domenica 15 ottobre 2017

Intervista a Emanuele Franz, filosofo friulano

Qualche giorno fa, ho brevemente introdotto sul blog la figura di Emanuele Franz, filosofo ed editore friulano, fondatore della Audax Edizioni, con la recensione di una delle sue opere: Le basi esoteriche della geometria frattale. Per una metafisica dell'albero.
Nato a Gemona del Friuli nel 1981, Emanuele Franz, come già ho avuto modo di anticipare, è un pensatore poliedrico in grado di spaziare in ogni campo del pensiero e di forma letteraria. Ed è con grande piacere, dunque, pubblico un'intervista da lui gentilmente rilasciatami.

Daniele Palmieri.: Come è avvenuto il tuo primo incontro con la filosofia?

Emanuele Franz: Quando ero bambino ricordo un episodio che ha deciso le sorti della mia esistenza. Ero in gruppo di altri bambini nel giardino di una grande residenza, di un castello. Io mi sono allontanato dal gruppo per andare a cercare qualcosa nella penombra dei sotterranei infiniti e labirintici di questo castello. Sentivo da fuori le voci preoccupate di chi mi cercava, mi chiamavano. Avevo paura, vedevo uno scosceso labirinto di crocicchi, di stanze, di ripostigli e corridoi dipanarsi davanti ai mio occhi di infante. Dall’altra, dietro di me, la sicurezza degli amici, della famiglia, che mi chiamavano a sé. Se non fossi rientrato mi avrebbero sgridato, avrei pagato lo scotto della mia avventura con la disapprovazione di chi mi voleva bene, ma dall’altra, un buio infinito mi chiamava, ero solo, ero terrorizzato, ma una Forza più grande di me mi chiamava. Io Volevo sapere, volevo sapere cosa c’era in fondo a quei cunicoli, a quei corridoi nascosti. A qualsiasi costo. In quel momento ho rinunciato a qualsiasi sicurezza, a qualsiasi interesse personale, per sapere cosa c’è al di là dell’ombra. Da quella scelta, non sono mai più tornato indietro.

D.P.: Cos’è per te la filosofia e quale dovrebbe essere il suo scopo?

E.F.: La filosofia per me è uno stato di decadenza, di imperfezione, la filosofia non è il mio scopo. La filosofia è appunto questo tunnel oscuro oltre al quale occorre procedere. Il filosofo è uno che brancola nel buio, a tentoni, ma almeno questo suo brancolare è un atto di coraggio, egli vede uno spiraglio là in fondo, è consapevole di essere cieco. Lo scopo è arrivare alla consapevolezza che la luce non è in fondo a questo tunnel, ma tu stesso, da te medesimo, sei la luce che può illuminarti. Ma per farlo, occorre superare la filosofia stessa.

D.P.: Nelle tue opere principali, Le basi esoteriche della prospettiva, Le basi esoteriche della geometria frattale e Le basi esoteriche della microbiologia vi è un filo rosso che lega ogni testo: l’esoterismo. Come è avvenuto l’incontro con il vasto e profondo mondo dell’esoterismo?

E.F.: L’esoterismo, ovvero ciò che è interno, nascosto, è stato per me una necessità. Le chiare forme che di tutti hanno il plauso e l’approvazione sono l’involucro esterno di un interno che può essere molto difforme dalla superficie. Un tempo Zeus divise un bue a metà e chiese a Prometeo di scegliere quale metà fosse destinata all’uomo e quale agli Dei. Così, astutamente, Prometeo prese le ossa e le parti scarte e le rivestì di tenere e morbide succulente carni. Poi prese le carni migliori e le avvolse di parti infrollite e dure. Chiese allora a Zeus stesso di scegliere e Zeus, tratto in inganno dalla parte esterna migliore, venne ingannato. Così, in metafora, ciò che appare comodo, agevole, nobile e bello, può anche rivelare il marcio. E viceversa, la parte più dura, aspra, può portare alla parte più autentica e vera. Il ciò è una allegoria della stessa conoscenza. La vera conoscenza è nell’ombra, lastricata di rinuncia e lacrime.

D.P.: In particolare, ne Le basi esoteriche della geometria frattale scrivi: L’ermetismo non deve essere l’oggetto dell’indagine ma il metodo d’indagine. Questo concetto mi ha molto colpito; qual è il metodo d’indagine dell’ermetismo e quale la sua importanza?

E.F.: Quello detto sopra. Il cercare ermetico, e in generale la filosofia stessa, è un cercare nell’ombra e l’ombra non può essere assolutamente l’oggetto dell’indagine, poiché nell’ombra si è ciechi, ed è assolutamente un ossimoro, a mio parere, fare dell’ombra un oggetto ma è altresì evidente che l’ombra deve essere radicalmente il metodo. Un viaggiare in periferia, ai margini, a tentoni, uno smarrirsi  volontario, un naufragare, un perdersi, un volersi lasciare andare, un voler morire, proprio per affondare oltre all’ombra.

D.P.: Quali sono i filosofi e gli esoteristi che più ti hanno ispirato?

E.F.: Nietzsche, dopo il quale, per me, non c’è più filosofia. La grecità in genere, dopo la quale, lo Spirito degli Dei, non si è più manifestato in modo così  vivo in nessuna civiltà. Gli esoteristi mi hanno influenzato molto poco: pur avendone studiati moltissimi, ne ho diffidato di tutti. Non sono esempi per me, prendo più esempio dall’ignorante di tale materie, ma capace di scelte nobili, di atti di lealtà, di sprezzo dell’interesse personale per un ideale, e questo, tante volte, più che nei dottori, nei filosofi, nei santoni ed esoteristi, si ritrova in uomini straordinari che vivono nell’ombra.

