domenica 10 dicembre 2017

Leopardi: Intensamente vivere oppure morire


[Il presente articolo raccoglie gli appunti di una lezione che ho tenuto al Liceo Plinio Seniore di Roma, in data 7/12/2017]

Inizierò l’incontro non da Leopardi, ma da un poeta americano della seconda metà dell’ottocento, Walt Whitman, il poeta migliore da cui partire se si considera la poesia come qualcosa di completamente avulso e distante dalla vita di ogni giorno.

Scrive Whitman:

“Ohimé! O vita! Per queste domande sempre ricorrenti,
per la folla infinita di infedeli, per le città piene di sciocchi,
per il mio continuo rimproverarmi (poiché chi è più sciocco di me e più infedele?)
Per gli occhi invano assetati di luce, per gli oggetti perfidi,
per la lotta sempre rinnovata,
per gli scarsi risultati di tutti, per le sordide folle che
vedo attorno a me avanzare con fatica,
per gli anni inutili e vuoti di coloro che rimangono, con
il resto di me avvinghiato,
la domanda , Ohimé! Così triste, così ricorrente – cosa
c’è di buono in tutto questo? Ohimé! O vita!

[Risposta] Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso”.

Stando a quanto dice Borges in un’altra poesia, le pagine che meglio ci descrivono non sono quelle che noi scriviamo, ma quelle di altri autori che nemmeno ci conoscono; e la poesia di Whitiman che vi ho appena citato descrive alla perfezione proprio la vita, il pensiero e le opere di Giacomo Leopardi, autore tanto citato e preso in giro, con i soliti luoghi comuni, quanto poco conosciuto e approfondito.
Affronteremo Leopardi a partire da questi stereotipi, inquadrandolo all’interno della poesia di Whitman per mostrare come poesia e vita fossero per lui due realtà indivisibili, come l’una dipendesse dall’altra e come non sia possibile domandare alla professoressa: “prof, dobbiamo studiare anche la vita o solo le opere?”.
Filo conduttore sarà proprio la poesia di Whitman perché, come vi dicevo, descrive alla perfezione l’essenza del Leopardi.
Come avrete notato, le prime righe descrivono i dolori dell’esistenza, sollevano il dubbio circa il senso di trovarsi in una vita siffatta. Sono molto lunghi rispetto alla seconda parte della poesia, composta soltanto da tre versi; ma questi tre versi sono estremamente intensi e da soli sono in grado di scacciare tutti i dubbi sollevati dalla prima parte. Il senso della vita risiede proprio nella sua poesia, e nel poter contribuire in questa immensa poesia con il proprio verso.
Capire il senso di questa poesia significa comprendere il senso dell’opera e della vita di Leopardi; generalmente, ci si focalizza soltanto sul Leopardi rappresentato dalla prima parte della poesia, ossia sulle molte pagine in cui Leopardi riflette sul dolore dell’esistenza. Ma riflettere sul dolore non significa essere automaticamente depressi; riflettere sul dolore significa prendere coscienza di un aspetto inevitabile dell’esistenza e capire come fronteggiarlo, esattamente come il risveglio del Buddha avvenne quando, uscito dal suo sontuoso palazzo, scoprì la vecchiaia, la malattia e la morte.
L’essenza della riflessione di Leopardi risiede metaforicamente nella seconda parte della poesia di Whitman. La consolazione e la forza per poter fronteggiare tale dolore inevitabile derivano dalla poesia, da una vita vissuta poeticamente e dal piccolo fiore della speranza e della solidarietà che, come la ginestra della poesia omonima, è in grado di sbocciare anche nei territori più impervi e inospitali.
Vedremo ciò cosa significa, e vedremo come questo approccio alla vita allontanerà lo stereotipo di un Leopardi brutto, sfigatino, deforme, chiuso nella sua stanza a leggere e scrivere anziché a vivere.

Anzitutto, gran parte degli anni passati a Recanati furono anni di reclusione forzata. Leopardi aveva una grande tensione nei confronti della vita: voleva viaggiare, vivere, esplorare, ma il padre, rigido ortodosso cattolico, cercava in ogni modo di fermarlo. Il conflitto con il padre accompagnò Leopardi per tutta la vita e non vede per nulla un Leopardi succube e inerme, ma anzi un Leopardi combattivo che fa di tutto per liberarsi dall’egemonia paterna.
Scrive Leopardi dopo il suo fallito tentativo di fuga da Recanati nel 1819:

“La risoluzione ch’io avea presa non era né immatura né nuova. Io l’avea fissata già da un mese, e l’avea concepita fin da quando conobbi la mia condizione, e i principii immutabili di mio padre […]. Io non sono né pentito né cangiato. Ho desistito dal mio progetto per ora, non forzato, né persuaso, ma commosso e ingannato. […] Se mi opporranno la forza, io vincerò, perché chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita migliore, ha la vita nelle sue mani”.

Il conflitto fu anche ideologico; come abbiamo detto, il padre di Leopardi, Monaldo, era un conservatore cattolico e reazionario, mentre Leopardi un materialista ateo. Il conflitto tra i due arrivò a tal punto che nell’anno di pubblicazione delle Operette Morali, il 1831, Monaldo consigliò a Giacomo di rileggere e correggere alcuni brani “nocivi”, richiesta ovviamente non esaudita dall’autore che il medesimo anno, quando il padre pubblicherà i suoi di Dialoghi (Dialoghetti sulle materie correnti), non si esimerà dal definire il testo un “infame e scelleratissimo libro”, in una lettera a Melchiorri (maggio 32).

Tuttavia, siccome il mondo non è mai diviso in buoni e cattivi, bianco e nero, ma è dipinto con sfumature di grigio più o meno scure, ma pur sempre grigie, bisogna riconoscere al padre di Giacomo Leopardi il merito di aver messo in piedi l’immensa biblioteca di casa, composta da decine di migliaia di volumi, che farà non solo da rifugio, ma da cassa di risonanza delle grandi emozioni vissute dal nostro autore. Se non fosse stato per la grande cultura ed erudizione di Leopardi padre, probabilmente il genio di Giacomo non avrebbe mai potuto esprimersi in tutta la sua immensità.

