domenica 8 aprile 2018

Cézanne: la magia della pittura e il sacerdozio dell'Arte

L'Arte, come la magia, è in grado di trasmutare la realtà e di svelarne gli aspetti più profondi, che si nascondono nella sua trama sottile. Gli artisti più grandi non sono quelli che dipingono fedelmente, con assoluto realismo, ciò che osservano, ma che svelano altre prospettive sulla materia, come se fossero in grado di portare alla luce l'energia spirituale che si nasconde in essa, la forza che la anima e che la colma di significato.
Paul Cézanne è stato uno dei più importanti pittori del XX secolo, poiché fu in grado di trasformare il suo pennello in una bacchetta magica in grado di trasmutare la materia sulla quale posava lo sguardo.
Tra i suoi dipinti più noti vi sono le vedute sulla montagna di Sainte-Victoire, oppure i molteplici quadri di natura morta in cui riuscì a dipingere delle mele da una vitalità inspiegabile, in una sorta di "realismo magico" pittorico.
In entrambi i casi, il soggetto è sempre lo stesso, dipinto in maniera all'apparenza maniacale: il monte Sainte-Victoire e le mele. Eppure, entrambi i soggetti rappresentati innumerevoli volte, sono sempre in grado di trasmettere qualcosa di diverso, un'energia sottile che ammalia lo spettatore, quasi le tele dei dipinti fossero dei portali sul reale aspetto della realtà, e non una sua rappresentazione. Quale fu il segreto di Cézanne? Come riuscì a infondere questa magia nelle sue tele?
E' egli stesso a svelarlo nelle sue lettere spedite ad amici e familiari, e pubblicate in Italia da SE.
Negli ultimi anni della sua vita, a inizio '900, Cézanne, artista ormai e squattrinato, si è ritirato in una piccola casa in Provenza per dedicarsi esclusivamente alla pittura, vivendo alla giornata e chiedendo, di tanto in tanto, qualche prestito ad amici e parenti. Qui inizia a intrattenere un denso epistolario con le persone a lui care, una ristretta cerchia di persone, e tra i resoconti delle sue giornate quotidiane, le richieste di prestito, le lamentele nei confronti della gente del luogo, Cézanne nasconde anche il segreto della sua arte.
Così, si scopre che il ritiro di Cézanne in Provenza è dettato da profondi motivi spirituali. Il pittore francese si è ritirato dal mondo, destinandosi a un'esistenza ai margini della società, per dedicarsi esclusivamente all'arte, ai suoi dipinti, essenza della sua vita. Scrive ad esempio a Ambroise Vollard:

“Ho fatto qualche progresso. Perché così tardi e così a fatica? Non sarà l’arte, in effetti, un sacerdozio, che richiede dei puri totalmente votati a lei?”
(Lettera a Ambroise Vollard, Aix, 9 gennaio 1903)

Solitario, rinnegato, tra i monti, le colline, i campi e la quiete della natura, Cézanne riesce a entrare in contatto con una dimensione più profonda, che trascende la semplice visione sensibile e materiale delle cose, che trasforma la realtà in un sogno dai confini indefiniti, come indefiniti sono i confini che egli tratteggia nei suoi dipinti. Come dice a Louise Auranche:  

“Mi parlate nella vostra lettera della mia realizzazione in arte. Credo di avvicinarmi ad essa ogni giorno di più, anche se con fatica. Infatti, se la sensazione forte della natura, che senza alcun dubbio io avverto in modo vivo, costituisce la base necessaria di ogni concezione artistica e su di essa riposa la grandezza e la bellezza dell’opera futura, la conoscenza dei mezzi per esprimere l’emozione non è meno essenziale, e si acquisisce solo con una lunghissima esperienza.
L’approvazione degli altri è uno stimolo di cui qualche volta sarebbe meglio diffidare. Il sentimento della propria forza rende modesti.”
 (A Louise Auranche, Aix, 25 Gennaio 1904)

Non è semplice raggiungere questo stadio di coscienza; Cézanne lo raggiunge soltanto negli ultimi anni della sua vita, dopo un'intera esistenza dedicata all'arte, con immensi sacrifici personali e con la consapevolezza che il risultato finale, definitivo, perfetto non verrà mai raggiunto, ma che saranno necessari sforzi sempre più grandi per superare se stessi, per resistere e vivere esclusivamente della propria arte. Come scrive a Emil Bernard prima, e a Roger Marx poi:

“Procedo molto lentamente, la natura mi si presenta molto complessa; e i progressi da fare sono infiniti. Si deve vedere bene il proprio modello e sentire in modo giusto; e, ancora, esprimersi con distinzione e forza.”
(A Emile Bernard, Aix, 12 Maggio 1904)
 
“L’età e la salute non mi permettono mai di realizzare il sogno d’arte che ho inseguito per tutta la vita. Ma sarò sempre riconoscente al pubblico di amatori e intelligenti che hanno avuto l’intuizione di ciò che ho voluto tentare per rinnovare la mia arte.
Secondo me non ci si sostituisce al passato, si aggiunge soltanto un anello alla catena.”
(A Roger Marx, Aix, 23 Gennaio 1905)
 
In quest'ottica si inseriscono le ripetute vedute sul monte sainte-Victoire e i dipinti di natura morta che rappresentano sempre le mele. Soltanto all'apparenza il soggetto è sempre lo stesso. Chi disimpara a vedere e impara, invece, a guardare, si accorgerà che un solo soggetto è un universo composto da molteplici prospettive, e ciascuna di queste prospettive è sempre in grado di trasmettere diverse immagini, diverse emozioni, diverse sensazioni.
Come scrive al figlio:

“Qui, in riva al fiume, i motivi si moltiplicano. Lo stesso soggetto visto da angolazioni differenti, offre una materia di studio così interessante e varia che credo potrei lavorare per mesi allo stesso soggetto inclinandomi un po’ più a destra o un po’ più a sinistra.”
(Al figlio, Aix, 8 Settembre 1906)

Similmente ai maestri Zen, che fanno ripetere incessantemente la stessa azione per insegnare al discepolo a raggiungere una cosciente concentrazione, che lo porti ad agire sempre in maniera consapevole anche quando compie un'azione apparentemente meccanica, ma che in realtà nasconde migliaia di sfumature differenti, Cézanne si esercita a cogliere le molteplici prospettive in cui gli oggetti della percezione si danno alla vista, con il variare della posizione, della luce, dell'emozione personale. In alcune lettere egli parla esplicitamente di una sorta di "punto vitale" che egli è in grado di cogliere, con la vista, nelle mele, dal quale parte per sviluppare l'intero quadro, come se le mele divenissero il centro dell'universo.
La perseveranza nei confronti dello studio incessante del medesimo soggetto lo porta a sviluppare una dimensione più profonda, una visione spirituale delle cose. Scrive a Emile Bernard:
 
“L’ostinazione con cui perseguo la realizzazione di quella parte della natura che, cadendo sotto i nostri occhi, ci dona il quadro. Ora, la tesi da sviluppare è – qualsiasi sia il nostro temperamento o la nostra energia di fronte alla natura – rendere l’immagine che vediamo, dimenticando ciò che è apparso prima di noi. Credo che questo permetta all’artista di esprimere tutta la sua personalità, o grande o piccola che sia.”
(Emile Bernard, 23 Ottobre 1905)

Nel momento in cui impariamo a trasmutare ciò che guardiamo, ecco che abbiamo compiuto un atto magico che, allo stesso modo, ha trasmutato la nostra interiorità. Il confine tra pittore e opera, tra osservatore e oggetto osservato si perde e le due realtà si fondono in un tutto inscindibile.
Con il suo silenzioso insegnamento, consegnato a semplici lettere quotidiane, Cézanne è stato in grado, molto più di altri teorici, di cogliere il segreto magico dell'arte e di tramandarlo ai posteri non solo con le sue parole, ma soprattutto con la sua vita e le sue opere. Vivere della propria arte significa vivere in una dimensione più profonda, proprio in virtù dei sacrifici che si compiono per vivere un'esistenza del genere. D'altronde, il sacrificare qualcosa significa "renderla sacra", e l'arte è ciò che rende sacra la vita degli uomini. Usando le parole di Cézanne:

“Non fate il critico d’arte, fate della pittura. La salvezza sta in questo.”
(A Emile Bernard, Aix, 25 Luglio 1904).