D.P.: Dopo la tua attività da scrittore, passiamo a quella da editore. Come, quando e perché è nata l’idea di fondare l’Audax Edizioni?

E.F.: Nel settembre del 2007 mi sono rotto il crociato anteriore del ginocchio. Dovevo stare mesi a riposo e in stampelle. Dopo settimane di amarezza, depressione, e tristezza per non poter appagare una delle mie grandi passioni, l’escursionismo in montagna, presi una decisione folle: scalare una montagna in stampelle. Mi allenai per dieci giorni, modificai opportunamente le stampelle, mi convinsi che pur con una gamba sola potevo arrivare a un risultato così impensabile. Vi provai, a prezzo di grandi rischi  e di una tendinite, e vi riuscii. Sulla stampella scrissi sopra la parola “Audax”, quel giorno concepii la mia casa editrice, che tutt’ora si chiama Audax.

D.P.: Il catalogo dell’Audax edizioni si contraddistingue, nomen omen, per l’audacia delle pubblicazioni proposte, decisamente in controtendenza rispetto ai titoli “richiesti” dal mondo editoriale contemporaneo. Come nasce la scelta dei titoli da pubblicare e quali testi consiglieresti a chi, per primo, si approccia al catalogo della tua casa editrice?

E.F.: Oltre al già lavoro di artigianato ( antimoderno e antieconomico) del rilegare i libri a mano c'è anche la mia scelta dei temi completamente fuori dai tempi. Le scelte dei temi avvengono sul filo conduttore di proporre una alternativa al materialismo consumistico dominante, e, in generale, ai temi dominanti scientisti. In altre parole cerco di oppormi e di creare una resistenza all’imperialismo culturale dominante. Al filosofo e cultore dell’ermetismo, indubbiamente, consiglierei le basi esoteriche della microbiologia, summa di ben oltre otto anni di lavoro. Al meno esperto, il Monte Nous, un racconto allegorico di un monte fantastico irraggiungibile, metafora della stessa conoscenza, un dialogo di due amici che si propongono l’inaudito, quanto onirico, obiettivo di raggiungere la vetta di questo monte mia raggiunto da nessuno, il Nous appunto.

D.P.: Passando ai progetti futuri e parlando sempre delle tue opere e dell’Audax Edizioni, sta per uscire una tua nuova opera filosofica, La storia come organismo vivente. Qualche anticipazione sull’argomento principale del libro?


E.F.: Sulla scia delle mie opere, vittime di un quanto eccentrico senso della provocazione, questa volta, ancora una volta, rovescio i termini del discorso. Il tempo, questo sconosciuto, abituati a vederlo e figurarlo come qualcosa di astratto e fluente, forse evanescente, per dirla con Agostino, da me viene visto come un corpo. Un organismo, con un peso, con degli organi. Amo rovesciare le prospettive: se c’è una verità nell’universo questa non può essere altrove che nel paradosso. Così nel tempo io vedo un corpo, nella storia un organismo. I Greci? Il sistema nervoso. I Romani? Le arterie. Il Rinascimento? Il cuore. L’illuminismo? I polmoni. E prevedo ancora due epoche a venire. In modo che la storia, come organismo vivente, trovi la sua piena maturazione.

Per approfondire le opere, il pensiero e l'attività editoriale di Emanuele Franz, è possibile consultare il sito della Audax Edizioni:

Daniele Palmieri

giovedì 12 ottobre 2017

Le dieci regole del dialogo filosofico

Mancano pochi giorni al primo incontro che io e Camilla Ripani terremo presso la sede dell'Anima Edizioni, in corso Vercelli 56 (MI), dalle 19 alle 20.
Come anticipato in un articolo pubblicato pochi giorni fa (Filosofia e spiritualità), scopo della serie di incontri sarà quello di recuperare l'antica arte del dialogo filosofico, senza cadere nelle solite diatribe fine a se stesse che, generalmente, sono in grado di sviluppare esclusivamente l'ego dei contendenti coinvolti.
Ma come si tiene un dialogo filosofico proficuo, senza cadere in una battaglia di insulti o di monologhi a più voci?
Ecco qui dieci semplici regole del dialogo filosofico, che saranno i dieci comandamenti da seguire durante gli incontri di Filosofia e Spiritualità:

1) Il dialogo non è un terreno di scontro, ma un cammino condiviso verso la conoscenza.

2) Abbiamo due orecchie, per ascoltare il doppio, e una bocca, per parlare la metà.

3) Parla solo quando hai qualcosa da dire che valga più del silenzio.

4) Ascolta senza interrompere.

5) Sii umile.

6) Sii conciso, semplice, essenziale.


7) Motiva sempre le tue opinioni.

8) Considera seriamente le ragioni dell’interlocutore.

9) Critica le opinioni, non la persona.

10) Quando critichi, sii educato; quando vieni criticato, ascolta senza adirarti.




p.s.
La regola 2 e la regola 3 sono "rubate", rispettivamente, da Epitteto e Dinouart.

