ho scritto" recitano alcuni versi di una poesia di Borges, I miei libri, contenuta ne La rosa profonda.
Ieri notte ho letto un racconto, proprio di Borges, che mi ha particolarmente toccato perché sembrava descrivermi.
Si tratta di L'altro, all'interno de Il libro di Sabbia. E' un racconto di poche pagine, dal linguaggio semplice, ma ogni parola è soppesata e se, come recita il detto, Dio si nasconde nei dettagli, questo breve racconto è così ricco di dettagli da possedere qualcosa di divino.
Protagonista del racconto è lo stesso Borges, seduto su una panchina davanti a un fiume a Cambridge. Sembra un giorno come un altro quando, improvvisamente, ode a qualche panchina poco lontana da lui un fischiettio e un tono di voce a lui conosciuto. Incuriosito, si alza e raggiunge la persona sulla panchina e, con immenso stupore, si trova catapultato in una situazione surreale: la persona sulla panchina è lui stesso, ma ringiovanito di oltre sessant'anni. 
Il Borges anziano, dopo aver fatto alcune domande al Borges giovane, rivela la sua identità e la dimostra descrivendo i particolari della casa a Ginevra in cui, teoricamente, il Borges giovane ora si trova. Sospesa l'incredulità, entrambi sono costretti a considerare reale quell'incontro e inizia tra i due un dialogo il cui punto di partenza, inevitabile, è il racconto di alcune vicende che il Borges giovane vivrà, ma che soltanto il Borges anziano conosce.
Il Borges anziano rivela al Borges giovane alcune delle cose che gli accadranno, finché non sorge un dubbio: come è possibile che il Borges vecchio non si ricordi di quell'incontro, visto che in teoria l'ha già vissuto? Sono costretti però a passare oltre a questo enigma, che come gli altri verrà risolto soltanto in seguito.
La discussione verte dunque, inevitabilmente, sui libri; il giovane scrittore è curioso di sapere come andranno le sue pubblicazioni, e il Borges vecchio, con una certa sfumatura di nostalgia, risponde:
"Non so quanti libri scriverai, ma so che sono troppi. Scriverai poesie che ti daranno un piacere non condiviso, e racconti di carattere fantastico. Insegnerai anche, come tuo padre e come tanti altri del nostro sangue. 
Fui felice che non mi chiedesse niente del fallimento o del successo dei libri".
Prosegue poi raccontandogli gli eventi storici che si verificheranno, ma essendo Borges che incontra Borges, la conversazione non può che tornare sulla letteratura e sui libri. 
Iniziano a discutere delle loro letture; Borges giovane è estasiato da Dostoevskj, Borges anziano riconosce il tipico fervore giovanile verso l'autore russo, che in lui ha però fatto il suo tempo, a tal punto da non ricordarsi nemmeno il romanzo. Dimenticanza che fa quasi infuriare il Borges giovane, che non può comprendere come ci si possa dimenticare un autore simile. Cosa che, evidentemente, comprendere soltanto anni dopo. 
Dai libri letti, passano poi a quelli scritti. Borges vecchio chiede a Borges giovane che libro sta scrivendo, e la risposta del secondo è una raccolta di poesie dal titolo Gli inni rossi.
Questo passo mi ha particolarmente toccato, rievocandomi i versi dello stesso Borges citati a inizio articolo. Mi sono immaginato in là con gli anni, a volgere lo sguardo all'uomo, allo scrittore, al giovane che sono adesso, a scrutinare i sogni, le speranze, gli ideali della gioventù ormai dal punto di vista del crepuscolo, facendo i conti con quanto si è realizzato e quanto invece non è mai avvenuto, a ricordarmi con un pizzico di malinconia l'enfasi delle letture e degli scritti giovanili, attorno ai quali ora ruota la mia vita, ma che presto potrebbero diventare cenere, passato.
Lo scarto generazionale inizia a farsi sentire, e a questo punto il Borges vecchio matura quanto la sua personalità sia cambiata nel corso degli anni, tanto da far sembrare i due "se stesso" due personalità simili ma allo stesso tempo distinte, due caricature del medesimo soggetto: 
"Il mio alter ego credeva nell'invenzione o nella scoperta di nuove metafore; io, in quelle che corrispondono ad affinità intime e ben note, già accettate dalla nostra immaginazione. La vecchiaia degli uomini e il tramonto, il sogno e la vita, lo scorrere del tempo e dell'acqua. Gli esposi questa opinione, che lui avrebbe esposto anni dopo in un libro [...] Mezzo secolo non passa invano. Attraverso quella conversazione fra persone dalle letture miscellanee e dai gusti differenti, capii che non potevamo intenderci. Eravamo troppo diversi e troppo simili. Non potevamo ingannarci, e questo rende difficile il dialogo. Ciascuno era la copia caricaturale dell'altro. La situazione era troppo anomala per durare a lungo".