Ed è proprio dalla biblioteca di Leopardi che ripartiremo ora per sfatare il secondo mito, quello di un Leopardi che passa la sua esistenza a piangere e deprimersi sulle pagine dei libri.
Leopardi era depresso? No, era malinconico; potrebbe sembrare la stessa cosa, ma la differenza tra depressione e malinconia è abissale.
La depressione è uno stato di perpetuo grigiore, in cui ogni cosa risulta senza sapore, scevra di interesse e in cui ogni oggetto su cui si posa lo sguardo sembra svuotato di qualsiasi senso. La vita risulta un trascinarsi, un pendolo perennemente oscillante tra noia e dolore, come dirà uno spirito molto affine al Leopardi, Schopenhauer.
La malinconia, al contrario, nasce da una sovrabbondanza di vita, da una vita vissuta intensamente in ogni aspetto e in ogni emozione, soprattutto di gioia e tristezza. Anzitutto, la malinconia implica l’aver vissuto un’intensa felicità e un grande senso e valore attribuito alle cose e ai momenti vissuti; una serie di momenti estremamente intensi, che ci hanno fatto vivere in una condizione al di là del tempo e dello spazio e che nel momento stesso in cui finiscono ci ricatapultano nella realtà di ogni giorno, mostrandoci così sia come la vita possa effettivamente essere vissuta in maniera estremamente intensa, sia come tale intensità sia impermanente e mai eterna, nonostante ci abbia illuso con il suo carattere sovratemporale. La consapevolezza di questa impermanenza provoca un inevitabile sentimento di tristezza, che però non è mai da solo, proprio perché accompagnato dal lascito dei bei ricordi vissuti e dalla speranza che quella intensità di vita vissuta possa tornare. E dalla giustapposizione di queste due intense emozioni contrastanti, ma allo stesso tempo complementari, ecco che nasce la malinconia.
Lungi dall’essere un depresso cronico, stanco di vivere e desideroso di morire, Leopardi amava la vita; la amava così tanto che la sua tristezza derivava proprio da un amore smodato nei confronti delle sue bellezze, della sua intensità, dell’unicità di ogni momento vissuto, e da questo intenso turbinio, simile al vortice che nell’inferno dantesco trascina Paolo e Francesca, nasce la sua perpetua malinconia, plasmata dal genio di Leopardi nella sua altrettanto intensa opera letteraria. Per questo vita e poesia nell’esistenza leopardiana sono inscindibili; la poesia non è un alienarsi dalla vita, né essa nasce in uno studio buio e stantio, illuminato soltanto da una candela che proietta sui fogli l’ombra della gobba di Leopardi; la poesia, come una fonte sotterranea, sgorga direttamente dalla terra della vita, e la rende ancora più intensa. Come scrive lo stesso Leopardi: “Ma infine, la vita dev’essere viva, cioè vera vita: o la morte la supera incomparabilmente di pregio” (Operette Morali, Dialogo di un fisico o di un metafisico).
La grande intensità emotiva vissuta in un puro stato di malinconia spalanca le porte a un sentimento ancora più immenso e impetuoso: il sentimento dell’infinito.
L’infinito è un altro dei grandi temi del Leopardi, noto soprattutto a partire dall’omonimo Canto e dall’ancor più noto “e naufragar m’è dolce in questo mare”. Anche in questo caso, una dei concetti leopardiani più noti è tra i meno conosciuti. Cosa significa per Leopardi l’infinito? Non è soltanto un’immagine poetica astratta in cui naufragare come delle amebe inermi e rachitiche spiaggiate dietro una siepe. Infinito, intensità di vita vissuta e felicità vanno di pari passo.
La malinconia è suscitata dalla consapevolezza della fugacità del momento, e allo stesso tempo suscita il desiderio che i momenti gioiosi possano durare per un tempo indefinito. Desiderio che, come abbiamo visto, non può che essere disilluso. Tuttavia, l’uomo è fatto per anelare all’infinito, e lo dimostra il fatto che non può fare a meno di scorgerlo al di là dell’orizzonte del mare, come scrisse Hermes Visconti, filosofo italiano misconosciuto contemporaneo di Leopardi; vi è qualcosa in lui che lo protende verso l’eternità e vi è un modo per poter vivere questa eternità, assaporando un attimo infinito che, come una cassa di risonanza, amplia le emozioni vissute e permette di assaporare l’eternità tanto agognata.
Come scrive nel primo brano de le Operette Morali, Storia del genere umano, Giove donò all’umanità dapprima il mare, per fargli assaporare tale infinità, e poi “risolutosi di moltiplicare le apparenze di quell’infinito che gli uomini sommamente desideravano […] fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quello del mare), creato l’eco lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle loro cime. Creò similmente il popolo de’ sogni, e commise loro che ingannando sotto più forme il pensiero degli uomini, figurasse loro quella pienezza di non intelligibile felicità che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale”.
Nel mondo sono molteplici gli scorci di infinito, dall’eco al sogno, dalle grotte ai paesaggi, e si rivelano innanzi agli occhi di chi è in grado di guardare all’esistenza poeticamente. Nella storia narrata da Leopardi l’umanità si stufa presto di questo sentimento, che viene così dimenticato; ma il problema non è tanto del sentimento in sé, quanto di un’insoddisfazione insita nell’animo umano che tuttavia può essere sradicata, sradicando così la radice di ogni suo male. E per sradicarla bisogna recuperare l’antico sguardo poetico sull’esistenza, proprio ciò che Leopardi fa ne l’Infinito, in cui l’intenso sentimento non nasce da un mare o da uno spazio sterminato, né dal paesaggio circostante, bensì da una semplice siepe e dallo spazio che, proprio perché nascosto allo sguardo, cela un infinito che proprio perché nascosto può essere intuito e immaginato, come una rivelazione che folgora all’improvviso, anche nelle più piccole cose. In uno dei canti più noti di Leopardi, infatti, l'infinito si dispiega non di fronte a un mare sterminato o a un paesaggio senza fine, ma innanzi a una semplice siepe e all'infinito che essa cela

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, se sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensieri mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensiero mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare”.