Daniele Palmieri

lunedì 9 ottobre 2017

Cornelio Agrippa: La nobiltà delle donne

Vi è una certa tendenza, nel dibattito culturale odierno, a pensare che alcune tematiche siano state sollevate esclusivamente negli ultimi due secoli di discussione filosofica, come se i pensatori del passato non potessero nemmeno aver potuto concepire certe idee.
Tra questi argomenti, il più spinoso e attuale è senz'altro quello dell'emancipazione femminile, che si fa risalire alla fine del XVIII secolo e alla seconda metà del XIX grazie alle opere di Mary Wollstonecraft e John Stuart Mill, tra i primi pensatori, secondo la vulgata tradizionale, che avrebbero concepito l'uguaglianza, senza alcuna discriminazione, di uomo e donna.
In realtà, la discussione "femminista" ha origini molto più antiche, e può essere fatta risalire fino a Platone che ne La Repubblica sostiene che nella città ideale non vi è alcuna discriminazione in base al sesso, poiché ciò che conta è esclusivamente la virtù, ed essa può egualmente essere raggiunta da uomini e donne.
Benché sempre minoritaria, una corrente di pensiero femminista, a partire da Platone, si è sempre diramata nel corso della storia del pensiero: Plutarco, Ipazia, Boccaccio, i poeti cortesi, Christine de Pizan, Guglielmina La Boema sono solo alcuni esempi di pensatori e pensatrici che ebbero il coraggio di affermare le grandi virtù femminili. 
Tuttavia, mai nella storia del pensiero precedente al XVIII secolo la donna assume maggior risalto come in un'orazione scritta nel XVI secolo, epoca di massima misoginia che vede, in tutta Europa, il diffondersi di una folle e feroce caccia alle streghe.
L'opera di cui parlo è La nobiltà delle donne di Cornelio Agrippa, filosofo, mago, alchimista tedesco, più conosciuto, generalmente, per la sua grande opera sulla magia: il De occulta philosophia.
La nobiltà delle donne, come anticipato in precedenza, è un'orazione in lode alla donna, dedicata a Marcherita d'Asburgo, e risulta estremamente spregiudicata per diversi motivi.
Innanzitutto, per il contesto storico in cui è stato scritto. In tutta Europa, la grande polizia ideologica dell'Inquisizione, il cui operato si è intensificato in seguito alla Controriforma, perseguita sia gli Eretici che non si allineano ai dogmi religiosi, sia le sospette streghe, sulla base di un pensiero intrinsecamente misogino che vede la sua massima espressione nel Malleus Malleficarum di Kramer e Sprenger. La nobiltà delle donne di Cornelio Agrippa ricade esattamente sotto entrambi i capi d'accusa.
In questo testo, la donna viene infatti elogiata da Agrippa come massima espressione della perfezione del creato, creatura prediletta da Dio, non solo uguale all'uomo per diritto e dignità ma addirittura superiore a lui, fin dal momento della creazione. Con una tesi teologica che sfocia necessariamente in una pericolosa eresia, Agrippa capovolge completamente la lettura della creazione della donna a partire dall'uomo, che da sempre era stata utilizzata per sottomettere la prima al secondo e per considerare il sesso femminile come una "costola" di quello maschile.
Al contrario, secondo Agrippa la creazione della donna a partire dalla costola testimonia la sua maggiore purezza. 
Adamo, infatti, fu creato da Dio a partire dal fango, in mezzo agli altri animali; ma per creare la donna, Dio fece addormentare Adamo e lo trasportò tra le sfere celesti, luogo sublime entro il quale fu plasmata la donna, tra gli elementi più puri dell'Essere.
D'altronde, come scrive Agrippa:
"E invero, cosa strana e inconveniente sarebbe il pensare che Dio avesse finito ‘sì grande opera con una creazione imperfetta. Perciò, essendo il mondo fatto dal Sommo Artefice come una sfera quasi interamente formata e perfetta, occorreva che finisse quell’ultima parte, la quale in se stessa legasse in maniera perfetta e indissolubile il principio e l’inizio di ogni cosa.
Così la donna, quando fu creato il mondo, tra tutte le cose create fu l’ultima, e per autorità, come per dignità, fu la prima nel concetto della mente divina. [...]
La donna fu diretta opera di Dio, da lui fu introdotta in questo mondo come regina di esso, in un palazzo reale già preparatole, ornato e compiuto di tutti i doni. Ella, dunque, meritatamente è amata, riverita e osservata da ogni creatura, e ogni creatura meritatamente le è soggetta, e le ubbidisce, essendo lei Regina e fine di tutte le creature, e perfezione e gloria in tutti i modi compiuta".
(La nobiltà delle donne, Cornelio Agrippa)
Spaziando dai principali contesti della cultura dell'epoca, ossia giurisprudenza, filosofia, senso comune e, soprattutto, teologia, Agrippa ribalta millenni di filosofia misogina ed elogia le virtù femminili, elencando i motivi della superiorità del sesso femminile, manifesta a partire dal nome: Eva, infatti, deriva dall'ebraico "Vita", mentre Adam in ebraico significa "Terra"; e tanto è più nobile la Vita del fango, tanto è più nobile la donna rispetto all'uomo. Nobiltà che però non si ferma al nome; nella Bibbia, spesso usata come pretesto per opprimere la donna, i più grandi peccati sono sempre compiuti dagli uomini: è Adamo a infrangere il divieto di mangiare il frutto, visto che Eva ancora non era stata creata quando tale divieto fu imposto; è Caino il primo assassino e per di più fratricida; ma, soprattutto, è Giuda a compiere il più grande peccato di tutti: vendere e tradire Cristo. Lo stesso Cristo la cui generazione verginale era stata affidata da Dio proprio al ventre di una donna, Maria, testimonianza della grande purezza del sesso femminile.
Lo stile retorico de La nobiltà delle donne porta con sé, necessariamente, i limiti di questa forma del discorso e spesso le argomentazioni utilizzate da Agrippa rasentano l'iperbole valida soltanto all'interno di un'orazione, ma che non è in grado di reggere al vaglio critico della filosofia.
Tuttavia, tra argomentazioni retoriche vi sono anche principi filosofici di assoluta modernità, che costituiscono il nerbo principale dell'intera discussione. Tra essi, vi è senz'altro l'avveniristica constatazione che la sottomissione della donna, giustificata nel corso dei secoli sempre a partire dalla presunta inferiorità intrinseca del sesso femminile, deriva in realtà dallo status quo e dalla tirannia degli uomini che si sono ingiustamente appropriati del potere assoluto, opprimendo la donna tramite l'esclusione dalla cultura, dall'istruzione, dalla politica. 
Come scrive Agrippa:
"Ma contro la divina giustizia e contro gli ordini della natura, essendo superiore la licenziosa tirannia degli uomini, la libertà data alle donne è loro interdetta dalle inique leggi, impedita dalla consuetudine e dall’uso, e dalla educazione totalmente negata. Perciò la femmina è tenuta fin dai primi anni nell’ozio in casa, quasi ella non sia atta a più alto negozio. Niente altro le è permesso comprendere né immaginare se non l’ago e il filo, e quando sarà giunta agli anni atti al matrimonio, è resa schiava della gelosia del marito, oppure rinchiusa nella perpetua prigione d’un monastero di monache.
Tutti gli uffici pubblici le sono proibiti dalla legge. Non le è concesso presiedere ai giudizi, ancorché ella sia prudentissima. Oltre questo, nel giudicare, negli arbitrati, nell’adozione, nella intercessione, nella procura, nella tutela, nella cura, nelle cause criminali e testamentali non è accettata. Similmente le è vietato predicare la parola di Dio. Il che manifestatamente è contro la Scrittura, mediante la quale lo Spirito Santo promise a loro, dicendo per bocca di Gioele: Che profetizzino le vostre figlie. Allo stesso modo, anche del tempo degli Apostoli le donne insegnarono pubblicamente, ‘sì come è noto di Anna di Simeone, delle figlie di Filippo e di Priscilla di Aquila.
Ma è tanta la malignità dei nuovi legislatori, che essi hanno annullato il precetto di Dio per i loro comandamenti, e che sostengono che le donne, per naturale eccellenza e dignità nobilissime, sono al contrario di condizione più vile di tutti gli uomini.
Con queste leggi adunque le donne, quasi in guerra vinte dagli uomini, sono forzate a sottomettersi ai vincitori. Non che ciò lo faccia né naturale, né divina necessità, né ragione; ma soltanto la consuetudine, l’essere così allevate, la fortuna e una certa occasione tirannica".
(La nobiltà delle donne, Cornelio Agrippa)