Cézanne, Lettere, SE

Daniele Palmieri

 
 

mercoledì 4 aprile 2018

Andrea Colamedici: Il codice del mito. Il sogno di Platone e l'incubo dell'Occidente

Si pensa che la metafisica sia una conoscenza astrusa, lontana dal mondo, senza alcuna influenza sulla vita di ogni giorni. Eppure, fu il più grande metafisico della storia del pensiero a dar vita alla filosofia, alla scienza, alla politica, all'etica e, in generale, a ogni branca della cultura e della forma mentis occidentale così come la conosciamo oggi. Questo immenso pensatore fu Platone, la cui produzione filosofica e letteraria ebbe sulla cultura occidentale un impatto senza eguali.
E' questa la tesi di fondo de Il codice del mito. Il sogno di Platone e l'incubo dell'Occidente di Andrea Colamedici, filosofo, scrittore ed editore.
Come il mondo reale è un'ombra del mondo delle Idee, così l'Occidente è un'ombra di Platone; e così grande fu la statura del filosofo ateniese che la sua ombra si staglia ancora oggi, imponente, monumentale e sublime su ogni aspetto della nostra cultura.
Secondo Andrea Colamedici, Platone fu il demiurgo che plasmò l'anima dell'Occidente; volente o nolente siamo tutti platonici, anche quando cerchiamo di essere antiplatonici. Borges sostenne che ogni secolo si ripropone l'eterna disputa tra Platone e Aristotele; ma potremmo dire che Aristotele stesso non è altro se non un'ipostasi di Aristotele, poiché per opporsi al suo grande maestro deve necessariamente "maneggiare" linguaggio, concetti, idee, strutture filosofiche di cui Platone si servì, sviluppando così nuove prospettive ma pur sempre di matrice platonica. In questo senso, si potrebbe sostenere che ogni secolo si ripropone l'eterna disputa tra Platone e se stesso, visto che le stesse opere platoniche altro non sono che dialoghi aperti, il cui il filosofo non si limita a esporre le proprie teorie in maniera dogmatica, ma le rumina, le interroga, le mette alla prova continuamente per rilevarne le aporie, cosicché pare che non vi sia critica al pensiero di Platone che egli stesso non abbia già formulato. E questo dialogo platonico continua tutt'oggi.
Platone operò una grande summa del pensiero greco precedente, condensando e allo stesso tempo superando tutti i suoi predecessori, creando per la prima volta un sistema filosofico architettonico in grado non solo di collegare tra loro tutte le diverse conoscenze, ma addirittura di dar vita alle specifiche branche del sapere che verranno poi sviluppate nei millenni a seguire. Il tutto, paradossalmente, senza creare un sistema chiuso e rigido, ma un'incredibile macchina filosofica in continuo movimento, grazie alla forma dialogica dei suoi scritti in cui la verità non è mai fissata in formule fisse, ma è sempre celata e nascosta tra le righe dei dialoghi; o, forse, addirittura al di là di essi, come suggerisce la scuola Tubinga-Milano, che Colamedici analizza nel testo, secondo la quale il fulcro della filosofia Platonica fu affidata a dottrine non scritte. Da qui la perenne attualità del filosofo ateniese, che sembra rifiutare in qualsiasi modo di essere circoscritto e catturato nelle pagine di un manuale, ma che, scivoloso come una serpe, è sempre in grado di scappare, di restituire ai lettori sempre nuove sfaccettature.
Ma come è riuscito Platone non solo a conquistare, ma addirittura a creare lo spirito Occidentale? Secondo Colamedici, la conquista platonica è avvenuta attraverso la grande macchina del mito.
 
"Il mito è la narrazione del passato remoto compiuta dal passato prossimo, così che il presente possa intravedere il proprio futuro. [...] Il mito in Platone possedeva una funzione positiva, centrale, capitale; rappresentava l'unica possibilità di spiegare la vita, il culmine più autentico della metafisica. Il mito [...] serve a esplorare quei territori metafisici altrimenti irraggiungibili e impercorribili" (Andrea Colamedici, Il codice del mito, Mursia, p. 16).

 
Platone fu il più grande "mitografo" dell'occidente, non solo perché i suoi miti rimarranno nella memoria collettiva dei secoli a seguire, ma perché con essi fu in grado di meravigliare, istruire, sedurre ma anche condizionare la mente occidentale.
Il mito della biga alata, il mito della caverna, il mito di Er, il mito-utopia della città Ideale, sono tra i principali miti creati da Platone e qui analizzati da Colamedici, che ne ripercorre la costruzione e ne sfata alcune distorte reinterpretazioni. Dalla concezione dell'anima al suo rapporto con il corpo, dalla teoria della conoscenza a una nuova visione della vita ultraterrena e del libero arbitrio, fino a il più sublime e pericoloso Stato mai ideato, non vi è idea filosofica delineata in questi miti che non sia stata discussa, criticata, rielaborata nei secoli a venire, e tutti, almeno una volta nella vita, si sono imbattuti in essi o in una delle loro varianti.
Come evidenzia Colamedici, i miti di Platone hanno persuaso l'occidente instillandone il desiderio filosofico e allo stesso tempo indirizzandolo, persuadendolo verso certe prospettive. Ciò che noi oggi desideriamo e sogniamo, è ciò che Platone ha voluto farci desiderare e sognare. Esattamente come i legislatori del dialogo Le Leggi, che non si limitano a emanare le leggi ma devono persuadere il popolo circa la loro giustizia, il filosofo ateniese ci silenziosamente sedotto con i suoi miti, facendoci credere che quella è la direzione da seguire per andare a caccia della verità, e che quelle da lui delineate sono le verità da ricercare.
Da questo punto di vista, si può considerare Platone come il più grande esperto di marketing di tutti i tempi, se si pensa al marketing come alla capacità di instillare nel prossimo desideri di cui non era nemmeno a conoscenza.
Senza Platone non avremmo conosciuto filosofia, politica, biologia, fisica, cosmologia, metafisica, linguistica , epistemologia, etica e ogni altro sapere particolare così come lo conosciamo oggi, né saremmo stati ossessionati dall'idea di costruire immensi edifici teorici in grado di rendere conto della realtà in ogni suo aspetto. Il tutto con i suoi pro e con i suoi contro, poiché Platone fu così immenso da conciliare in sé quanto di più grande e quanto di più pericoloso la mente occidentale abbia mai partorito.
Con questa panoramica generale, ma allo stesso tempo approfondita, sul filosofo ateniese, Andrea Colamedici riesce in un compito estremamente difficile: toccare i punti salienti della filosofia platonica senza cadere nella pretesa di fissarli in teorie statiche, precise e dogmatiche, e da questo punto di vista è un testo adatto tanto a chi si approccia per la prima volta a Platone, quanto a chi pensa di essere ferrato in materia. Il codice del mito riesce infatti a mostrare tanto la grandezza quanto la pericolosità, quanto la genialità quanto la contraddizione, del più importante e influente pensatore dell'occidente, delineandone un ritratto in chiaroscuro, in cui ombra e luce si compenetrano per dar vita a una personalità filosofica complessa, a cui (purtroppo e per fortuna) dobbiamo tutto.
Come scrive Colamedici nel capitolo conclusivo del testo:
 
"Sono quasi sicuro che Platone abbia passato gli ultimi due millenni e mezzo a passeggiare tra i propri miti. Lo immagino curioso davanti ai paradigmi delle vite o a bordo della sua carrozza, intento a offrire avena e ambrosia ai cavalli. Me lo vedo passarsi tra le mani l'anello di Gige o assistere di nascosto all'eterno dialogo tra Theut e Thamus. Soprattutto, me lo immagino mentre si ostina a dire ai giudici dell'aldilà che lui è ben contento di essere considerato giusto e che d'altra parte lo sapeva benissimo da solo, ma che non ha nessuna intenzione di godersi i suoi mille anni di beatitudine. E' troppo legato all'umanità per perdersene le vicende per così tanto tempo. E ha lasciato troppo qui per potersene andare" (Andrea Colamedici, Il codice del mito. Il sogno di Platone e l'incubo dell'occidente, Mursia, pp. 193-194).