Daniele Palmieri

Incontro con i ragazzi tenuto al Liceo Plinio Seniore, Roma, 7/12/2017

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domenica 26 novembre 2017

Meister Eckhart: Dell'uomo nobile. La forza di diventare Dio

Meister Eckhart fu uno degli animi più geniali e sensibili di tutto il medioevo. La sua mistica fu una delle più innovative e profonde, in grado di trascendere il cristianesimo in sé per attingere alle medesime fonti spirituali archetipiche proprie di ogni grande corrente mistica. Molti sono, ad esempio, i punti di contatto con il Buddhismo Zen, ben evidenziati da Suzuki in Mistica Orientale e Mistica Occidentale.
Il tema principale della sua riflessione, declinata con il linguaggio cristiano ma, come si diceva, spesso "sovraconfessionale", tant'è che costò all'autore un processo per eresia, è il rapporto tra uomo e Dio. Un rapporto che il mistico tedesco tenta di recuperare nella sua essenza più intima, non solo riallacciandosi alla tradizione agostiniana per la quale la voce di Dio alberga dell'anima, ma andando oltre e mostrando come l'uomo possa elevarsi a Dio, divenendo egli stesso un tutt'uno con Dio.
Riassumere la varietà e la profondità dei percorsi spirituali illustrati da Eckhart risulta impossibile in un solo articolo; qui ci si limiterà esclusivamente a sottolineare alcuni degli elementi principali su questo percorso: le opere umane, l'intenzione, la volontà e, infine, l'elevazione a Dio.
Anzitutto, Meister Eckhart, inserendosi nella disputa sul libero arbitrio e la salvezza eterna, propone una soluzione del tutto originale, che offre una via trasversale tra i teologi che negavano l'importanza delle opere per la salvezza, propendendo per la predestinazione, e i teologi che invece davano alle opere umane tutta l'importanza.  
Il mistico tedesco supera il problema coniando la teoria dell'etica dell'intenzione di Abelardo sia con l'etica stoico-aristotelica, per la quale l'uomo realmente virtuoso è colui che agisce provando piacere per l'azione buona, anche se essa non va a buon fine, sia con l'importanza di agire attivamente all'interno del mondo attraverso le opere. In tale prospettiva, l'uomo è sì dotato di libero arbitrio, ma ciò che conta non è esclusivamente il compimento delle opere buono le quali, da sole, non bastano a renderlo "santo"; la medesima azione buona, infatti, potrebbe essere condotta per motivi opportunistici o spregevoli; allo stesso tempo, potremmo non essere in grado di portare a termine un'opera buona a causa delle contingenze della vita, ma avere nell'animo la più sincera volontà di compierla. Se a contare fossero solo le opere, dunque, si giungerebbe all'assurdo che il primo uomo, benché mosso da secondo fini poco onesti, raggiungerebbe la salvezza eterna per la realizzazione dell'azione, mentre il secondo, nonostante la buona intenzione e la pura volontà, sarebbe condannato per non essere stato in grado di compiere il suo obiettivo.
Per risolvere il paradosso, occorre dunque focalizzarsi sull'intenzione, non sulla realizzazione dell'azione. L'uomo nobile possiede sempre un'intenzione pura, per qualsiasi azione egli compia; ne consegue che non sono le opere a santificare lui, ma è lui a santificare le opere attraverso la propria volontà e la propria azione, anche quando esse per causa di forza maggiore non giungono a termine. Come scrive Eckhart: 

"Non bisognerebbe tanto pensare a cosa si deve fare, quanto piuttosto a ciò che si è: se si fosse buoni, e buono fosse il nostro modo di essere, le nostre opere risplenderebbero luminose. Se tu sei giusto, anche le tue opere sono giuste. Non si pensi di fondare la santità sulle opere, sa santità va fondata sull'essere, giacché non sono le opere che ci santificano, siamo noi che dobbiamo santificare le opere. Per sante che siano, le opere esse non ci santificano assolutamente in quanto opere, ma, nella misura in cui siamo santi e possediamo l'essere, in questa stessa misura noi santifichiamo le nostre opere [...]. Quelli che non sono di natura nobile, qualsiasi opera compiano, essa non vale nulla" (Meister Eckhart, Dell'Uomo nobile, Adelphi).

Per questo Eckhart, mostrando come il concetto di tolleranza non fosse alieno agli uomini medievali, è aperto a ogni via che possa condurre all'elevazione interiore a Dio, consapevole che se una è la meta, molteplici sono le strade per raggiungerla, in base alle esigenze, alla diversità, alle attitudini e alla forza dei differenti individui. Sarebbe assurdo, infatti, esigere che tutte le persone si tormentino con atroci sofferenze e scelgano la via o dei martiri o degli anacoreti del deserto; soltanto poche persone, sicuramente di nobile spirito, sono in grado di intraprendere questi percorsi. Ma strade altrettanto nobili si dispiegano anche durante la semplice vita quotidiana dell'uomo comune, in grado di agire con una pura, retta e sincera intenzione. 
Ne deriva che non bisogna biasimare coloro, anche di altre professioni, che seguono strade divergenti dalla nostra, ma anzi bisogna essere aperti e ben disposti nei loro confronti, nel momento in cui ci rendiamo conto della loro sincera intenzione a compiere del bene. Scrive Eckhart, in un lucido esempio di tolleranza nell'epoca in cui fioccavano le condanne per eresia: 

"Dio non fa dipendere la salvezza degli uomini da alcun modo particolare. Ciò che è proprio all'un modo, non è proprio all'altro; a tutti i modi buoni Dio ha dato la possibilità di essere realizzati. Infatti un bene non è opposto all'altro. Ecco come accorgersi che si sta facendo un torto a qualcuno: quando ci imbattiamo in un uomo buono, oppure sentiamo parlare di lui, sapendo che non segue il nostro modo di agire, noi subito pensiamo che tutto sia perduto. Se il modo di agire di quella persona non ci piace, non apprezziamo più il suo buon modo di fare e la sua buona intenzione. Questo è ingiusto. Bisogna invece dare molta importanza all'intenzione delle persone, nel loro modo di agire, e non disprezzarne alcuno. Nessuno può avere un solo modo di agire, né tutti gli uomini possono averne uno solo; così un singolo uomo non può averli tutti, né avere quello di ciascuno. Ciascuno mantenga il proprio buon modo di agire e faccia entrare in esso tutti gli altri e vi accolga ogni bene e ogni modo di agire" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adelphi).

Da ciò deriva la grande attenzione pratica di Eckhart nei confronti della vita quotidiana. Il santo non è colui che si estrania dal mondo, ma la persona in grado di santificarlo attraverso la propria intenzione e la propria volontà agendo attivamente in esso, aiutando l'umanità e la comunità all'interno della quale si trova inserito. Paradossalmente, infatti, ricercare l'estasi mistica e la bontà di Dio soltanto per se stessi, significherebbe cadere in una forma di egoismo. Il vero santo anela all'amore di Dio, ma lo fa attraverso il prossimo, senza fuggire dai dolori del mondo ma anzi immergendosi in essi, con la consapevolezza che il dolore è l'unica strada percorribile verso Dio, poiché esso tempra l'animo umano e lo prepara ad ascendere verso livelli superiori di coscienza. Citando le sue parole:

"Pur se tutto questo fosse amore pieno e totale, non sarebbe ancora la cosa migliore, ed ecco perché: si deve talvolta, per amore, abbandonare tale giubilo per qualcosa di migliore, o, talvolta, per compiere una necessaria opera di amore spirituale o materiale. L'ho già detto altre volte: se anche fossi rapito in spirito come san Paolo e sapessi che un malato aspetta da me un po' di minestra, riterrei preferibile, per amore, uscire da tale rapimento e soccorrere l'indigente in un amore più grande" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adelphi).