Daniele Palmieri

Filosofia e spiritualità: dialoghi con Camilla Ripani e Daniele Palmieri

 
A partire da lunedì 16 ottobre io e Camilla Ripani, caporedattrice di Anima.Tv e blogger di Spiritualità quotidiana, avvieremo un nuovo progetto nella sede dell'Anima Edizioni (Corso Vercelli 56, Milano): una serie di incontri dedicati alla filosofia e alla spiritualità, che si terranno il lunedì dalle 19 alle 20.

Il format sarà quello di un dialogo a più voci, stile Simposio antico, e non quello della conferenza frontale, per tentare di recuperare da un lato l'antico spirito della filosofia che nasce, appunto, come dialogo tra persone in carne e ossa, e dall'altro quello della discussione civile, educata e proficua, che purtroppo si sta perdendo nell'epoca dei talk show e dei social. Di volta in volta, cercheremo di coinvolgere anche ospiti speciali, di cui poi vi parleremo.
In seguito, le informazioni sul primo incontro.
 
FILOSOFIA E SPIRITUALITÀ
incontri condotti da
Daniele Palmieri e Camilla Ripani
Il progetto

Daniele Palmieri, filosofo, scrittore e autore del saggio Autarchia Spirituale (Anima Edizioni) e Camilla Ripani, caporedattrice di www.anima.TV e ricercatrice indipendente nel campo della spiritualità e della crescita personale, si confronteranno con il pubblico su temi inerenti la filosofia e la spiritualità, recuperando l’antica essenza della riflessione spirituale e filosofica che nasce come dialogo a più voci.

Inaugurazione ciclo di incontri

Lunedì 16 ottobre, 19:00/20:00
Anima Edizioni – Corso Vercelli, 56 – 20145 Milano
Ingresso gratuito

Tema della prima serata:

FILOSOFIA COME ESERCIZIO SPIRITUALE E SPIRITUALITÀ NELLA VITA QUOTIDIANA

Daniele Palmieri e Camilla Ripani si confrontano sui temi della filosofia e della spiritualità: come viverli concretamente nella vita quotidiana, come la riflessione spirituale e filosofica può aiutare a migliorare la propria esistenza.