 
Daniele Palmieri
 

lunedì 2 aprile 2018

Aleister Crowley: Magick

Su Aleister Crowley è stato detto di tutto, ed è stato etichettato in ogni modo possibile. Ateo, satanista, occultista, tossicomane, psicopatico; Paolo Zelati lo inserisce addirittura nel suo Gli uomini più cattivi di tutti i tempi, vicino Hitler, Stalin, Mao e altri dittatori e serial killer. Alcune accuse stereotipate, tra cui i sacrifici di bambini, tipiche del meccanismo del capro espiatorio descritto da René Girard, vennero a lui affibbiate durante la permanenza in Sicilia, nella residenza sacra da lui soprannominata "Abbazia Thélema", e sfruttate dal governo per cacciarlo dal paese.
Con ciò non si intende dipingere Crowley come un santo, tutt'altro; la sua vita fu senz'altro controversa e i suoi stessi principi gli sfuggirono di mano, attirando persone psicologicamente labili e conducendo lui stesso a morire in miseria, dopo aver contratto malattie veneree e dipendenze da droghe di ogni tipo.
Un rischio che corrono tutte le persone che cercano, senza successo, di elevarsi "al di là del bene e del male", di vivere una vita assolutamente liberi, cercando di valicare gli ordinari limiti psicofisici, camminando in equilibrio sul bordo dell'Abisso fino a quando una folata di vento non li fa precipitare, svelando l'illusione del controllo. Non ci focalizzeremo, dunque, sul Crowley uomo, ma sul Crowley pensatore; anch'esso controverso, ma le opere più controverse sono le più interessanti, proprio perché spingono il pensiero ad esplorare quelle zone d'ombra da cui generalmente ci teniamo lontani, ma che sono altrettanto importanti da conoscere per avere una visione globale del mondo.
Si tratta inoltre di un pensatore imprescindibile non solo per chi si interessa di esoterismo, ma per chi vuole comprendere la cultura "pop" e "underground" del XX e del XXI secolo, poiché molti artisti furono influenzati, più o meno direttamente, dalle opere folli e visionarie di Crowley, tra cui Mick Jagger, I Beatles, Ozzie Osbourne, Bruce Dickinson, Danny Carrey, Jimmi Page.
L'opera su cui ci focalizzeremo è Magick, uno dei libri fondamentali della vasta produzione di Aleister Crowley, che condensa in sé gran parte degli insegnamenti, sia teorici sia pratici, del pensiero magico dell'autore. L'opera può a tutti gli effetti essere considerata come uno dei capisaldi del pensiero occultista occidentale, e ispirandosi alle tradizioni tanto orientali quanto occidentali (egizie, induiste, gnostiche, buddhiste, esoteriche) è una vera e propria summa del pensiero Magico antico, senz'altro la più importante del XX secolo per vastità di orizzonti.
Essendo un'opera monumentale, non ho la pretesa di condensarla in un articolo, ma mi limiterò a sottolineare gli aspetti teorici principali, in grado di inquadrare al meglio la figura dell'Aleister Crowley pensatore, sfatando alcuni miti e invogliando il lettore ad affrontare e approfondire il testo personalmente.
Anzitutto, come anticipato in precedenza, Magick tenta di compiere un singolare sincretismo tra molteplici correnti religiose, filosofiche, esoteriche e mistiche, e contrariamente allo stereotipo del "Crowley ateo", il testo comincia con una disamina del valore della conoscenza religiosa. Religione che non è intesa in senso dogmatico, ma è qui analizzata alla luce di ciò che la vita religiosa è sempre stata in grado di trasmettere agli uomini di Genio, i capostipiti che hanno dato vita alle diverse correnti, che erano in grado, grazie al loro sentimento religioso, di condensare in sé un'energia immensa.
La critica di Crowley alla religione si volge esclusivamente al dogmatismo; anche le sue affermazioni apparentemente blasfeme si scagliano esclusivamente contro la visione passiva della religione e dei fedeli che rinunciano a salvarsi da soli, commissionando ad altri il compito di salvarli.  La blasfemia ha il ruolo di scuotere, di risvegliare e dunque di indurre la mente a cercare nuovi equilibri, più stabili e profondi.
Ogni uomo e ogni donna è una stella, dice Crowley nel Libro della legge. Questo perché ogni uomo e ogni donna è un Dio, che sarebbe in grado di brillare di luce propria, se solo riscoprisse la Volontà insita in lui; il che non è da intendersi in senso egoistico, come spesso viene frainteso, ma da una prospettiva più profonda. La Volontà di cui parla Crowley, come vedremo in seguito, è la Volontà magica, che corrisponde alla Volontà del Dio in grado di situarsi al di là del bene e del male, che riesce a dominare la realtà soltanto perché è stato prima in grado di dominare se stesso, divenendo così il motore immobile dell'intero universo.
Per questo, nelle osservazioni preliminari di Magick, Crowley si sofferma a individuare le energie comuni che animavano i fondatori delle principali religioni mondiali, come Buddha, Maometto e Gesù, i quali, al netto delle differenze dottrinali, erano spinti dalla medesima Volontà di fondo, che li rendeva capaci, metaforicamente, di compiere miracoli e spostare le montagne.
Una forza interiore simile, divina, si sviluppa con il tempo e con un costante esercizio volto verso se stessi.
 
"Ognuno di loro" dice Crowley parlando dei fondatori delle religioni "dopo aver taciuto fino al momento della sparizione, al suo ritorno cominciò immediatamente a predicare una nuova legge [...]. Tenuti nel debito conto il mito e la favola, ci troviamo comunque di fronte a quest'unica coincidenza. Un nessuno si allontana, e quando ritorna è qualcuno. [...] Qual era la natura del loro potere? Che cosa era accaduto loro, durante l'assenza? [...] I metodi consigliati da tutti questi personaggi presentano una sbalorditiva somiglianza tra loro. Raccomandano la virtù (di vario genere), la solitudine, l'assenza di eccitamento, la moderazione nella dieta, e infine una pratica che alcuni chiamano preghiera e altri chiamano meditazione (Le prime quattro, a un esame attento, possono apparire come semplici condizioni per favorire la preghiera o la meditazione" (Aleister Crowley, Magick, Astrolabio, p. 20-23).
 
L'uomo di Genio, il Mago, è colui in grado di attingere alle forze latenti nel suo animo attraverso un lungo periodo di apprendistato, un lungo lavoro su di sé che lo porti a dominare l'universo interiore per espandere poi tale dominio sull'universo esteriore. Il tutto allo scopo di rimuovere le influenze, tanto interne quanto esterne, che ci bloccano, ci incatenano, ci impediscono di sviluppare le forze latenti.
Si tratta di un lavoro psicofisico, che coinvolge tanto la mente quanto i pensieri in un unicum indissolubile.
 
"Liberando la mente dalle influenze esterne, causali o emotive, si consegue il potere di scorgere in parte la verità delle cose. Continuiamo, comunque, la nostra pratica. Decidiamo di essere padroni della nostra mente" (Aleister Crowley, Magick, Astrolabio, p. 25).
 
Crowley inizia dunque a descrivere una serie di esercizi psicofisici atti a prendere il controllo sulla mente, sul corpo e soprattutto sui pensieri. Si parte da forme di meditazione, come essere in grado di acquietare i pensieri, cercando di rimanere focalizzati su una singola idea per il maggior tempo possibile, senza far vagare la mente; oppure di esercitarsi a non pronunciare certe parole o a non pensare a certi concetti per un'intera giornata, allenando la propria Volontà anche con punizioni fisiche nel caso di infrazione (potrebbe sembrare estremo, ma si tratta di pratiche già praticate, ad esempio, dai monaci medievali). Altri esercizi mentali, atti a trascendere i valori comuni e ad assumere una prospettiva globale e divina delle cose, suggeriscono di immaginare situazioni limite, come il martirio dei cristiani in una arena, e immedesimarsi tanto nei cristiani tanto nei leoni, quanto nella vittima quanto nel carnefice, esattamente come Dio che vede ogni cosa e che allo stesso tempo è al di là di ogni cosa, senza coinvolgimento emotivo, motore immobile della realtà.
Dopo la descrizione di queste pratiche, Crowley passa in rassegna una lunga serie di "oggetti magici" da accostare all'esercizio pratico, come il tempio, il cerchio, l'altare, la sferza, il pugnale, la catena, la spada, la veste, la bacchetta etc. soffermandosi a lungo sulla descrizione delle loro funzioni rituali e simboliche. Non vi è spazio, qui, per descrivere gli usi e la ricca simbologia individuati da Crowley, ma basterà ora sottolineare un aspetto essenziale, che fa da comune denominatore a questa parte del testo. Come si analizzerà in seguito, la "magia" è un'arte pratica che consiste nel rendere sacro l'universo; ciò è possibile soltanto se si è in grado di trascendere la semplice realtà materiale, trasmutando l'intero cosmo in "simbolo". Il simbolo ha una potenza espressiva superiore alla parola, ed è dotato di un'energia superiore alla materia. Gli oggetti magici sono tali nel momento in cui si è in grado di trasmutarli con la propria psiche, andando al di là della loro funzione materiale e vedendo in esso il loro significato simbolico, rituale, che funge da maieuta per le forze interiori latenti.
In questo modo, ci si libera del semplice influsso materiale delle cose e si è in grado di vedere il mondo da nuove prospettive.
Alla stessa stregua di tale esercizio, dopo l'esplorazione dei simboli vi è l'esplorazione delle idee. Per liberarsi dai condizionamenti, il mago deve muoversi libero in ogni concezione filosofica e religiosa, per conoscere tutto lo scibile. Da qui il grande sincretismo di Crowley, e allo stesso tempo la curiosità che lo porterà, però, ad essere dominato dal sesso e dalle droghe.
Scrive l'autore:
 
"Finché esaminate un'idea, ne siete liberi. Non vi è nulla di male se un uomo sperimenta l'oppio, fumandolo o inghiottendolo; ma nel momento in cui smette di esaminarne gli effetti e prende ad agire per abitudine, senza riflettere, è nei guai" (Aleister Crowley, Magick, Astrolabio, p. 152).
 
L'esplorazione ha una funzione liberatrice; brillare da soli non è possibile se prima non si è esplorato la luce delle altre stelle. Per evitare di essere abbagliati da tale luce, bisogna dunque conoscerla e capire come brillare più intensamente, il tutto con spirito critico:
 
"I fantasmi peggiori di tutti sono le idee morali e le idee religiose. La salute mentale è la facoltà di adattare le idee nella giusta proporzione. Chiunque accetta una verità morale o religiosa senza comprenderla non finisce in manicomio solo perché non la segue in modo logico fino alla fine. Se qualcuno credesse veramente al Cristianesimo, se pensasse davvero che la maggior parte dell'umanità è destinata alla dannazione eterna, se ne andrebbe delirando in giro per il mondo, cercando di salvare gli altri. Non potrebbe dormire fino a quando l'orrore della mente lasciasse esausto il corpo" (Aleister Crowley, Magick, Astrolabio, p. 152-153).
 