Così, i due decidono di salutarsi, cercando tuttavia di dare concretezza a quell'incontro, di trovare qualcosa che possa lasciarne una traccia. Borges vecchio decide dunque di dare a Borges giovane una banconota americana, con su impressa la data 1964, mentre Borges giovane dà a Borges vecchio una moneta francese. Ma entrambi decidono poi di gettare quella traccia.
Si lasciano soltanto con la promessa di incontrarsi ancora, il giorno dopo, nel medesimo posto, ma con la reciproca consapevolezza che entrambi avrebbero disatteso la promessa. Incontrare se stessi tutti i giorni ogni mattino non è semplice, figuriamoci incontrare il noi passato o il noi futuro, rendersi conto di quanto siamo impermanenti e di come gli anni ci trasformino, non solo fisicamente ma soprattutto interiormente.
Meditando sull'incontro destabilizzante, il Borges vecchio giunge alla soluzione dell'enigma proprio grazie alla banconota egli aveva consegnato al Borges giovane. 
Essa ha sopra una data, ma le banconote non hanno data. Così, l'unica soluzione possibile è questa: il Borges giovane ha sognato quell'incontro, molti anni prima, per poi dimenticarselo. Un sogno così vivido da diventare reale, ma pur sempre un sogno, come testimonia quella piccola imperfezione. Per questo se ne è poi dimenticato. Il Borges vecchio, al contrario, ha vissuto realmente quell'esperienza, ha incontrato realmente il Borges giovane in una sorta di frattura spazio-temporale a metà tra il sogno e la realtà, e dunque a metà tra un sogno e un altro sogno. Come aveva detto lo stesso Borges vecchio al suo doppio del passato: "Il mio sogno dura ormai da settant'anni. In fin dei conti, al risveglio, non c'è nessuno che non incontri se stesso. E' quello che ci sta accadendo ora, solo che siamo in due".

Daniele Palmieri

venerdì 10 novembre 2017

In morte di un poeta. Ricordo di Giuseppe d’Ambrosio Angelillo

Pochi giorni fa è morto un poeta. Ma non sentirete questa notizia ai telegiornali, né la leggerete sulle principali testate nazionali. I media e il pubblico sono interessati soltanto alle bruttezze della vita, non c’è più spazio per la Bellezza, e in questo mondo il poeta non può che morire in silenzio. Ma meglio così. Il silenzio è dei saggi, il brusio degli stolti.
Ho conosciuto Giuseppe d’Ambrosio Angelillo circa due anni fa, prima ancora che divenisse conosciuto grazie al servizio de Le Iene. Ero a Milano, in piazza Duomo, una delle piazze più emblematiche della città. Tanta Bellezza da ogni lato, eppure così tante persone insensibili a essa, che passano rapide, con il passo svelto e la testa bassa, troppo annebbiate dai loro impegni. Io sono uno dei pochi milanesi che appena si accorge che sta correndo troppo, tenta di rallentare.
Il giorno in cui ho conosciuto Giuseppe stavo proprio correndo, di ritorno dall’Università Statale, e a farmi accorgere della frenesia metropolitana non fu, come di consueto, il Duomo, ma la sua bancarella di libri, di fronte alla Mondadori.
Mi saltarono subito all’occhio le copertine bianche, dipinte in acquerello, e la figura di Giuseppe alto e immobile come una statua, dalla barba e i capelli lunghi e incolti, un misto tra Marx e Tolstoj. L’intera scena emanava una singolare Bellezza; non quella maestosa delle vetrate e delle guglie del Duomo, ma quella semplice e silenziosa, che soltanto una profonda umanità può trasmettere.