Link evento: https://www.facebook.com/events/183666002179582/?hc_location=ufi
Daniele Palmieri

domenica 8 ottobre 2017

Emanuele Franz: Le basi esoteriche della geometria frattale


Emanuele Franz è un filosofo ed editore friulano, fondatore della Audax Edizioni, che per vastità di orizzonti speculativi e metodo d'indagine paragonerei a Giordano Bruno. Prossimamente, avremo modo di approfondire la sua figura con un'intervista esclusiva rilasciata per Nero d'inchiostro.
Nel presente articolo, vorrei invece iniziare presentarlo, come si confà a un filosofo, a partire da una sua opera. Il testo in questione è Le basi esoteriche della geometria frattale. Per una metafisica dell'albero, pubblicato nel 2008 proprio dalla Audax Edizioni, in una tiratura limitata di copie ciascuna delle quali rilegata a mano, secondo le antiche e artigianali tecniche di editoria.
Le basi esoteriche della geometria frattale è un testo breve ma denso di concetti. Ogni riga condensa in sé l'essenziale e le parole sono soppesate per non essere né troppe né troppo poche.
Leggendo tale opera, è possibile comprendere perché io abbia paragonato Emanuele Franz a un Giordano Bruno contemporaneo; le tematiche e la metodologia d'indagine si inseriscono nel fiorente filone di uno dei periodi più fiorenti della filosofia italiana, quella umanistica e rinascimentale, che coniava in sé, con vaste tendenze sincretiche, ogni forma del sapere: scienza, filosofia, esoterismo, magia, mitologia e alchimia, mostrando come non sia possibile descrivere la complessità dell'Essere limitandosi soltanto a una limitata prospettiva.
Le basi esoteriche della geometria frattale rappresenta proprio una affilata indagine sull'Essere in grado di partire da osservazioni scientifiche e naturalistiche sul mondo senza, tuttavia, limitarsi alla descrizione dei fenomeni naturali, ma utilizzando quest'ultimi come scala per trascendere la mera materialità e identificare principi spirituali astratti, che sembrano permeare l'intera trama del Cosmo.
Punto di partenza, sono le regolarità e le armonie che sembrano ripresentarsi in ogni livello della natura; dagli oggetti inanimati alla vita organica, fino alle reazioni chimiche e ai fenomeni naturali.
Questi fenomeni, come evidenziò per primo Mandelbrot, mal si prestano alla riduzione alla geometria euclidea poiché, sebbene nel loro insieme possano presentare uno sviluppo regolare, risulta invece imprevedibile nel particolare.
Nacque così la geometria frattale, che descrive un universo "aleatorio, frantumato, così simile alla nostra esperienza e così lontano dall'universo della geometria classica". 
Caratteristica del frattale è l'autosomiglianza; a ogni livello, un frattale sembra presentare una copia identica di se stesso, tanto che è quasi impossibile comprendere se ci si trova di fronte all'oggetto nel suo intero o a una porzione di esso. E il frattale dalla maggiore ricorrenza in natura è quello dell'Albero. Le foglie, i rami, le radici, le corna di un cervo, i delta dei fiumi, i fulmini, i bronchi dell'uomo, le cellule del sistema nervoso, le linee dei palmi delle mani, sono tutti esempi di strutture frattali naturali, dalla diversa origine materiale, organica e biologica, che tuttavia manifestano la medesima struttura. 

Come scrive Franz: ""Procederemo quindi convinti che l'Essere non ricama le sue trame in modo arbitrario, e che seguendo uno dei suoi fili sia possibile scorgere l'intero tessuto" e, a partire da ciò, sembra che vi sia una trama nascosta che permea l'intero Cosmo, espressione di un ordine intrinseco che permette lo sviluppo di tutto ciò che esiste; e che questa trama nascosta sia proprio quella dell'Albero.
Vi è una connessione inscindibile tra la struttura metafisica dell'Albero e la vita. Basti pensare all'albero dei viventi, che rappresenta le diverse ramificazioni intraprese dalla vita delle diverse specie; ma, trascendendo il mondo scientifico, anche nella mitologia l'Albero della vita ricorre in diversi miti e leggende, elencati con precisione da Franz, tra i quali spiccano sicuramente l'Albero della Vita e della Conoscenza nella Genesi, l'Albero sefirotico della Qabbala Ebraica, l'Albero Yggradsil della mitologia nordica. Da cosa deriva questa stretta relazione tra la forma frattale dell'Albero e la vita?
Secondo Franz:

"Se consideriamo l'albero non in quanto tale, ma come simbolo, come effigie immateriale che si manifesta nell'albero ma non è l'albero, e di conseguenza immaginiamo di vedere proseguire all'infinito i rami di quest'albero, in modo che essi s'intersechino a vicenda, si congiungano, si intessano, si prolunghino l'un l'altro, tanto da far crescere alberi all'interno di altri alberi e così via, potremmo identificare questo immenso albero così ricavato con la totalità dell'Essere".
La forma frattale dell'Albero è la forma prediletta dall'Essere stesso per crescere e manifestarsi, poiché la ramificazione permette di mantenere l'intrinseca unità anche nella molteplicità delle diverse manifestazioni, senza perdere la perfezione iniziale che anzi, in questo modo, ramifica e si diffonde in ogni grado di esistenza.
In conclusione di tale concisa e, per forza di cose, non esaustiva esposizione, consiglio la lettura del testo di Emanuele Franz, che, pur nella sua brevità, è in grado di aprire, come la lama di un rasoio, uno squarcio sul "Velo di Maya" dietro al quale si nasconde l'intimo segreto dell'Universo.

Le basi esoteriche della geometria frattale, Emanuele Franz, Audax Edizioni

E' possibile acquistare il testo e le altre opere di Emanuele Franz presso il sito della Audax Edizioni: http://www.audaxeditrice.com/index/Audax_PubblicazioniPage.