Crowley non si scaglia contro la religione in sé, né fa professione di ateismo o attacca il Cristianesimo solo per suscitare scandalo; ciò che incoraggia, in questo passo, è una meditazione profonda sui principi religiosi, che sia in grado di andare al di là sia dello spirito letterale e dogmatico, sia di quello illuministico e razionalizzante. I principi religiosi vanno letti, interpretati e compresi come simboli, come metafora di una realtà interiore che non può essere compresa se non trasmutata in immagini. Immagini spesso paradossali, che trascendono i confini della logica ordinaria, perché per trasmutare la propria interiorità e accedere a livelli più profondi di comprensione dell'Abisso interiore ed esteriore, occorre abbattere le barriere vincolanti tanto del dogmatismo quanto dell'illuminismo.
Per questo tali "fantasmi", come Crowley li definisce, devono essere "evocati, esaminati e dominati; altrimenti possiamo scoprire che, proprio quando la vogliamo, c'è qualche idea cui non abbiamo mai pensato; e forse tale idea, balzandoci addosso di sorpresa alle spalle, può strangolarci. Questa è la leggenda dell'incantatore strangolato dal Diavolo!" (Aleister Crowley, Magick, Astrolabio, p. 153).
L'iniziazione alla magia è un percorso che prevede l'esplorazione dell'Universo in tutte le sue direzioni; e per esplorare l'Universo bisogna lasciarsi andare a tutte le esperienze che in esso sono contenute, e bisogna dunque analizzare tutte le idee, i concetti, le conoscenze, le realtà che ci circondano perché sapere è potere. In pieno stile crowleyano è un passo di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, in cui il protagonista, un personaggio misterioso chiamato Il Giudice, descrive e analizza su un proprio taccuino tutto ciò che incontra (persone, animali, minerali, oggetti) e che alla domanda di un uomo della sua banda, che gli chiede il perché di tale azione, Il Giudice risponde: "qualsiasi cosa che esiste senza che io la conosca, esiste senza il mio consenso".
Magia è Sapienza e Volontà, due colonne imprescindibili e complementari. Soltanto alla luce di Sapienza e Volontà è possibile comprendere, senza fraintendere, la nota frase di Crowley: "Fa ciò che vuoi sarà la tua legge". La Volontà senza Sapienza è furia cieca, che conduce all'autodistruzione: non è Volontà, è istinto, che trascina l'uomo senza che questi sia in grado di dominare realmente né sé stesso né il mondo. La Sapienza senza Volontà è teoria destinata a rimanere in potenza, senza la possibilità di essere portata all'atto.
Per questo nell'introduzione alla seconda parte di Magick, dedicata alla magia pratica, Crowley riporta un passo del Lemegeton di Re Salomone, in cui si legge:

"La Magia è la più Alta, più Assoluta, più Divina Conoscenza della Filosofia Naturale, progredita nelle sue opere e nelle sue mirabili operazioni grazie alla retta comprensione della virtù interiore e occulta delle cose; così che, essendo applicati veri Agenti e Pazienti, si produrranno strani e ammirevoli effetti. I Maghi sono profondi e diligenti ricercatori della Natura; grazie alla loro capacità, essi sanno come anticipare un effetto, che al volgo sembrerà un miracolo" (Crowley, Magick, Astrolabio, p. 164).
 
Quando la Volontà personale si attiva e mette in moto l'Universo, cambiandone anche solo una semplice parte, sta compiendo una vera e propria opera magica. Si rifletta attentamente su ciò: anche il più semplice gesto di Volontà è un atto con cui il pensiero conscio agisce sulla materia, modificandola. Si rifletta su tutti i mutamenti fisici che avvengono nel mondo a partire da forze "irrazionali", spiegabili esclusivamente con la fisica, e si mediti su come l'uomo, dotato di Volontà, sia in grado di intervenire attivamente in questo corso generando, con il proprio pensiero, nuove cause in grado di modificare gli eventi seguendo una ragione soggettiva, dominando la materia con il pensiero.
Nel momento in cui si assimila questa profonda verità, e si inizia a vedere ogni singolo gesto come un atto magico, ecco che si entra in una nuova e profonda visione della vita, in cui si inizia a meditare coscientemente sulle proprie azioni attribuendogliene una importanza maggiore.
Questa consapevolezza, necessaria per risvegliare le forze latenti nell'uomo, richiede però un sacrificio personale per portare all'atto la Volontà magica più profonda. Il termine sacrificio, che viene spesso considerato con sospetto, deriva da "sacrum facere", rendere/fare sacro; è l'uomo, con le sue azioni e le sue idee, che rende sacra la realtà, ed è per questo che il mago, secondo Aleister Crowley, non è semplicemente la persona che si illude di poter cambiare il mondo pronunciando qualche formula magica e creando degli infusi, ma è colui che ha intrapreso un lungo percorso ascetico di dominio delle idee, della volontà, delle azioni per "sacrificarsi", farsi sacro.
In quest'ottica bisogna leggere il ribaltamento delle cerimonie, apparentemente blasfemo, effettuato da Crowley. Scrive l'autore riguardo all'Eucarestia in Magick:
 
"Una delle cerimonie magiche più semplici e più complete è l'Eucarestia. Consiste nel prendere cose comuni, trasmutarle in cose divine e consumarle. Fin qui si tratta di un tipo di cerimonia magica comunissima, perché riassorbire la forza equivale a consumarla; ma, come si vedrà ora, ha un'applicazione molto più ristretta. Prendete una sostanza che simboleggi l'intero corso della natura, fatela Dio e consumatela" (Aleister Crowley, Magick, Astrolabio, p. 351).
 
E' l'uomo che, catalizzando la propria energia, rende sacra la natura, e da tale prospettiva ogni oggetto, gesto, evento può essere reso sacro dalla propria Volontà; si tratta di una concezione assimilabile a quella di Meister Eckhart, il quale sosteneva che l'uomo svuotatosi dalla propria volontà e colmatosi della Volontà divina, si era innalza a tal punto da coincidere con Dio e da rendere divine anche le azioni più semplici.
 
Per concludere questo breve spaccato su Aleister Crowley, volevo affrontare una domanda: Crowley è un pensatore pericoloso?
La mia risposta è: sì, è un pensatore pericoloso, ma non nel senso in cui comunemente lo si taccia di pericolosità.
Magick è un'opera equilibrata, forse la più accessibile al grande pubblico e che mostra un Crowley maturo, che ha metabolizzato un proprio pensiero e che ancora non si è lasciato trascinare dagli eccessi della tarda età. L'eccesso e il pericolo sono insiti nell'opera crowleyana, proprio per la sua pretesa di trascendere i limiti ordinari non per il semplice gusto del proibito, o per votarsi a una vita edonistica ed egoistica, ma per accedere a più profondi stati di coscienza. Il problema è che questa via iniziatica, che nel XX secolo venne definita "via della mano sinistra", è suadente quanto pericolosa, proprio perché difficile da dominare. Percorrerla è come salire in groppa a un toro imbizzarrito: per il tempo in cui si riesce a rimanere in sella, si ha l'illusione di un dominio assoluto e ci si sente invasi da una forza e da una volontà divine, indistruttibili. Ma basta una scalciata più potente delle altre, ed ecco che il toro ci scaraventa al suolo, e il rischio di finire schiacciati e incornati è tanto più reale tanto più a lungo abbiamo cavalcato il toro.
 
Aleister Crowley, Magick, Astrolabio.
 
Daniele Palmieri

domenica 1 aprile 2018

Colin Wilson: Supercoscienza

A tutti sarà capitato, almeno una volta nell'esistenza, di vivere dei momenti carichi di energia psicofisica, una gioia tanto intensa da essere inesprimibile, la sensazione che tutto sia meravigliosamente bello, che non vi sia alcuna incrinatura nel mondo e che l'universo sia un posto magnifico. Scariche di energia simili sono rare, ma si manifestano spesso in concomitanza di emozioni, eventi, sforzi estremi, come se il corpo e la mente, dopo una fatica senza eguali, fossero riusciti a scalare una una vetta inconscia, di cui ignoriamo l'esistenza, dalla quale è possibile ammirare uno spettacolo sublime, mai visto prima, che ci colma di Bellezza.
Mistici, filosofi, letterati, psicologi, religiosi, occultisti; molte personalità si sono concentrate su questo fenomeno, analizzato da molteplici prospettive, e quasi tutti, da Giovanni della Croce a William James, da Plotino a Dante, da Blake a Goethe o Schiller, hanno sempre associato queste "esperienze di picco" a percorsi tormentati, emozioni conturbanti, viaggi traumatici, sforzi inauditi, anni e anni di discipline ascetiche. Non si intende mettere in dubbio la validità e la potenza di tali pratiche, in grado di trasmutare l'interiorità umana in maniera sorprendente; tuttavia, è possibile vivere stati simili rimanendo ancorati a un "semplice" mondo quotidiano?
E' da questa domanda che si sviluppa Supercoscienza di Colin Wilson,  scrittore e saggista britannico dagli interessi eclettici, edito da Tlon Edizioni, a cura di Nicola Bonimelli.
Il libro, che spazia magistralmente tra psicologia, letteratura, poesia, teatro e filosofia, è un'analisi a tutto tondo sulle esperienze di picco, volta a indagarne non solo la teoria, ma soprattutto la pratica, per capire come sia possibile accedere a questi stati elevati di coscienza nella vita ordinaria. Come scrive Colin Wilson nell'incipit del libro:
"Ho settantacinque anni, e ho dedicato la maggior parte della mia vita alla ricerca di ciò che potrebbe essere definito i meccanismi delle esperienze di picco, o potenziamento della coscienza. Si può considerare questo libro come una sorta di manuale fai da te per il raggiungimento di questi stati".