Concetto che ricorda molto sia la storia del risveglio di Buddha, che inizia la sua ricerca spirituale quando scopre le sofferenze del mondo, sia l'immagine sempre Buddhista del Bodhisattva, l'Illuminato che, di fronte al Nirvana, decide non di dissolversi in esso ma di tornare nel mondo per continuare ad aiutare gli uomini.
In tutto ciò, la volontà gioca un ruolo cruciale. Si tratta non soltanto della volontà di agire rettamente, ma di farlo assumendo la prospettiva più elevata possibile: la prospettiva di Dio. In altri termini, far coincidere la propria volontà con la volontà di Dio, divenendo noi stessi Dio.
Come è possibile raggiungere questo elevato livello di coscienza? Secondo Eckhart, Dio è la luce che nasce all'interno dell'anima; o, meglio, citando un passo del Libro dei XXIV filosofi, che molto riecheggia la filosofia eckhertiana, "Dio è la tenebra che rimane nell'anima dopo ogni luce". Questo perché per riuscire a giungere a Dio bisogna svuotarsi. Bisogna abbandonare se stessi, le proprie aspirazioni, i propri desideri, i propri tormenti, i propri dubbi, il proprio attaccamento, tutto quanto di piccolo e irrilevante riusciamo a scovare. Il tutto non per diventare schiavi, inermi burattini nelle mani del Signore, ma al contrario per raggiungere un infinito grado di libertà e di volontà. Difatti, soltanto quando ci si è svuotati da tutti i rifiuti che albergano nel nostro animo ecco che si apre un vuoto, lo spazio per accogliere l'infinita potenza e l'infinita volontà di Dio che divengono, a tutti gli effetti, parte di noi. Se ci spogliamo della nostra individualità, è dunque per assumere a tutti gli effetti la volontà di Dio e in tale prospettiva, proprio perché tutto accade secondo la sua volontà e la sua potenza, tutto accade secondo la nostra volontà e la nostra potenza, poiché l'Io e Dio divengono un tutt'uno inscindibile. Per questo Eckhart scrive:

"Nessuno viene veramente figlio se non diviene egli stesso Figlio, e nessuno è là dove è il Figlio, nel grembo del Padre, Uno nell'Uno, se non ci è figlio" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adeplhi).

Tutti, come Cristo, siamo figli di Dio. Gesù non fu figlio di Dio soltanto perché concepito da Dio stesso, ma Gesù divenne Figlio di Dio, al pari di Dio stesso, poiché attraverso il suo percorso spirituale divenne Cristo. Dunque per elevarsi al pari di Cristo, per divenire Cristo e, a tutti gli effetti, Figli di Dio, occorre compiere il suo medesimo percorso, che è fatto di amore e sofferenza, di gioia e dolore, di fratellanza e compassione, di ferma volontà anche di fronte alla condanna immotivata, di pura intenzione in ogni occasione, con la consapevolezza di doversi impegnare nelle opere buone ma che ciò che conta non è la loro realizzazione, bensì la propensione spirituale che ci muove ad agire, poiché:

"Per l'uomo giusto, dalla perfetta volontà, nessun tempo sarà mai troppo breve. Perché, se la sua volontà è tale che egli vuole assolutamente tutto ciò che può - e non soltanto ora: anche se visse mille anni vorrebbe fare ciò che può - una simile volontà porta tanto frutto quanto le opere che si potrebbe compiere in mille anni: davanti a Dio egli ha compiuto tutto questo" (Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, Adelphi)

sabato 11 novembre 2017

Borges: L'altro. L'incontro con il proprio doppio

"Non senza qualche logica amarezza/penso che le parole più essenziali/che mi esprimono stiano nelle pagine/che non sanno chi sono, non in quelle/che ho scritto" recitano alcuni versi di una poesia di Borges, I miei libri, contenuta ne La rosa profonda.
Ieri notte ho letto un racconto, proprio di Borges, che mi ha particolarmente toccato perché sembrava descrivermi.
Si tratta di L'altro, all'interno de Il libro di Sabbia. E' un racconto di poche pagine, dal linguaggio semplice, ma ogni parola è soppesata e se, come recita il detto, Dio si nasconde nei dettagli, questo breve racconto è così ricco di dettagli da possedere qualcosa di divino.
Protagonista del racconto è lo stesso Borges, seduto su una panchina davanti a un fiume a Cambridge. Sembra un giorno come un altro quando, improvvisamente, ode a qualche panchina poco lontana da lui un fischiettio e un tono di voce a lui conosciuto. Incuriosito, si alza e raggiunge la persona sulla panchina e, con immenso stupore, si trova catapultato in una situazione surreale: la persona sulla panchina è lui stesso, ma ringiovanito di oltre sessant'anni. 
Il Borges anziano, dopo aver fatto alcune domande al Borges giovane, rivela la sua identità e la dimostra descrivendo i particolari della casa a Ginevra in cui, teoricamente, il Borges giovane ora si trova. Sospesa l'incredulità, entrambi sono costretti a considerare reale quell'incontro e inizia tra i due un dialogo il cui punto di partenza, inevitabile, è il racconto di alcune vicende che il Borges giovane vivrà, ma che soltanto il Borges anziano conosce.
Il Borges anziano rivela al Borges giovane alcune delle cose che gli accadranno, finché non sorge un dubbio: come è possibile che il Borges vecchio non si ricordi di quell'incontro, visto che in teoria l'ha già vissuto? Sono costretti però a passare oltre a questo enigma, che come gli altri verrà risolto soltanto in seguito.
La discussione verte dunque, inevitabilmente, sui libri; il giovane scrittore è curioso di sapere come andranno le sue pubblicazioni, e il Borges vecchio, con una certa sfumatura di nostalgia, risponde:
"Non so quanti libri scriverai, ma so che sono troppi. Scriverai poesie che ti daranno un piacere non condiviso, e racconti di carattere fantastico. Insegnerai anche, come tuo padre e come tanti altri del nostro sangue. 
Fui felice che non mi chiedesse niente del fallimento o del successo dei libri".
Prosegue poi raccontandogli gli eventi storici che si verificheranno, ma essendo Borges che incontra Borges, la conversazione non può che tornare sulla letteratura e sui libri. 
Iniziano a discutere delle loro letture; Borges giovane è estasiato da Dostoevskj, Borges anziano riconosce il tipico fervore giovanile verso l'autore russo, che in lui ha però fatto il suo tempo, a tal punto da non ricordarsi nemmeno il romanzo. Dimenticanza che fa quasi infuriare il Borges giovane, che non può comprendere come ci si possa dimenticare un autore simile. Cosa che, evidentemente, comprendere soltanto anni dopo. 
Dai libri letti, passano poi a quelli scritti. Borges vecchio chiede a Borges giovane che libro sta scrivendo, e la risposta del secondo è una raccolta di poesie dal titolo Gli inni rossi.
Questo passo mi ha particolarmente toccato, rievocandomi i versi dello stesso Borges citati a inizio articolo. Mi sono immaginato in là con gli anni, a volgere lo sguardo all'uomo, allo scrittore, al giovane che sono adesso, a scrutinare i sogni, le speranze, gli ideali della gioventù ormai dal punto di vista del crepuscolo, facendo i conti con quanto si è realizzato e quanto invece non è mai avvenuto, a ricordarmi con un pizzico di malinconia l'enfasi delle letture e degli scritti giovanili, attorno ai quali ora ruota la mia vita, ma che presto potrebbero diventare cenere, passato.
Lo scarto generazionale inizia a farsi sentire, e a questo punto il Borges vecchio matura quanto la sua personalità sia cambiata nel corso degli anni, tanto da far sembrare i due "se stesso" due personalità simili ma allo stesso tempo distinte, due caricature del medesimo soggetto: 
"Il mio alter ego credeva nell'invenzione o nella scoperta di nuove metafore; io, in quelle che corrispondono ad affinità intime e ben note, già accettate dalla nostra immaginazione. La vecchiaia degli uomini e il tramonto, il sogno e la vita, lo scorrere del tempo e dell'acqua. Gli esposi questa opinione, che lui avrebbe esposto anni dopo in un libro [...] Mezzo secolo non passa invano. Attraverso quella conversazione fra persone dalle letture miscellanee e dai gusti differenti, capii che non potevamo intenderci. Eravamo troppo diversi e troppo simili. Non potevamo ingannarci, e questo rende difficile il dialogo. Ciascuno era la copia caricaturale dell'altro. La situazione era troppo anomala per durare a lungo".
Così, i due decidono di salutarsi, cercando tuttavia di dare concretezza a quell'incontro, di trovare qualcosa che possa lasciarne una traccia. Borges vecchio decide dunque di dare a Borges giovane una banconota americana, con su impressa la data 1964, mentre Borges giovane dà a Borges vecchio una moneta francese. Ma entrambi decidono poi di gettare quella traccia.
Si lasciano soltanto con la promessa di incontrarsi ancora, il giorno dopo, nel medesimo posto, ma con la reciproca consapevolezza che entrambi avrebbero disatteso la promessa. Incontrare se stessi tutti i giorni ogni mattino non è semplice, figuriamoci incontrare il noi passato o il noi futuro, rendersi conto di quanto siamo impermanenti e di come gli anni ci trasformino, non solo fisicamente ma soprattutto interiormente.
Meditando sull'incontro destabilizzante, il Borges vecchio giunge alla soluzione dell'enigma proprio grazie alla banconota egli aveva consegnato al Borges giovane. 
Essa ha sopra una data, ma le banconote non hanno data. Così, l'unica soluzione possibile è questa: il Borges giovane ha sognato quell'incontro, molti anni prima, per poi dimenticarselo. Un sogno così vivido da diventare reale, ma pur sempre un sogno, come testimonia quella piccola imperfezione. Per questo se ne è poi dimenticato. Il Borges vecchio, al contrario, ha vissuto realmente quell'esperienza, ha incontrato realmente il Borges giovane in una sorta di frattura spazio-temporale a metà tra il sogno e la realtà, e dunque a metà tra un sogno e un altro sogno. Come aveva detto lo stesso Borges vecchio al suo doppio del passato: "Il mio sogno dura ormai da settant'anni. In fin dei conti, al risveglio, non c'è nessuno che non incontri se stesso. E' quello che ci sta accadendo ora, solo che siamo in due".