Daniele Palmieri

sabato 22 luglio 2017

Il Sapiente di Cheronea. Elogio di Plutarco

Plutarco è un filosofo a me particolarmente caro. Credo sia un caso unico in tutta la filosofia antica. Nessuno ebbe la sua vasta erudizione e allo stesso tempo la capacità di non perdere di vista l'importanza pratica della filosofia per la vita quotidiana. Nessuno ebbe la sua curiosità intellettuale che lo fece spaziare tra scienza, filosofia, religione, etnografia, mitologia, storiografia e che lo portò ad avere un'apertura mentale tale da anticipare temi filosofici attualissimi ancora oggi. Più di ogni altro pensatore, credo che Plutarco sia in grado di mostrare quanto sia assurdo il "conflitto" tra cultura e scientifica e cultura umanistica per le persone dotate della sua grande apertura intellettuale.
Approfondendo la sua vita e le sue opere non si può che rimanere ammaliati dinnanzi alla sua figura; sensazione che, paradossalmente, Plutarco è in grado di suscitare con una sobria semplicità. Nella vita come nel pensiero, Plutarco rifiutò sempre ogni estremo; per questo, lettori superficiali lo tacciarono in passato come filosofo poco originale, un semplice dossografo platonico con tendenze eclettiche.
Bisogna però stare attenti a non confondere la semplicità di Plutarco con la mediocrità. Il filosofo di Cheronea testimonia una delle più grandi virtù dell'età antica, la sobrietà di vita, pensiero e costumi. Il noto "Nulla di troppo", la semplicità del sapere Sapienziale che con pochi gesti e parole è tuttavia in grado di trasmettere verità molto più profonde, che possono essere colte soltanto da chi scruta al di là del velo, sotto la superficie.
Leggendo le poche, ma essenziali, vicende biografiche a noi giunte sulla vita del filosofo, non si può che provare nei suoi confronti un istantaneo sentimento di simpatia (nell'etimologia antica del termine), non si può fare a meno di sentirlo a noi vicino, quasi fosse un nostro parente o un nostro intimo conoscente.
Plutarco nacque nel 46 d.C. a Cheronea, in Beozia, da una famiglia di nobili origini. Il padre doveva essere una personalità dalla grande cultura e dalla spiccata sensibilità. Dalle informazioni tratte dalle stesse opere di Plutarco, infatti, si evince il suo affetto per i figli, nonché la grande attenzione che egli riservava nella loro formazione. Particolare che, molto probabilmente, influì in maniera consistente sul pensiero e la sensibilità del filosofo greco. Dagli scritti di Plutarco, infatti, oltre che a una grande importanza attribuita all'educazione dei giovani, si evince un profondo affetto provato dal filosofo nei confronti della realtà familiare, a cui egli stesso era molto legato. Emblematici, da questo punto di vista, i testi dedicati al rapporto coniugale, all'amore, all'affetto fraterno e le consolazioni alla moglie e agli amici, di cui tratteremo più approfonditamente in seguito.
Trasferitosi ad Atene per condurre gli studi sotto la direzione di Ammonio, Plutarco ne divenne presto l'allievo prediletto, brillando in particolare nella conoscenza della filosofia Platonica, a cui il filosofo rimarrà legato per tutta la vita. Segue un periodo di viaggi (e, dunque, di apprendistato) nelle principali città greche, coronato dall'acquisizione della cittadinanza ateniese. Proprio ad Atene, presso la sua casa, Plutarco fonderà una piccola scuola platonica improntata sul modello dell'Accademia. Nel 70 conobbe sua moglie, l'unica donna che amerà per tutta la vita: Timossena. Tra i due vi fu sempre una stima e un affetto reciproco; il nome di Timossena ricorre spesso negli scritti di Plutarco ed è probabile che sia stato proprio questo intimo affetto e questa grande stima nei suoi confronti a rendere Plutarco uno dei filosofi antichi più attenti al mondo femminile, come dimostrano i suoi trattati "Sulla virtù delle donne", "I detti delle donne spartane" ma anche la necessità, da egli rilevata, di dover educare in egual modo quanto i ragazzi quanto le ragazze.
Il grande legame tra Plutarco e Timossena era, inoltre, anche di stampo misterico; entrambi furono iniziati ai misteri dionisiaci.
In seguito ad alcuni viaggi a Roma, in cui Plutarco fu in grado di assumere anche la cittadinanza romana, dagli anni 90 in poi la sua vita si svolgerà interamente tra Cheronea e Delfi. L'Urbe era ormai il centro del mondo e, come si lamenterà lo stesso Plutarco, quello che era l'antico ombelico del mondo sacro, ossia l'oracolo di Delfi, stava subendo un'irrefrenabile decadenza. Tuttavia, Plutarco non poteva rinunciare al fascino della sua terra d'origine e nemmeno al richiamo degli effluvi del luogo sacro. Già iniziato ai misteri dionisiaci, divenne anche sacerdote del tempio di Apollo; suo compito: organizzare i giochi pitici, la presidenza delle Anfizionie, ossia l'assemblea dell'antica lega dei popoli della lega centrale, e, soprattutto, il servizio liturgico e sacerdotale. Coerente con i suoi principi, non rinunciò all'impegno politico: fu telearco e arconte eponimo. Il tutto mentre era impegnato nella gestione dei suoi impegni civili e familiare, nel costante colloquio con i suoi amici e con i suoi discepoli, nella stesura delle sue numerose opere sugli argomenti più disparati, che lo terranno impegnato per l'intera sua esistenza.