 
L'esperienza di picco, stando alla descrizione di Wilson, è "l'esperienza di un'improvvisa e travolgente felicità, la sensazione che la vita sia meravigliosa" un fenomeno che non colpisce soltanto grandi mistici o uomini tormentati da sublimi emozioni, ma anche "persone sane", come sottolinea Wilson citando gli studi dello psicologo Abraham Maslow. Un esempio di semplice vita quotidiana riportato dallo psicologo è quello di una giovane madre, seduta a guardare figlio e marito, che improvvisamente si sentì sopraffatta "dalla sensazione del suo profondo amore per loro e dalla loro fortuna". Senza sapere come, la donna aveva varcato la soglia d'ingresso di una esperienza di picco.
L'aspetto peculiare di tale esperienza è che il quadro familiare era sempre stato di fronte a lei, non solo negli attimi prima dell'esperienza ma anche nei giorni, nei mesi e negli anni precedenti. E allora, come mai un'esperienza così improvvisa e sorprendente, come se la donna stesse assistendo a qualcosa di completamente nuovo? La risposta è tanto semplice quanto profonda: il segreto dell'esperienza di picco risiede nella scoperta di qualcosa che già si possiede; in tal caso, di una gioia familiare che era sempre stata latente, nascosta, profonda, un'energia a cui per la prima volta la donna riesce ad attingere "semplicemente" perché, senza nemmeno rendersene conto, ha accentuato la propria soglia di attenzione, guardando per la prima volta ciò che aveva sempre avuto di fronte agli occhi, e che prima ad allora si era solo limitata a "vedere".
Le esperienze di picco, suggerisce Colin Wilson, sono sempre a portata di mano, ma occorre sforzarsi per cogliere la meraviglia insita nei piccoli istanti. Siamo così bombardati da stimoli e pensieri, che la nostra mente trova estremamente difficile fermarsi e concentrarsi, e sballottata da una parte all'altra come una pallina da ping pong, non è in grado di focalizzare l'attenzione su un singolo aspetto della realtà e accorgersi che, parafrasando la poesia di Blake, anche un semplice granello di sabbia nasconde l'infinito. Ricordo che una volta, molti anni fa, in spiaggia, rimasi affascinato per almeno una decina di minuti dai granelli di sabbia quando mi accorsi che ciascuno di esso differiva dall'altro, e che ognuno era un cristallo in miniatura, senza nulla da invidiare ai cristalli e ai diamanti più preziosi sul pianeta. Quello che suggerisce Colin Wilson è che la realtà, esattamente come la spiaggia, è composta di una grana così sottile che ci sfugge fino a quando non siamo in grado di focalizzare la nostra coscienza sui singoli aspetti del mondo, accorgendoci della bellezza, della varietà di forme, esperienze, sensazioni, emozioni che possiamo vivere e che ci circondano, sia al di fuori sia dentro di noi.
Come mai è così difficile vivere queste esperienze, se sono così a portata di mano? Proponendo un innovativo percorso letterario atto a descrivere l'interiorità dell'uomo, Wilson illustra che tale difficoltà deriva da una sorta di "tripartizione" dell'animo umano, che oscilla tra tre diversi "modi di sentire e di vivere il mondo": illuminista, romantico e beckettiano/ecclesiastico (dalll'Ecclesiastae, omonimo libro dell'Antico Testamento).
L'anima illuminista è quella razionale, rigida, ferrea, che categorizza il mondo in concetti schematici, logici, semplici, e che, proprio per questo, non è in grado di cogliere la poesia delle cose, e viene sballottata avanti e indietro da esse come una pallina da ping pong, senza accorgersi che con le proprie categorizzazioni non sta effettivamente dando ordine al mondo, ma si sta facendo sballottare dal mondo, non riuscendo così a penetrare nel suo mistero.
L'anima romantica, al contrario, vive immersa nella poesia; una poesia che, tuttavia, è tormentata, dilaniata e dilaniante, sublime, che eleva l'uomo facendogli vivere immense esperienze di picco che, tuttavia, hanno una durata limitata. Estremamente elevato, in questo caso, "l'effetto sbornia"; tornati alla realtà quotidiana, si cerca disperatamente di rivivere quell'esperienza, che in precedenza non era stata indotta ma che si aveva subito passivamente. Di fronte al grigiore della vita ordinaria, il romantico è spinto alla commiserazione e all'autodistruzione, e per questo i protagonisti del romanticismo, tanto quelli letterari tanto quelli in carne ed ossa, soffrono di una insofferenza al mondo e di una incapacità di inserirsi in esso, che spesso li trascina all'autodistruzione.
Vi è infine l'animo beckettiano/ecclesiastico. Questa propensione al mondo spinge l'uomo in un labirinto senza uscita. Ogni cosa su cui posa lo sguardo è "vanità", cenere su cenere destinata a svanire; come nelle opere di Beckett, tutto risulta insensato, paradossale, cupo, senza uscita. Il mondo perde ogni colore e si riduca a una fosca sfumatura di grigio; con esso, ogni azione perde di significato e ci si sente incatenati al proprio letto, senza voglia di compiere azione alcuna.
L'uomo oscilla, più o meno consapevolmente, tra queste tre anime, e ciascuna di esse tende a prendere il sopravvento. Le esperienze di picco di cui parla Wilson, nonché il grado di coscienza a cui aspira ad accedere, sono in grado di trascendere queste condizioni limitate e limitanti, che spesso impediscono all'uomo di agire nel massimo delle potenzialità, per fargli vivere in maniera autentica, intensa e allo stesso tempo equilibrata ogni attimo della sua esistenza.
Come accennato in precedenza, la focalizzazione dell'attenzione nei confronti del mondo, tanto interiore quanto esteriore, permette all'uomo di attingere a energie profonde e latenti, in grado di cambiare il suo modo di vedere il mondo. Per concludere con un altro esempio di Wilson, riportando le parole conclusive di Supercoscienza:
 
"Quando mi sento giù e triste, è come se la mia attenzione si disperdesse, come le palle da biliardo su un tavolo. Non appena presto attenzione, è come se le palle da biliardo si riunissero, tutte insieme, nel centro del tavolo. E se divento profondamente interessato a qualcosa, è come se iniziassero a spostarsi le une sulle altre, per formare una seconda fila. Quando rilasso la mia attenzione, si separano e crollano. In questi stati di concentrazione ed eccitazione, posso cogliere un barlume di un altro livello. Posso vedere che se riuscissi a raggiungere uno stato di sufficiente concentrazione, le palle da biliardo comincerebbero a muoversi l'una sull'altra fino a formare una piramide. E questa piramide non collasserebbe mai. Perché la mia sensazione del significato sarebbe così profonda, il mio interesse per ogni cosa così grande, che avrei superato il punto da cui il regresso o il collasso è ancora possibile. Sarei sostenuto da un'assoluta percezione del significato. E per la razza umana questo sarebbe il passo decisivo per divenire più simile agli dèi" (Colin Wilson, Supercoscienza, pp. 241-242, Tlon Edizioni).

 
Colin Wilson, Supercoscienza, a cura di Nicola Bonimelli, Tlon Edizioni
 
Daniele Palmieri

lunedì 26 marzo 2018

Cicerone: La saggezza degli stoici (attraverso sei paradossi)

I paradossi degli stoici è un breve trattato di Cicerone, dedicato a Bruto, in cui l'oratore, politico e filosofo romano compendia la saggezza dello stoicismo in sei paradossi, brevi e lapidarie sentenze lontane dal comune sentire, ma che proprio ribaltando le opinioni consuete rivelano una profonda sapienza.
Vediamo, dunque, quali sono queste sei proposizioni elencate da Cicerone e come esse riassumano in sé il sapere dello stoicismo.
 
1) E' buono solo ciò che è onesto.
Tra le grandi discussioni all'interno dello stoicismo, che Cicerone tratta nel De officiis, sul calco di Panezio, vi fu quella che vide contrapporsi l'onesto e l'utile. Cosa bisogna fare quando l'utilità personale collide con il bene pubblico? A cosa bisogna dare la preminenza, all'interesse individuale ed egoistico, seguendo una sorta di "legge di natura", oppure al bene collettivo, dando preminenza alla legge civile? Secondo gli Stoici, tra cui Panezio, il conflitto è solo apparente. Difatti, onesto e utile coincidono sempre, poiché onesto è solo ciò che è buono, e se qualcosa è buona per forza di cose è anche utile, anche se apparentemente sembra andare contro l'interesse individuale. Con "buono" si intende ciò che non va contro la legge morale interiore, ordinatrice tanto della nostra anima, quanto delle relazioni sociali e quanto dell'ordine del cosmo. Si tratta del Lògos ordinatore, che fa in modo che ogni cosa sia a suo posto e che non vi siano conflitti che dilanino la nostra anima, la società o il cosmo stesso. Questa legge interiore è il bene più prezioso che possediamo, poiché è essa a dirigere la nostra vita e soltanto con essa possiamo vivere senza smarrirci; qualsiasi bene esterno non potrà mai arricchirci più di quanto ci arricchisce la legge interiore, unico bene che nessuno potrà mai sottrarci, e che possiamo perdere soltanto nel momento in cui noi, cedendo al vizio, la abbandoniamo. Ne consegue che l'utile personale coincide soltanto con ciò che è onesto, come evitare di mentire al prossimo per mero interesso egoistico, e ciò è "buono" proprio perché coincide con la legge morale interiore, che porta equilibrio tanto in noi stessi quanto nella vita.
 