Daniele Palmieri

venerdì 10 novembre 2017

In morte di un poeta. Ricordo di Giuseppe d’Ambrosio Angelillo

Pochi giorni fa è morto un poeta. Ma non sentirete questa notizia ai telegiornali, né la leggerete sulle principali testate nazionali. I media e il pubblico sono interessati soltanto alle bruttezze della vita, non c’è più spazio per la Bellezza, e in questo mondo il poeta non può che morire in silenzio. Ma meglio così. Il silenzio è dei saggi, il brusio degli stolti.
Ho conosciuto Giuseppe d’Ambrosio Angelillo circa due anni fa, prima ancora che divenisse conosciuto grazie al servizio de Le Iene. Ero a Milano, in piazza Duomo, una delle piazze più emblematiche della città. Tanta Bellezza da ogni lato, eppure così tante persone insensibili a essa, che passano rapide, con il passo svelto e la testa bassa, troppo annebbiate dai loro impegni. Io sono uno dei pochi milanesi che appena si accorge che sta correndo troppo, tenta di rallentare.
Il giorno in cui ho conosciuto Giuseppe stavo proprio correndo, di ritorno dall’Università Statale, e a farmi accorgere della frenesia metropolitana non fu, come di consueto, il Duomo, ma la sua bancarella di libri, di fronte alla Mondadori.
Mi saltarono subito all’occhio le copertine bianche, dipinte in acquerello, e la figura di Giuseppe alto e immobile come una statua, dalla barba e i capelli lunghi e incolti, un misto tra Marx e Tolstoj. L’intera scena emanava una singolare Bellezza; non quella maestosa delle vetrate e delle guglie del Duomo, ma quella semplice e silenziosa, che soltanto una profonda umanità può trasmettere.
Stavo per passare oltre ma, come anticipato prima, la Bellezza della scena mi rallentò, mi risvegliò e fui costretto a fermarmi. Iniziai a sfogliare i libri sulla bancarella. Grandi titoli e bellissime copertine, che trasparivano l’antica arte tradizionale e artigianale dell’editoria, quella ancora animata dall’amore per la qualità e non della quantità. Letteratura, saggistica, poesia. Basho, Dostoevskj, Alda Merini, Einstein, Leonardo da Vinci. E, tra loro, Giuseppe d’Ambrosio Angelillo. Notai subito i numerosi libri pubblicati sotto quel nome, e compresi che dietro alla bancarella si nascondeva proprio il corpo e lo spirito dello scrittore. Non potei evitare di investigare e di chiedergli di raccontarmi la sua storia. Il suo parlato profondo e calmo mi trasmise subito profonda saggezza. Mi parlò del suo amore per la cultura e per i libri. Mi raccontò che Acquaviva, nome della casa editrice, deriva dal nome della sua terra natale, in Puglia, piccolo paese dallo spirito contadino, che a partire dal nome trasmette però la stessa forza e lo stesso magnetismo delle sue pubblicazioni. Uno spirito autentico e artigianale. Mi disse che per i suoi libri aveva sacrificato tutta la sua vita e che, anche se si trovava in condizioni economiche per nulla favorevoli, con molte bocche da sfamare, i libri e la cultura erano sempre stati la sua ancora di salvezza, poiché, come dicevano gli antichi Greci, se il poeta non è in grado di procacciarsi il pane, saranno gli déi a sfamarlo. Mi raccontò dei suoi studi. Aveva passato molti anni alla Statale di Milano, facendo l’assistente di un professore e scrivendo un’opera monumentale su Dostoevskij che, tuttavia non andò mai giù al pubblico accademico proprio perché non era una delle solite opere di mera erudizione. E così, abbandonò l’Università, i cui paletti spesso ingabbiano gli spiriti più liberi. Mi raccontò anche dei suoi rapporti con Alda Merini, della Milano ormai sparita in cui lui e lei avevano vissuto insieme, da scrittori e poeti, svelandomi i torbidi retroscena del mondo editoriale e di come la stessa Alda si infuriò quando una grande casa editrice tentò di impedire a Giuseppe di pubblicare alcune sue raccolte, esigendo il monopolio sull’intera opera. Monopolio che Alda non concesse, perché nessuno può ingabbiare la poesia, né ridurla a un oggetto di mercato.
Tornato a casa, rimasi molto colpito da quell’incontro e ne parlai con molti amici. Purtroppo non avevo soldi dietro e non potei comprare i suoi libri, ma fu anche una fortuna perché così potei rincontrare Giuseppe, vicino a casa sua, in una piovosa giornata invernale.
Eravamo io, lui e una mia vecchia fiamma, in un bar di cinesi. I libri che avevo prenotato, che serbo ancora con amore reverenziale, sono una silloge di pensieri tratti dal Talmud, La scopata di Manganelli di Alda Merini e una breve raccolta di poesie, sempre sue, che regalai alla mia ormai ex-ragazza; infine, il suo capolavoro, Milan Blus Ban, uno scritto imponente che racconta la Milano dei suoi anni con Alda Merini, un mix tra beat generation, Céline e l’inconfondibile tocco letterario di Giuseppe.
Ricordo che quel giorno passammo insieme oltre tre ore, in cui Giuseppe spaziò tra i più disparati argomenti, raccontandoci ancora della sua vita, dei suoi libri, della cultura, e dell’importanza della poesia, animato e irrefrenabile come Diogene, un “Socrate impazzito” (nel senso positivo del termine), e quando ci salutammo e la mia ex ragazza mi fece notare la sua parlantina irrefrenabile e il suo carattere bizzarro, le dissi che Giuseppe era un poeta, e che lo si doveva considerare secondo i canoni della poesia.
Quella fu l’ultima volta in cui lo vidi di persona. Mi chiamò, qualche giorno dopo, entusiasta per essere stato contattato da Nina Palmieri de Le Iene, grazie a una lettera mandata dal suo figlio più piccolo. Il servizio andò in onda poche settimane dopo e fu uno di quei pochi casi in cui la cultura e la poesia undergrond, ossia la vera cultura e la vera poesia, riuscirono a ottenere un ottimo risalto mediatico. Da lì in poi sempre più persone conobbero Giuseppe d'Ambrosio Angelillo e iniziarono ad appassionarsi ai suoi libri, alla sua storia, alla sua vicenda familiare, che trasmettevano e trasmettono ancora una purezza e un'autenticità illibata.
Purtroppo, Giuseppe d'Ambrosio Angelillo ci ha lasciato pochi giorni fa, a causa di un'improvvisa emorragia cerebrale. Ma se, come diceva sempre lui, se il poeta non è in grado di procacciarsi il pane allora saranno gli déi a sfamarlo, si può anche dire che il poeta non muore, ma che sono gli déi a volerlo alla propria corte, per ospitarlo e godere della Bellezza della sua poesia eternamente.
E anche noi possiamo godere eternamente della Bellezza della sua arte, continuando a leggere i suoi libri e aiutando così la sua famiglia.
Per chi volesse approfondire la sua arte, tutti i suoi libri sono disponibili su Google Books: 
Daniele Palmieri