Come accennato in precedenza, la vastissima produzione di Plutarco è il più grande lascito che egli ha tramandato ai posteri. Il Catalogo di Lampria, una lista a noi pervenuta delle sue opere, raccoglie oltre 200 scritti, di cui ne sono a noi pervenuti "soltanto" 83. Basta scorrere i titoli di tali scritti per accorgersi della grande cultura del filosofo di Cheronea: le opere di carattere religioso e allegorico come Iside e Osiride, La E di Delfi, La decadenza degli Oracoli, Perché la Pizia non dà più oracoli in versi?; le opere politiche come Conigli ai politici, Se un anziano debba fare politica, Monarchia democrazia e Oligarchia, Chi governa deve saper governare se stesso; le opere scientifiche come Opinioni dei filosofi sulla natura, Questioni su fenomeni naturali, Sul principio primo del freddo; le opere biologiche come Gli animali sono esseri razionali, Sono più intelligenti gli animali di terra o di mare?; le opere etnografiche, come Questioni greche e Questioni romane; le opere storiche e dossografiche, come I detti degli spartani, I detti dei grandi generali, I proverbi in uso dagli alessandrini; non ultimo, le opere filosofiche: La virtù etica, Il controllo dell'ira, La serenità interiore, Il fato, Il demone di Socrate.
Questi sono solo alcuni dei titoli principali di Plutarco, nonché la punta dell'iceberg di tutti i suoi interessi. Ma, come accennato in precedenza, la sua grandezza non sta in una erudizione fine a se stessa. Il filosofo di Cheronea era sapientemente in grado di coniare l'interesse per la speculazione con l'esigenza della vita pratica; la diversità delle discipline trattate con un filo conduttore in grado di legarle tutte. Per Plutarco, infatti, la Sapienza è anzitutto una Sapienza di vita pratica. La filosofia non si studia, si vive; in tale prospettiva rientrano tutti i trattati filosofici dedicati al vizio e alla virtù, all'educazione o alle singole virtù dell'anima. La filosofia sta alla mente come l'esercizio fisico sta al corpo; entrambi sono necessari per il completo sviluppo psicofisico, come sostiene lui stesso nei Consigli per mantenersi in buona salute; la pratica filosofica è anzitutto un esercizio di vita. Conoscere i vizi e le virtù dell'animo è necessario per capire come migliorarsi, per esercitarsi giorno per giorno a educare se stessi e migliorare la propria anima per raggiungere il perfetto equilibrio con se stessi, con gli altri e con il mondo. In tale prospettiva, la filosofia è una cura dell'anima, esattamente come la medicina è la cura del corpo. Il sapere teoretico è dunque sempre volto a migliorare l'esistenza terrena.
Anche le opere più speculative hanno questi risvolti pratici. Come insegna Aristotele ne L'Etica Nicomachea, l'intelletto attivo è la facoltà più perfetta dell'uomo e se la felicità coincide con la realizzazione perfetta della propria principale facoltà naturale, soltanto esercitando l'intelletto l'uomo può davvero essere felice. Occuparsi, ad esempio, dei problemi naturali o delle opere dossografiche, dunque occupandosi in quella che apparentemente sembra una sapienza speculativa fine a se stessa, in realtà si sta compiendo un esercizio filosofico fondamentale per l'anima: la contemplazione, in grado di elevare l'uomo al divino mediante la conoscenza.
Conoscere il funzionamento della natura ha, secondariamente, risvolti morali di grande importanza. Plutarco, oltre ad essere uno dei primi filosofi a porre grande attenzione nei confronti delle donne, fu anche uno dei primi filosofi "animalisti" che, studiando il comportamento degli animali, si accorse del barlume d'intelletto che luccica dietro ai loro sguardi muti. L'implicazione etica di tale conoscenza speculativa fu, per Plutarco, la necessità di cessare il consumo di carne per non perpetrare violenza nei confronti di altri esseri viventi dotati di intelletto, come l'uomo.
Nella speculazione di Plutarco, filosofia, scienza e religione divengono un tutt'uno inscindibile; più di ogni altro autore dell'antichità, egli è stato in grado di mostrare quanto sia inutile e dannoso il dissidio tra le diverse materia e quanto sia importante, invece, avere la mente aperta a ogni forma di conoscenza per vivere a pieno la propria esistenza. Tale libertà di pensiero e tale volontà di conoscere si evincono anche dalle opere filosofiche in cui Plutarco analizza i pensatori con i quali era in disaccordo, ad esempio Stoici ed Epicurei. Il suo esempio dovrebbe essere insegnato ad ogni persona: prima di criticare le opinioni che non condivide, egli studia approfonditamente il pensiero degli "avversari", contestandolo punto per punto ma senza alcun astio, né fanatismo. Come egli stesso insegna, infatti, ne L'utilità dei nemici, bisogna considerare l'avversario, in ogni campo della vita, non come un obiettivo da distruggere ma come il termine di confronto delle nostre virtù e delle nostre conoscenze. In campo filosofico, non ha senso insultare le persone con opinioni a noi contrarie; gli elementi di conflitto sono fondamentali per costruire un dialogo, ossia comprendere le ragioni dell'altro, criticarle se non ci convincono e riuscire così a rafforzare le nostre, trovando argomentazioni che, magari, senza il confronto ci sarebbero sfuggite.
Per questo, se per qualche strano sortilegio avessi il privilegio di poter indicare un filosofo con cui discutere, farei proprio il nome di Plutarco: parlare con lui, infatti, sarebbe come discutere allo stesso tempo con tutti i grandi filosofi dell'antichità; e, soprattutto, saprei che con Plutarco potrei toccare qualsiasi argomento di conversazione senza incontrare barriere mentali, che al giorno d'oggi impediscono invece il dialogo tra le diverse materie e tra le singole persone.