2) Chi possiede la virtù non ha bisogno di altro per vivere felicemente.
Come accennato in precedenze, non vi è bene più grande della nostra legge morale interiore. Per approfondire questo concetto, non bisogna pensarla come un freddo e astratto "imperativo categorico" alla Kant, un dovere astratto e impersonale, ma come una norma di vita vissuta, volta a equilibrare noi stesso con il mondo esterno e, attraverso lo sviluppo delle virtù, aiutarci a trovare un cardine inamovibile che ci permetta di rimanere saldi in ogni tempesta. Per questo solo chi possiede la virtù può essere detto felice. La virtù è quel bene stabile che, una volta acquisito, rende i beni esterni soltanto accessori, poiché attraverso la virtù impariamo a essere continenti, a bastare a noi stessi, a essere liberi in ogni situazione, a non lasciarci condizionare dal prossimo e a resistere alla fatica, alle intemperie, ai dolori della vita.
 
3) Ogni colpa è equivalente, così come ogni buona azione.
Come sostenevano gli Stoici antichi, che tu sia sul fondo del mare o soltanto con naso e bocca immersi sotto il pelo dell'acqua, in entrambe le situazioni affogherai, anche se nel secondo caso l'aria si trova a pochi millimetri dalle tue narici. Con questa metafora, gli stoici spiegavano il terzo paradosso citato da Cicerone. Ogni colpa testimonia un vizio, e dunque un'imperfezione che allontana ugualmente il filosofo dalla sapienza, poiché, come scritto in precedenza, per gli Stoici la sapienza non è un sapere astratto e teoretico, ma una saggezza di vita vissuta, che si conosce soltanto quando si mette in pratica e che si possiede soltanto quando si vive per intero, ossia quando si è stati in grado di sviluppare tutte le virtù. Ed è per questo che, similmente ai vizi, ogni buona azione, dalle più semplici alle più eroiche, si trova sullo stesso livello: poiché ogni buona azione testimonia una ben più profonda virtù interiore, che porta ad agire sempre coerentemente al proprio principio morale.
 
4) Ogni stolto è pazzo.
Gli stolti sono coloro che, cadendo nel vizio, si condannano all'autodistruzione, a una vita in balìa degli eventi e, dunque, a una vita infelice. Gli stolti sono infelici per loro stessa scelta, visto che costruiscono ogni giorno la propria vita non su fondamenta stabili, come quelle della virtù, ma su fondamenta di sabbia: i beni esterni e il vizio, che possono però venire a mancare da un momento all'altro. E chi, se non un pazzo, costruirebbe la propria casa sulla sabbia?
 
5) Solo il sapiente è libero; ogni stolto è servo.
Visto che lo stolto ripone la propria felicità in balia dei beni esteriori, che sono per natura fragili e mutevoli, esso ne diviene schiavo: schiavo del loro movimento, spaventato dal loro mutamento, è costretto a correre dietro la loro fuga e allo stesso modo è sballottato dai propri desideri smodati che non è in grado di gestire. Al contrario il sapiente, che ha posto in se stesso il proprio fondamento e che ha riposto in sé il principio della propria azione, è padrone assoluto della propria volontà e, dunque, libero di agire in base a ciò che pensa, senza alcun condizionamento.
 
6) Solo il sapiente è ricco.
Ogni animale, se intrappolato, anela ad essere libero; eppure, l'uomo è l'unico animale che, spesso, rinuncia volontariamente alla propria libertà, condannandosi a una vita di schiavitù, in balia di ricchezze effimere e di desideri smodati. Per questo solo il sapiente è ricco; si possono possedere tutte le ricchezze esteriori del mondo, ma intrappolarsi così in una torre d'oro e avorio. Uno solo è il tesoro che conta: la virtù, che permette all'uomo di liberarsi da ogni catena e di vivere in assoluta libertà.
 
Cicerone, I paradossi degli stoici
Daniele Palmieri

giovedì 22 marzo 2018

Alberto Magno: Accostarsi a Dio. La meditazione cristiana del silenzio

Alberto Magno fu uno dei più alti ingegni non solo del medioevo, ma probabilmente di tutta la filosofia occidentale. Soprannominato "doctor universalis" per la vastità del suo sapere, e patrono degli scienziati, oltre a essere stato il maestro di Tommaso d'Aquino che ne intuì l'ingegno, ha lasciato ai posteri una quantità monumentale di scritti che spaziano in ogni campo del sapere: scienze naturali, logica, teologia, nonché i primi commentari medievali alle opere aristoteliche, che riportarono in auge il filosofo greco dopo anni di oblio.
Purtroppo, nella nostra epoca Alberto Magno è una delle tante personalità dimenticate, che la nostra cultura, mai come ora ingrata con i suoi ingegni del passato, sembra aver messo da parte; è pressoché impossibile, infatti, trovare edizioni recenti delle sue opere. Per questo sono rimasto subito colpito quando ho visto, nello scaffale di una libreria, il breve trattatello che qui presento: Accostarsi a Dio (in latino: De Adhaerendo Deo), edito da Appunti di viaggio edizioni, a cura di Alessia Piana.
Il breve trattato è una piccola perla di meditazione occidentale. Si tratta, infatti, di una serie di consigli volti a purificare la mente e il cuore attraverso la preghiera, qui presentata però come una vera e propria forma di meditazione atta a elevare l'animo. Scrive Alberto Magno nel primo capitolo del testo:
"Così in Matteo: Quando preghi entra nella tua camera, ossia nell'intimo del tuo cuore e chiusa la porta dei sensi, con cuore puro, con la coscienza a posto e con fede salda prega il Padre tuo in spirito e verità, nel segreto. Ciò avviene liberandosi e spogliandosi di tutto, raccogliendosi completamente in se stessi, escludendo e obliando qualunque cosa e rimanendo in silenzio davanti a Gesù, mentre la mente manifesta fiduciosa i propri desideri a Dio, e con pieno slancio del cuore e d'amore, nella sua più intima essenza, in sincerità e pienezza, si dilata, si immerge, si estende, si infiamma, si dissolve in se stessa" (Alberto Magno, Accostarsi a Dio, Appunti di viaggio edizioni, pp. 32-33).

Chi voglia aprirsi a questo stato deve chiudere gli occhi, volgersi esclusivamente al proprio intimo, dimenticandosi tutto: di avere un corpo, di trovarsi in uno spazio e in un tempo, di essere circondato da oggetti, persone, animali, cose. Deve trascendere la realtà senza nemmeno affidarsi all'immaginazione, ma soltanto attraverso la cosiddetta "teologia negativa" introdotta da Dionigi Areopagita, che a partire dalla negazione di tutto ciò che è di questo mondo permette alla mente di immergersi nella tenebra divina. nell'essenza di Dio che, in quanto tale, non può che essere al di là di tutto ciò che possiamo concepire.
Questa forma di meditazione deve essere applicata con cuore puro, ossia distaccato da tutto ciò che è terreno: non solo gli oggetti, ma anche le passioni, i vizi e soprattutto i pensieri poiché, come scrive Alberto Magno:
"Quanto più la mente è impegnata a pensare e a dedicarsi alle cose inferiori e umane, tanto più si allontana dalle cose superiori e celesti. Con quanto più fervore le facoltà vengono spostate dal ricordo, dall'amore e dal pensiero delle cose inferiori alle cose superiori, tanto più sarà perfetta l'orazione e pura la contemplazione: perché la mente non può dedicarsi perfettamente a due cose che sono dissimili come il giorno e la notte" (Alberto Magno, Accostarsi a Dio, Appunti di viaggio edizioni, p. 37).

Ogni pensiero è un velo che, per quanto sottile, ci separa da Dio. La nostra mentre deve tornare limpida e trasparente, come uno specchio d'acqua, e come in uno specchio d'acqua bisogna lasciar sedimentare la terra, il fango e gli altri rimasugli per farlo tornare puro. Per riuscire a recuperare questo stato di quiete edenica, bisogna raccogliere ogni moto dell'anima, anche quelli più dolorosi, ed elevarlo a Dio, convogliando le sue energie non per tormentarci ma per ascendere alla tenebra divina che sussisteva prima che le cose fossero create, prima ancora che fosse fatta luce. "Con diligenza, solerzia e slancio libera cuore, sensi e sentimento da tutto ciò che potrebbe ostacolarne la libertà, incatenandoli e assoggettandoli" (Alberto Magno, Accostarsi a Dio, Appunti di viaggio edizioni, p. 46).
Elevare i moti interiori non è possibile senza un appiglio al quale aggrapparsi per farsi forza durante la salita; questo appiglio, immobile ed elevato, è l'idea stessa di Dio. Bisogna essere in grado di focalizzare la propria mente sulla sommità e la trascendenza di Dio, per colmare la mente della sua luce e non lasciar così spazio ad altri pensieri. A tal proposito, Alberto Magno adopera una bellissima metafora "di viaggio":
"Prendi ad esempio una persona che sale su una montagna. Se la nostra anima, che va verso il basso, si immerge nella bramosia, subito è attratta da distrazioni e sentieri fallaci, e si disperde e si divide in tante parti quanti sono i suoi desideri e ne conseguono un movimento senza costanza, una corsa senza meta, una stanchezza senza riposo. Se però il nostro cuore e il nostro spirito, per amore e desiderio, si liberano dalle infinite distrazioni delle cose terrene, abbandonando a poco a poco le cose umane per raccogliersi nell'unico bene immutabile e soddisfacente, impareranno a stare con se stessi e si uniranno a lui inseparabilmente per mezzo del sentimento" (Alberto Magno, Accostarsi a Dio, Appunti di viaggio edizioni, p. 58).