giovedì 9 novembre 2017

Emanuele Franz: La biografia della Forza. La Forza come principio metafisico

Abbiamo già conosciuto Emanuele Franz, prima attraverso la recensione de Le basi esoteriche della geometria frattale, poi attraverso le sue parole con un'intervista lasciata in esclusiva a Nero d'inchiostro.
Oggi, affronteremo un altro suo testo, profondo almeno quanto il primo: La biografia della Forza
Il libro in questione è un'analisi del concetto di Forza, laddove essa è intesa come un concetto metafisico che muove il Cosmo tanto quanto l'uomo.
Schliemann, Huxley, Gandhi, Napoleone, Cortés, Lutero, Rasputin, Marconi, Pasteur, Edison, Beethoven e Messner sono i dodici protagonisti trattati nel saggio, ma non tema il lettore di trovare lunghe digressioni biografiche fini a loro stesse; i dodici protagonisti, scelti appositamente da campi della cultura, della politica e della scienza completamente diversi, sono qui assunti a simboli la cui giustapposizione permette di cogliere il carattere metafisico della Forza che, come sottolinea il titolo, è la reale protagonista di un'unica biografia che trascende le dodici vite in sé e che si manifesta, sempre con i medesimi caratteri, in ciascuna di esse. 
Come scrive Franco Fabbro nell'introduzione del libro: "Lo schema attraverso cui la Forza si manifesta nella storia di questi uomini illustri è simile. Si tratta di persone con alto ingegno creativo, spesso di umili origini, ostacolate dal potere, capaci di reagire a grandi sventure (povertà, cecità, sordità, malattie). Là dove la maggior parte delle persone hanno ceduto, essi hanno mostrato una volontà in grado di piegare la storia. Il nucleo della loro genialità è stata la consapevolezza di esistere per compiere qualcosa di grande".
Delle biografie vengono sempre colti i caratteri comuni, come l'abnegazione, la tenacia, la resistenza, l'ideale, la resilienza, la capacità di fronteggiare qualsiasi intemperia e imprevisto, la forza d'animo, la volontà tenace e, in generale, l'irrazionalità irrefrenabile che ha consentito a questi grandi nomi della storia di perseguire e raggiungere i propri obiettivi poiché, appunto, animati non soltanto dalle loro speranze, ma da questa Forza metafisica che si manifesta negli spiriti nobili come quella "capacità che le potenze irrazionali e passionali travalichino i dettami della ragione e ne valichino gli ostacoli" e che, nel testo, raggiunge una delle sue più elevate vette simboliche nella figura di Cortés che, accompagnato esclusivamente da 500 uomini, conquista un intero impero composto da milioni di uomini dopo aver bruciato personalmente le proprie navi, per evitare ripensamenti e lasciarsi invasare esclusivamente dalla Forza.
Come scrive Franz: "Di quando in quando, la Forza umana raggiunge intensità tali da farle vincere difficoltà, resistenze, tribolazioni che renderebbero impossibile qualsiasi proposito dettato dalla ragione. Ma  la Forza in questo caso non è quella della ragione, ma quella di un'Idea, quella di un Sogno, e questa Forza non può che essere irrazionale".
L'intero testo si sviluppa dunque similmente alle vite parallele di Plutarco, che non nascono puramente con scopo biografico ma all'interno delle quali la biografia dei grandi uomini particolari è un espediente per analizzare quali sono, in generale, le virtù metafisiche che permettono di diventare come quei grandi uomini.
Il Genio, figura archetipica qui analizzata, che racchiude in sé le grandi personalità di ogni campo del sapere pratico e teorico e che è rappresentato da ciascuna delle 12 personalità analizzate, è colui in grado non solo di conoscere la realtà, ma addirittura di modificare la realtà attraverso il suo Ideale, per mezzo della propria grande Volontà e mediante l'immenso potere derivatogli dalla Forza, il tutto sempre rinunciando al proprio Ego, facendosi anzi veicolo di conoscenze superiori volte a migliorare la condizione di vita di tutta l'umanità.
"Ma il segreto della Forza è il segreto di ogni stella. Il sole, infatti, è l'unico oggetto che non può beneficare della sua stessa luce. Il rinunciare alla luce che produce e donarla a tutto il resto dell'universo. Noi dobbiamo muoverci unicamente per donare agli altri la nostra luce, rinunciando a essa. Dobbiamo accendere un fuoco per riscaldare gli altri, non noi stessi".
L'aspetto più rilevante, dunque, del testo di Franz è proprio quest'ultimo; la Forza non è meramente intesa come Volontà di Potenza, anche laddove essa è caratterizzata dalla violenza conquistatrice, bensì come una facoltà in grado di trascendere il bene e il male, poiché, sebbene veicolata dai singoli uomini, quest'ultimi non sono i reali agenti delle proprie azioni, non perseguono mai i propri obiettivi per ingrandire il proprio Ego ma sempre in nome di un principio superiore, di fronte al quale anche loro stessi sono un nulla. E, difatti, quando il compito del Genio è finito, come insegna Hegel, esso stesso è schiacciato dall'imponente peso della Forza, affinché ai posteri rimanga soltanto il lascito della sua voce, del suo pensiero e delle sue azioni, e non il misero corpo mortale e individuale.