A conclusione dell'articolo, segnalo dunque una delle piú importanti del 2017: la traduzione integrale di tutti i Moralia, la prima in Italia, edita da Bompiani nella collana Il pensiero occidentale. Oltre 3000 pagine di testo tra i Moralia in lingua originale, la traduzione in italiano, le note e le approfondite introduzioni ad ogni singolo testo: Plutarco, Moralia.

Daniele Palmieri

 

giovedì 29 giugno 2017

Il lato oscuro dell'Illuminismo. La nascita del razzismo


Come ogni epoca storica, l'Illuminismo fu un periodo molto complesso e il problema principale è che, quando lo si studia, si tende a stereotiparlo nell'immagine stessa che i pensatori illuministi avevano di sé e della loro epoca, senza considerare le molteplici contraddizioni in cui ricaddero.

Da un lato, i suoi esponenti principali diffusero gli ideali di uguaglianza, democrazia, diritti umani etc. ma, dall'altro, bisogna specificare nei confronti di chi era diretto questo ampliamento delle libertà personali. Tendenzialmente, quando pensatori come Voltaire parlavano di dignità dell'uomo, libertà di pensiero, diritti umani, ragione e uguaglianza universali avevano come termine medio di paragone l'intellettuale borghese che discuteva nei caffè e nei salotti parigini; al massimo, la massa di poveri oppressi dall'ancient regime, che non potevano sviluppare le proprie facoltà a causa del regime opprimente; massa nella quale, in parte, riuscivano a rispecchiarsi. Ma di fronte alla diversità che non riuscivano a comprendere, e in cui non riuscivano a immedesimarsi, le cose cambiavano molto.
La scoperta dell'America dei secoli precedenti portò l'Europa a un duplice processo: da un lato, la scoperta di un'alterità radicalmente diversa rispetto a quella a cui era sempre stata abituata. I pensatori europei non riuscivano a comprendere a fondo le usanze dei popoli tribali che via via andavano scoprendo, e questo portò presto alla giustificazione della loro schiavitù e del loro sfruttamento. Dall'altro, vi fu una grande spinta a scoprire nuovi territori che proprio tra il 1700 e il 1800 ebbe il suo culmine, con i numerosi viaggi di scoperta verso l'america del sud e l'oceano pacifico. Questi viaggi di esplorazione portarono alla scoperta di altre etnie umane, che vivevano per lo più in agglomerati tribali. Queste scoperte, naturalmente, influenzarono molto i dibattiti degli intellettuali in Europa, in ogni campo del sapere. E qui arriviamo al punto focale della discussione, ossia il lato oscuro dell'Illuminismo. La tendenza al sapere enciclopedico e alla classificazione scientifica di ogni aspetto dell'esistenza portò quanto gli scienziati quanto i filosofi a studiare nel medesimo modo le popolazioni umane, spinti anche dal tentativo di comprendere come mai l'Europa aveva raggiunto quel livello di "civiltà" mentre nel resto del mondo "nuovo" (a eccezione della Cina) tali popolazioni sembravano vivere ancora come bestie. Fu così che nacque, ufficialmente, il razzismo scientifico. Buffon fu il primo a utilizzare il termine "razza" per classificare le diverse etnie umane; termine utilizzato non solo in senso morfologico, ma anche per connotare le diverse facoltà morali e intellettuali delle popolazioni. Questa prima classificazione aprì la strada a tutte le teorie razziste dei secoli successivi; difatti, non appena l'uomo classifica qualcosa, tende a ordinarla secondo una scala di "valore" che va da ciò che è meno perfetto a ciò che è meno perfetto. Casualmente, la razza bianca fu individuata, già a partire dal 1700, quella più perfetta, per il proprio sviluppo morale, intellettuale e tecnologico e le altre vennero poste a un gradino inferiore, con la conseguente giustificazione dello schiavismo e del colonialismo. Scrive ad esempio Voltaire nel Saggio sui costumi: "I negri sono, per natura, gli schiavi degli altri uomini. Essi vengono dunque acquistati come bestie sulle coste dell'Africa; sempre secondo Voltaire, gli uomini bianchi sono : "superiori a questi negri, come i neri alle scimmie, e le scimmie alle ostriche"; o, ancora, sui Brasiliani nei Dialoghi e aneddoti filosofici: "Il brasiliano è un animale che non ha ancora raggiunto la maturazione della propria specie". Sulla stessa scia, scrisse Kant: "i negri d'Africa non possiedono per natura alcun sentimento più elevato della stupidità", e ancora: "il negro si colloca infatti al livello più basso tra quelli individuati in termini di diversità razziali". Su questa scia, dunque, continuò anche la mentalità ottocentesca e novecentesca, sia in ambito scientifico (fino, appunto, ad arrivare a Lombroso che tenterà definirà alcune razze più propense al crimine di altre, proprio a partire dalle distinzioni nate in seno all'illuminismo; per non parlare del razzismo tedesco), sia in ambito politico, sia con ideologie razziste sia con la giustificazione del colonialismo sia in Cina, sia in India, sia (ma quello andava avanti già da secoli) in Africa.


Per approfondire la questione, consiglio la lettura degli appunti del corso di Storia delle civiltà tenuto dalla professoressa Pizzetti presso la Statale di Milano sui viaggi di scoperta in America, Oceania e Cina e la ricezione degli europei della diversità: Storia delle civiltà e dei sistemi internazionali, Pizzetti, Appunti

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Daniele Palmieri