Immersi nella tenebra divina, saremo in grado di riscoprire una nuova luce, del tutto dissimile a quella che conosciamo con i nostri occhi. Una agostiniana luce interiore, che arde perpetuamente dentro di noi e verso la quale possiamo volgerci in ogni momento, in ogni luogo, in ogni situazione, semplicemente chiudendo gli occhi e anelando al silenzio.
Una luce che all'inizio sembra fioca, e che bisogna allenarsi a vedere aprendo l'occhio interiore dell'intelletto. Secondo la tripartizione aristotelica, ripresa per la prima volta da Alberto Magno e ampliata alla luce della filosofia cristiana, l'anima umana è suddivisa in anima vegetativa, sensitiva e intellettiva. Le prime due sono le "anime terrene", volte rispettivamente ai bisogni fisiologici di base, ai sensi e alle emozioni; l'anima intellettiva è invece l'anima prettamente umana, a sua volta divisa in ragione e intelletto. La ragione è la ratio ordinatrice, che tuttavia è ancora volta agli oggetti mondani e temporali, sebbene sia in grado di astrarli per dargli una ratio, un ordine, raggruppandoli in concetti generali e stabilendo le connessioni logiche. L'intelletto è invece la facoltà più elevata, che concerne proprio l'intuizione del sovrasensibile e la visione della luce divina. L'intelletto è ciò che avvicina l'uomo a Dio, che si trova, come abbiamo visto, al di là della ratio. Tuttavia, questa facoltà che è l'ultima per ordine di apparizione, deve essere coltivata per portarla al massimo grado del suo sviluppo, e ciò che permette di coltivarla è la contemplazione.
La quieta meditazione del silenzio permette di aprire l'occhio interiore dell'intelletto e di cogliere, sempre più intensamente, il bagliore interiore e il mondo che trascende la realtà sensibile, liberando così l'uomo da tutti i suoi dolori e tutte le sue afflizioni, attraverso un mistico ricongiungimento con l'eternità.
Per concludere, il breve trattato di Alberto Magno è un'utile guida per i sentieri dello spirito, ed è inoltre un'ottima introduzione alle pratiche di meditazione occidentali, troppo spesso ignorate in favore, invece, alle pratiche orientali. Dico questo non per screditare le nobili e antiche pratiche meditative orientali, ma perché penso che sia importante recuperare una altrettanto profonda tradizione contemplativa occidentale. Accostarsi a Dio di Alberto Magno permette di riscoprire questa illustre tradizione, che contiene insegnamenti del tutto affini a quelli che generalmente si cercano nelle pratiche meditative orientali, e a partire da questo fondamentale confronto, che non può far altro che arricchire, permette di comprendere come certi pensieri, certe pratiche e certi vissuti spirituali siano interconfessionali e senza tempo.

Alberto Magno, Accostarsi a Dio, Edizioni appunti di viaggio

Daniele Palmieri 

martedì 20 marzo 2018

Gébelin: Il gioco dei tarocchi e la sapienza egizia

Per molti anni, dal XVII alla fine del XVIII secolo, i Tarocchi furono considerati soltanto un semplice gioco di carte. 
Dopo una lunga tradizione nelle famiglie nobiliari italiane, era ormai divenuto appannaggio di un'ampia fascia della popolazione e spopolava in tutta Europa, gareggiando in popolarità con gli scacchi. Eccetto rare testimonianze, la cartomanzia era pressoché sconosciuta e nelle città non era ancora possibile trovare, ai bordi delle strade, banchetti più o meno improvvisati per farsi leggere il futuro nelle carte.
La situazione cambiò radicalmente quando nel 1781 Antoine Court de Gébelin pubblicò un'immensa opera dal titolo Il mondo primitivo; uno dei primi tentativi di "antropologia comparata" in cui l'esoterista francese tentò di rintracciare i fili conduttori religiosi e culturali tra i diversi popoli. L'opera, pur nella sua idea innovativa, scarseggiava però di fonti, e divenne nota nei secoli a seguire soprattutto per un capitolo, l'VIII, intitolato: Il gioco dei tarocchi.
Nelle prime righe di questo capitolo, le più famose dell'intero testo e citate pressoché in ogni testo sulla materia, Gébelin scrisse:
"Se si venisse a sapere che ai nostri giorni esiste ancora un'opera degli antichi Egizi, sfuggita alle fiamme che divorano le loro superbe biblioteche, che racchiude la più pura dottrina su argomenti interessanti, saremmo tutti ansiosi di conoscere un libro così prezioso, così straordinario. La sorpresa sarebbe ancora più grande se si aggiungesse che questo testo è molto diffuso in gran parte dell'Europa e che da molti secoli è alla portata di tutti. E la sorpresa toccherebbe il culmine se si scoprisse che quest'opera è di origine egizia e che la si possiede come se non la si possedesse, visto che nessuno ha mai cercato di decifrarne neanche un foglio. Inoltre il frutto di una saggezza così squisita è considerato generalmente un ammasso di figure stravaganti che di per se stesse non significano nulla. [...] Questo libro egizio, unico superstite di quelle superbe biblioteche, esiste tutt'ora ed è persino così comune che nessuno studioso lo ha ritenuto degno di attenzione; nessuno prima di noi ha infatti mai supposto la sua illustre origine. [...] Questo libro è, in una parola, il Gioco dei Tarocchi" (Gébelin, Il gioco dei tarocchi, pp. 7-8).
Gébelin, per la prima volta, focalizzò l'attenzione su due aspetti dei Tarocchi: la loro origine e la loro simbologia. Questa fu la sua più grande intuizione che, come vedremo in seguito, darà via a una lunga tradizione di studi. Tuttavia, insieme a questa grande intuizione fece due grandi errori, rispondendo in maniera completamente fuorviante alle domande da lui sollevate sia sulla storia sia sul simbolismo dei tarocchi. Risposte che, per almeno un secolo e mezzo, svieranno anche i ricercatori successivi e che porteranno in auge la cartomanzia.
Ma procediamo con ordine e tentiamo di analizzare quali sono le argomentazioni che Gébelin porta in sostegno all'interpretazione egizia dei Tarocchi.
Benché Gébelin tratti l'aspetto storico nella seconda parte del testo, partiremo da questo e dalla (presunta) etimologia individuata dall'esoterista francese.
Tra gli indizi egiziani nascosti nel gioco ci sarebbe, appunto, il nome stesso; Tarocco deriverebbe dalla parola egizia tar, che significa via, e dalla parola rog, che significa regale, e il valore sapienziale del testo sarebbe appunto il suo essere una porta d'accesso simbolica a una "via regale", poiché in esso sarebbe contenuto tutto lo scibile esoterico di questo popolo. Sempre dal punto di vista etnografico, i quattro colori e i quattro semi rappresenterebbero le quattro caste sacerdotali: Spada per designare sovrano e nobiltà, Coppa per designare clero e sacerdoti, Bastone per indicare gli agricoltori e Oro per indicare i mercanti. Anche il numero sette, ricorrente nel numero dei Trionfi (21 + 1) e nel numero complessivo delle carte (77), entrambi multipli di sette, indicherebbe un'origine sacrale egizia, essendo il 7 un numero sacro a cui questo popolo riconduceva tutti gli elementi e tutte le scienze.
Come sarebbe finito, dunque, questo fantomatico libro egiziano in occidente, è possibile che sia mutato a tal punto da essere reso irriconoscibile?
Secondo Gébelin, nei primi secoli della Chiesa, tra II e III secolo d.C., gli egiziani erano molto numerosi a Roma, città in cui da tempo avevano importato il culto di Iside, insieme alla loro sapienza tramandata in lamine geroglifiche.
Rimasto sempre relegato al mondo delle élite culturali, esso si sarebbe poi diffuso tra il popolo in tutta Italia, soprattutto nel XIV secolo, epoca a cui risalgono le testimonianze dirette più antiche. Tuttavia, rimaneggiate nel tempo, le antiche figure geroglifiche sarebbero state fraintese dagli stampatori ignoranti e riadattate dalla censura cristiana, che non poteva accettare il simbolismo pagano. Da qui sarebbe poi giunto in Francia, a Marsiglia, ma mutato a tal punto dalla cultura e dai secoli da essere reso irriconoscibile.
Passando ora al simbolismo, come scrive Gébelin:
 
"I Trionfi sono in numero di ventidue e rappresentano in generale i Capi temporali e spirituali della società e quelli fisici dell'agricoltura, le Virtù cardinali, il matrimonio, la morte e la resurrezione o la creazione, i diversi giochi della Fortuna, il Saggio e il Folle, il Tempo che tutto consuma. Si afferra al volo che tutte queste carte sono altrettante tavole allegoriche che riguardano l'insieme della vita e sono suscettibili di infinite combinazioni" (Gébelin Il gioco dei tarocchi, Castelvecchi, p. 13).