La biografia della forza, Emanuele Franz, Audax Edizioni

Daniele Palmieri

lunedì 6 novembre 2017

Giovanni de Castro: I Templari. L'ascesa, il processo, la mistica

I cavalieri Templari sono uno dei pochi Ordini Cavallereschi medievali che hanno trasceso la contingenza storica per elevarsi a leggenda. 
Soprattutto negli ultimi due secoli, le pubblicazioni che riguardano il loro Ordine sono aumentate esponenzialmente, ma la qualità di tali pubblicazioni è presto calata in maniera direttamente proporzionale al loro numero.
Tuttavia, una quantità così elevata di pubblicazioni testimonia da un lato il grande interesse da parte del pubblico e dall'altro il fascino magnetico e senza tempo dell'Ordine dei Cavalieri Templari.
Questo perché la rapida ascesa e l'altrettanto rapido declino dei Templari ha suscitato, fin dal medioevo, una meraviglia così sublime che non poteva che perdurare nei secoli e dar vita a numerose leggende, nate dalle calunnie e dalle mistificazioni del processo, dalle dicerie del popolo, dai grandi tesori accumulati, dalla tenacia spirituale dei suoi membri. 
Se di grandi misteri si fecero custodi, riuscire a cogliere di quali misteri si trattò risulta, al giorno d'oggi, estremamente difficile proprio a causa dell'elevato numero di testi che, in un modo o nell'altro, hanno collegato ogni sorta di segreto, mistero e teoria fantasiosa all'Ordine Templare. 
"I Templari" di Giovanni De Castro, filosofo e storico ottocentesco, rappresenta dunque un importante documento per calarsi nell'intramontabile fascino esercitato dall'Ordine Cavalleresco senza il rischio di trovarsi immersi in una cortina di fumo di teorie complottiste. 
Nel presente testo, Giovanni De Castro racconta l'ascesa, il declino e la mistica dei Templari, riuscendo a bilanciare in maniera ponderata da un lato il racconto storico dell'Ordine, e dall'altro quello filosofico, religioso e spirituale, sempre rimanendo legato ai documenti storici dell'epoca. 
In ciò risiede il grande punto di forza dell'analisi di Giovanni De Castro: la consapevolezza che la parabola dei Templari e, di conseguenza, il loro mistero, non può essere colto se non in questa terra di confine tra storia e filosofia, religione e spiritualità, poiché l'Ordine stesso è nato e si è evoluto all'interno di una cornice temporale, quella del Medioevo, le cui categorie "spazio-temporali" erano radicalmente diverse rispetto a quelle dell'uomo moderno (come mostra Le Goff in Tempo della Chiesa e tempo del Mercante); una cornice spazio-temporale in cui, già a partire dalla società, i valori spirituali avevano la preminenza rispetto a quelli materiali, e tale aspetto era ancora più accentuato all'interno dell'Ordine Templare, che rappresenta, secondo De Castro, l'esempio più elevato di Milizia Spirituale.
Con i fondamenti teologici e morali delineati da Bernardo di Chiaravalle nel De Laude Novae Militiae, i Templari nascono infatti come un Ordine Cavalleresco il cui fine non è la guerra, ma la pace; non la ricchezza materiale, ma quella spirituale; non l'odio, ma l'amore, persino in battaglia nel bel mezzo dello scontro con il nemico. 
"Il soldato ha la gloria, il monaco ha il riposo. Essi rinunciarono all'una ed all'altro, s'imposero costante legge di pericoli e d'astinenze" condensa De Castro, in poche righe, l'austerità di vita con la quale si esercitavano a raggiungere tali conquiste, il cui aspetto più rivoluzionario fu proprio quello di essere volte non all'interesse particolare di un sovrano, ma all'interesse generale dell'umanità.
La loro tenacia fu così irrefrenabile che conquistò anche la reverenza da parte dei Mori, tant'è che il loro apparire in battaglia gettava subito scompiglio. Presto conquistarono così tanta influenza da possedere propri riti, proprie leggi, propria giurisdizione, a tal punto che nemmeno il Papa poteva giudicarli o presiedere alle loro riunioni segrete. Ciò fece fioccare le più disparate accuse di eresia, che De Castro analizza minuziosamente per riuscire a rintracciare quanto vi fu di fantasioso e quanto, invece, affondava nelle effettive simbologie sacre assunte dall'Ordine.
La loro forza li fece ascendere tanto velocemente quanto rapida fu la loro caduta.
La caduta dell'Ordine rappresenta la fine di questo mondo disinteressato, in una società cieca e sorda ai valori spirituali, interessata esclusivamente alla ricchezze, e la loro fine non fu solo un evento storico, ma un evento simbolico che segnò una delle prime fasi di passaggio dalla società spirituale a quella economica. Come scrive De Castro:

"L’innalzamento de’ Templari fu straordinario, straordinaria la loro caduta. A questo modo la prosa si vendica della poesia. Società beffarda e codarda non poteva tollerare società generosa, disinteressata, che avea saputo crearsi una potenza colla fede e col valore.

La lettera si ribella allo spirito, che non comprende più, che non ama più. Quando la prosa sconosce le venerande forme poetiche, le vecchie e benemerite istituzioni; quando lo scetticismo si fa strada colla dilapidazione del patrimonio avito, collo spregio delle costumanze meglio autorate, colla demolizione inconsulta, l’umanità novera giorni di lutto" (Giovanni De Castro, I Templari. L'ascesa, il processo, la mistica, a cura di Daniele Palmieri).