Stavo per passare oltre ma, come anticipato prima, la Bellezza della scena mi rallentò, mi risvegliò e fui costretto a fermarmi. Iniziai a sfogliare i libri sulla bancarella. Grandi titoli e bellissime copertine, che trasparivano l’antica arte tradizionale e artigianale dell’editoria, quella ancora animata dall’amore per la qualità e non della quantità. Letteratura, saggistica, poesia. Basho, Dostoevskj, Alda Merini, Einstein, Leonardo da Vinci. E, tra loro, Giuseppe d’Ambrosio Angelillo. Notai subito i numerosi libri pubblicati sotto quel nome, e compresi che dietro alla bancarella si nascondeva proprio il corpo e lo spirito dello scrittore. Non potei evitare di investigare e di chiedergli di raccontarmi la sua storia. Il suo parlato profondo e calmo mi trasmise subito profonda saggezza. Mi parlò del suo amore per la cultura e per i libri. Mi raccontò che Acquaviva, nome della casa editrice, deriva dal nome della sua terra natale, in Puglia, piccolo paese dallo spirito contadino, che a partire dal nome trasmette però la stessa forza e lo stesso magnetismo delle sue pubblicazioni. Uno spirito autentico e artigianale. Mi disse che per i suoi libri aveva sacrificato tutta la sua vita e che, anche se si trovava in condizioni economiche per nulla favorevoli, con molte bocche da sfamare, i libri e la cultura erano sempre stati la sua ancora di salvezza, poiché, come dicevano gli antichi Greci, se il poeta non è in grado di procacciarsi il pane, saranno gli déi a sfamarlo. Mi raccontò dei suoi studi. Aveva passato molti anni alla Statale di Milano, facendo l’assistente di un professore e scrivendo un’opera monumentale su Dostoevskij che, tuttavia non andò mai giù al pubblico accademico proprio perché non era una delle solite opere di mera erudizione. E così, abbandonò l’Università, i cui paletti spesso ingabbiano gli spiriti più liberi. Mi raccontò anche dei suoi rapporti con Alda Merini, della Milano ormai sparita in cui lui e lei avevano vissuto insieme, da scrittori e poeti, svelandomi i torbidi retroscena del mondo editoriale e di come la stessa Alda si infuriò quando una grande casa editrice tentò di impedire a Giuseppe di pubblicare alcune sue raccolte, esigendo il monopolio sull’intera opera. Monopolio che Alda non concesse, perché nessuno può ingabbiare la poesia, né ridurla a un oggetto di mercato.
Tornato a casa, rimasi molto colpito da quell’incontro e ne parlai con molti amici. Purtroppo non avevo soldi dietro e non potei comprare i suoi libri, ma fu anche una fortuna perché così potei rincontrare Giuseppe, vicino a casa sua, in una piovosa giornata invernale.
Eravamo io, lui e una mia vecchia fiamma, in un bar di cinesi. I libri che avevo prenotato, che serbo ancora con amore reverenziale, sono una silloge di pensieri tratti dal Talmud, La scopata di Manganelli di Alda Merini e una breve raccolta di poesie, sempre sue, che regalai alla mia ormai ex-ragazza; infine, il suo capolavoro, Milan Blus Ban, uno scritto imponente che racconta la Milano dei suoi anni con Alda Merini, un mix tra beat generation, Céline e l’inconfondibile tocco letterario di Giuseppe.
Ricordo che quel giorno passammo insieme oltre tre ore, in cui Giuseppe spaziò tra i più disparati argomenti, raccontandoci ancora della sua vita, dei suoi libri, della cultura, e dell’importanza della poesia, animato e irrefrenabile come Diogene, un “Socrate impazzito” (nel senso positivo del termine), e quando ci salutammo e la mia ex ragazza mi fece notare la sua parlantina irrefrenabile e il suo carattere bizzarro, le dissi che Giuseppe era un poeta, e che lo si doveva considerare secondo i canoni della poesia.
Quella fu l’ultima volta in cui lo vidi di persona. Mi chiamò, qualche giorno dopo, entusiasta per essere stato contattato da Nina Palmieri de Le Iene, grazie a una lettera mandata dal suo figlio più piccolo. Il servizio andò in onda poche settimane dopo e fu uno di quei pochi casi in cui la cultura e la poesia undergrond, ossia la vera cultura e la vera poesia, riuscirono a ottenere un ottimo risalto mediatico. Da lì in poi sempre più persone conobbero Giuseppe d'Ambrosio Angelillo e iniziarono ad appassionarsi ai suoi libri, alla sua storia, alla sua vicenda familiare, che trasmettevano e trasmettono ancora una purezza e un'autenticità illibata.
Purtroppo, Giuseppe d'Ambrosio Angelillo ci ha lasciato pochi giorni fa, a causa di un'improvvisa emorragia cerebrale. Ma se, come diceva sempre lui, se il poeta non è in grado di procacciarsi il pane allora saranno gli déi a sfamarlo, si può anche dire che il poeta non muore, ma che sono gli déi a volerlo alla propria corte, per ospitarlo e godere della Bellezza della sua poesia eternamente.
E anche noi possiamo godere eternamente della Bellezza della sua arte, continuando a leggere i suoi libri e aiutando così la sua famiglia.
Per chi volesse approfondire la sua arte, tutti i suoi libri sono disponibili su Google Books: 
Daniele Palmieri