 
Ogni carta conterrebbe dunque un'allegoria e un enigma, testimonianze della sapienza egizia, che Gébelin nella sua analisi simbolica tenta di recuperare.
Il primo gruppo è quello che va dal Matto (0) fino all'Innamorato (VI) che rappresenterebbero la società egizia: le caste e le relazioni sociali.
Il Matto, in quanto Trionfo 0, è una sorta di Intoccabile che si trova al di fuori del mazzo e che, per questo, ha senso di esistere solo in presenza del mazzo. Come scrive Gébelin "Ha solo il valore che dà agli altri, proprio come lo zero, mostrando così che nulla esiste senza la sua follia" (p. 15).
Il Bagatto (I), o giocatore di dadi, "indica che la vita intera non è che un sogno, un gioco di prestigio; un gioco perpetuo del caso o dell'incontro di mille circostanze che non dipendono mai da noi e sul quale influisce necessariamente, in larga misura, la condotta complessiva" (p. 17).
Imperatrice (III) e Imperatore (IV), che Gébelin chiama Re e Regina, rappresenterebbero la casta regale, il cui compito è quello di governare la società e occuparsi del potere temporale.
Il Papa (V) e la Papessa (VI), che Gébelin chiama Gran Sacerdote e Gran Sacerdotessa, sarebbero gli antichi ierofanti, custodi sacri della religione egizia, che gli antichi stampatori avrebbero trasmutato poi in Papa e Papessa per coprire il culto pagano, ma senza preoccuparsi di spiegare l'incoerenza della seconda figura femminile, assente nel sacerdozio cattolico, e che invece si spiegherebbe secondo l'antico culto egizio dove i due sacerdoti potevano e, anzi, dovevano sposarsi, riflessi sacri di Iside e Osiride.
Il Carro (VII) è rinominato da Gébelin Osiride trionfatore, e rappresenterebbe il Dio Osiride all'apice della sua gloria, che accede nel mondo trionfante sul suo carro da guerra.
L'ultima carta di questa prima serie, L'innamorato (VI) è rinominata da Gébelin Il Matrimonio, attribuendo ai fabbricanti di carte la prima errata denominazione e anche l'aggiunta di cupido, e che nell'iconografia egizia rappresenterebbe l'unione e la fede coniugale.
Il secondo gruppo è composto dalle quattro virtù cardinali.
La Forza (XI), la Temperanza (XIV), la Giustizia (VIII) e la Prudenza (XII); in generale, queste quattro virtù rappresenterebbero le virtù più elevate che un uomo può acquisire nella sua vita, per ascendere al pari degli déi. Un inciso merita la carta che Gébelin individua come "Prudenza", la XII, ma che in realtà in tutti i mazzi è indicata come "L'appeso. In questo trionfo vi è rappresentato un uomo appeso a testa in giù per una gamba, e con l'altra invece piegata. Secondo Gébelin, gli stampatori avrebbero erroneamente capovolto in fase di stampa questo trionfo che, invece, non rappresenterebbe un "appeso" ma un "uomo dal piede sospeso", pede sospenso in latino, che sarebbe stato erroneamente interpretato come "piede appeso". Questa nuova interpretazione viene data da Gébelin proprio per spiegare l'assenza della quarta virtù cardinale, che sarebbe rappresentata dall'uomo dal pede sospenso proprio perché esso darebbe l'idea di un uomo prudente che, prima di compiere qualsiasi passo, tasta il terreno.
Dopo questo gruppo, comincia una nuova tavola dedicata alla luce, metafora della sapienza sacra e ultraterrena.
Prima carta è L'Eremita (IX), chiamata da Gébelin Il Saggio o cercatore della verità e del giusto, è interpretato come il simbolo universale del sapiente che, ritiratosi dal mondo, si dedica esclusivamente alla saggezza eterna, rappresentata dalla sua lanterna.
La seconda è Il Sole (XIX), "padre fisico degli umani e della natura intera. Egli rischiara gli uomini nella società, presiede alle loro città, dai suoi raggi stillano lacrime d'oro e perle che simboleggiano le benefiche influenze di quest'astro" (p. 35)
Similmente la Luna (XVIII) è emblema della luce, la luce notturna che non solo rischiara ma che in Egitto, aveva una stretta connessione con le acque, le acque del Nilo che gonfiava con il suo ciclo, Nilo che nella carta sarebbe rappresentato proprio ai piedi della Luna.
La Stella (XVII), rinominata da Gébelin La Canicola, sarebbe Sirio, la stella per eccellenza, detta appunto Canicola dagli antichi egizi, poiché essa appare quando il sole esce dal segno del cancro, segno presente nell'aragosta della carta precedente. La donna che nella carta versa l'acqua dalla brocca sarebbe un ritratto della dea Iside, "alla cui benevolenza si attribuivano le inondazioni del Nilo, che iniziano al sorgere della Canicola, cosicché il suo apparire era il segnale dell'inondazione. E' per questa ragione che Canicola era consacrata a Iside e ne era il simbolo per eccellenza" (p. 41).
La settima tavola conterrebbe gli eventi funesti. Anzitutto La morte (XIII), tredicesimo Trionfo perché notoriamente il tredici è un numero nefasto e, inoltre, rappresentando i Tarocchi un gioco di guerra come gli scacchi, anche nell'antico Egitto questo gioco sacro doveva concludersi con l'estrema capitolazione.
Altra carta funesta è Il Diavolo (XV), che secondo Gébelin sarebbe la metamorfosi cristiana del demone Tifone, eterno nemico di Iside e Osiride.
La Torre (XVI) è chiamata dall'esoterista francese Casa di Dio o Castello di Plutone, e richiamerebbe un antico mito narrato da Erodoto che narra di un principe Egizio, Rampsinito, che commissionò a due architetti la costruzione di una torre per custodire le sue ricchezze, salvo poi scoprire che questi avevano inserito un mattone removibile per rubargli, di nascosto, parte dei suoi tesori. La loro punizione fu proprio la caduta dal punto più alto della torre, e il Trionfo sarebbe dunque un racconto allegorico sulla truffa e l'avarizia.
La Fortuna (X) mette in scena il continuo circolo del fato, che prima innalza e poi riporta a terra gli uomini, in un eterno e mutevole divenire.
L'ottava e ultima tavola conterrebbe gli insegnamenti mistici.
Anzitutto Il Giudizio (XX), il cui nome e l'iconografia, secondo Gébelin, furono modificati. A suo dire, la carta originale non avrebbe avuto la tomba né sarebbe stato un richiamo al risorgere dei corpi nel giorno del giudizio, ma avrebbe contenuto solo l'angelo con la tromba, espressione della Creazione del tutto e il suo nome sarebbe, appunto, La Creazione, tant'è che la carta successiva è Il Mondo (XXI) o, più precisamente, Il Tempo, primo elemento creato secondo la cosmogonia egizia, a cui rimanda ogni elemento della carta: la corona circolare che ruota, la donna che fugge, i quattro emblemi simbolo delle quattro stagioni.
In queste 22 lamine, sarebbe dunque rinchiuso il fiore dell'esoterismo Egizio.
Scrigno di tutta la saggezza degli antichi Egizi, la sua potenza divinatoria deriverebbe proprio dal contenere ogni informazione possibile, comprese le informazioni sul futuro che ci aspetta.
Per concludere questa analisi del testo di Gébelin, come si è anticipato in precedenza le sue intuizioni furono tanto originali quanto fantasiose. Anzitutto, l'autore non porta alcun dato storico e filosofico concreto sulla presenza di un testo tramandato in lamine geroglifiche e risalente ai primi secoli dopo cristo, e nemmeno la ricostruzione successiva di Etteilla, che identificherà gli Egizi superstiti in occidente con gli zingari che avrebbero poi diffuso, viaggiando, la loro conoscenza sotto forma di carte ha alcun fondamento storico. Tuttavia è vero, come sostiene Gébelin, che l'Italia fu la patria del Tarocco così come oggi lo conosciamo, ed è anche parzialmente giusta l'intuizione orientale della sua origine. Stando ai più recenti studi storici, i semi sarebbero di importazione Araba e i Trionfi sarebbero invece una produzione autoctona, commissionata da famiglie nobiliari come quella dei Visconti, che non attinse all'iconografia egizia ma che, anzi, condensò il sapere artistico e culturale del medioevo occidentale.
Se labili sono le prove storiche, ancora più incerta è la ricostruzione e la lettura iconografica sopra illustrata. Gébelin, come molti esoteristi del suo tempo, eccelle in fantasia e nella lettura allegorica dei simboli, ma oltre a eccellere spesso eccede, come quando, per adattare le immagini alle proprie intuizioni, giunge a storpiare completamente il significato e l'iconografia della carta, ad esempio quando trasforma, senza alcun rigore filologico, "L'Appeso" ne "La Prudenza". Per spezzare una lancia a suo favore, bisogna però dire che sul territorio del simbolo il rigore non può certo essere il medesimo della ricerca storica e filosofica, e Gébelin ha il merito di aver portato alla luce, per primo, alcuni significati simbolici delle carte e ad aver dato vita agli studi in materia. Se si pensa, inoltre, che alcuni simboli sono senza tempo e trascendono le culture, poco importa se Gébelin fraintende il Papa con uno Ierofante egizio, poiché sia Papa sia Ierofante sono simboli di un archetipo, quello del Sacerdote, ben più remoto, e se dal piano storico non è possibile accostare le due figure, è invece legittimo farlo sul piano simbolico, anche a tal punto di incrociarle e confonderle l'una nell'altra.
 
Antone Court de Gébelin, Il gioco dei tarocchi, Castelvecchi Edizioni.

Daniele Palmieri