I Templari. L'ascesa, il processo, la mistica - Giovanni De Castro, a cura di Daniele Palmieri: https://www.ibs.it/templari-ascesa-processo-mistica-libro-giovanni-de-castro/e/9788892689206?inventoryId=91798285

Daniele Palmieri


domenica 5 novembre 2017

Tu non sei Dio. Inchiesta sulla spiritualità contemporanea di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

La spiritualità contemporanea si potrebbe descrivere come Kant descriveva la metafisica circa tre secoli fa: un caotico terreno di scontro conteso da tutte le affermazioni e il loro contrario. Non che la diversità delle opinioni sia intrinsecamente un fatto negativo; tuttavia, un terreno di scontro diventa caotico e confusionario proprio quando la disparità delle opinioni non deriva da una serie di posizioni teoriche solidamente argomentate, ma da una vociare approssimativo che, come la metafisica del XVIII secolo, testimonia una ripetizione superficiale di concetti fumosi. Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea, scritto a quattro mani da Andrea Colamedici e Maura Gancitano ed edito dalla Tlon Edizioni, è un'inchiesta sul mondo della spiritualità contemporanea, che tenta di riportare ordine in questo territorio caotico attraverso una ricostruzione dei processi storici e filosofici che hanno portato allo sviluppo di una spiritualità superficiale, usa e getta, consumistica, incapace di penetrare in profondità nei  problemi sia filosofici sia personali di cui si occupa.
L'inversione di tendenza della cultura filosofico-spirituale occidentale affonda le proprie radici a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Illuminismo e Romanticismo hanno rivoluzionato la cultura Europea, creando due grandi filoni di pensiero opposti ma, spesso, con molti punti di contatto, volti a rimarcare come principio fondante della discussione filosofica, rispettivamente, la Ragione o il Sentimento. Come ogni corrente di pensiero, anche Illuminismo e Romanticismo produssero i loro "estremismi", il cui destino è strettamente intrecciato. Il primo sfociò nel Positivismo e nello Scientismo, correnti filosofiche e scientifiche che esigevano di ridurre ogni aspetto della realtà alla metodologia scientifica empirica. In reazione a questa eccessiva razionalizzazione del reale, e in concomitanza al sapere Religioso tradizionale incapace di reagire in maniera adeguata per soddisfare le esigenze spirituali degli uomini, ecco che tra XIX e XX secolo nacquero le prime correnti Spiritiste e Occultiste, ad opera di personalità carismatiche come Mesmer, Kardec, Blavatsky (fondatori, rispettivamente, del Mesmerismo, dello Spiritismo, della Società Teosofica).
I nuovi movimenti di questi secoli si contraddistinguono per la grande varietà di insegnamenti, ma sono accomunati dal medesimo spirito di fondo: il rifiuto tanto della tradizione religiosa occidentale quanto della nascente tradizione scientifica, lo sguardo a oriente; la preminenza dell'intuizione e della visione interiore rispetto ai dogmi e alla ragione; la credenza in una realtà spirituale superiore alla realtà materiale. Queste nuove correnti si diffusero in maniera contagiosa tra le masse, soprattutto in quella fascia di popolazione che grazie alle conquiste dell'Illuminismo aveva raggiunto un maggiore grado di istruzione, ma che non possedeva la formazione culturale e filosofica propria delle classi colte dei secoli precedenti.
Le conseguenze di questo movimento di massa furono: la sempre maggiore semplificazione dei sistemi di pensiero volti a un pubblico non-specialistico; la diffusione di sistemi di pensiero dalle scarse fondamenta logico-filosofiche; il proliferare da un lato di adepti contraddistinti da un "nuovo spirito dogmatico", che ripetevano e diffondevano le medesime idee dei maestri senza porsi ulteriori domande, e dell'altro lato di guru improvvisati che per cavalcare l'onda, soprattutto economica, della nuova spiritualità creavano ad hoc correnti di pensiero improvvisate, "rubando" idee e concetti da varie tradizioni, spesso orientali e spesso contrastanti tra loro, creando un "frullato spirituale" incoerente e senza fondamenta, giustificandosi spesso con la scusa del "tanto le tradizioni religiose dicono tutte la stessa cosa ma in modo diverso".
In questo territorio fiorente dal punto di vista economico, ma sterile dal punto di vista della profondità spirituale e filosofica, si insinuò presto lo spirito capitalistico che tra il XIX e il XX aggiunse maggiore superficialità e caoticità, allungando le proprie grinfie sul mondo spirituale riducendolo alle leggi del mercato e contagiandolo con il proprio materialismo sfrenato.
Così, lo spirito capitalistico è riuscito a contaminare anche la ricerca filosofico-spirituale, che da attività interiore nata con il fine di elevare l'uomo al di sopra della realtà contingente, attraverso una lunga ricerca tanto intellettuale quanto fisica, è diventata la ricerca di rimedi usa e getta, che siano subito disponibili e subito utilizzabili, da applicare alla vita di ogni giorno non per vivere consapevolmente, ma per raggiungere una condizione di pseudo-elevazione spirituale volta semplicemente al raggiungimento dei propri obiettivi materiali, come la ricchezza e il benessere, economicamente ed edonisticamente intesi. Come scrivono Andrea Colamedici e Maura Gancitano:"Nell'epoca del disimpegno, l'uomo occidentale è automaticamente portato a risolvere i propri problemi delegando ad altri, allontanando il dolore, smettendo di pensarci. Se esiste un mercato intorno alla spiritualità e alla guarigione dell'anima è perché qualcuno domanda di comprare qualcosa per smettere di soffrire [...] La spiritualità contemporanea mette in vendita risposte a chi ha domande e ha paura di riflettere da solo, ma è disposto ad acquistare soluzioni belle e pronte. Soluzioni allo stato gassoso che non possono soddisfare il palato dell'affamato, ma che lo illudono per un po' e gli danno ristoro" (Tu non sei Dio, Andrea Colamedici/Maura Gancitano, pp. 258-261).
Tutto ciò avviene tramite una semplificazione di saperi millenari, che spesso vengono trattati in maniera così superficiale da travisarne completamente il senso e da inventare tradizioni mai esistite, attraverso un circolo vizioso per il quale un nuovo "prodotto spirituale" confezionato ad hoc viene poi rimbalzato identico in centinaia di testi simili, nati solo per battere cassa, che nulla aggiungono di nuovo ma che anzi contribuiscono a distorcere ancora di più i concetti filosofico-spirituali originari.
Così, attività elevate come la meditazione o la preghiera, nate proprio per far trascendere la coscienza ordinaria dell'uomo al di là della propria individualità e dei propri interessi personali, diventano uno strumento con cui stare bene, diventare ricchi, ottenere ciò che si vuole, come ad esempio nei testi di Neville Goddard e Shawn Regan.
Un altro esempio è quello dei presunti Sette Specchi Esseni di cui parla Gregg Braden, distorcendo il reale significato dei testi Copti e Gnostici scoperti a Nag Hammadi e semplificandoli a suo volere e piacimento per adattarli ai concetti tanto cari alla spiritualità contemporanea. 
Un'operazione che avviene spesso in ogni campo del sapere, come quello dell'alchimia o ancor peggio della fisica quantistica, laddove i termini "trasformazione alchemica" e "quantico" sono utilizzati in ogni sorta di pubblicazione, senza alcuna attinenza né con la profonda e complessa tradizione alchemica, né con il reale e ancor più complesso contenuto della fisica quantistica. 
A conclusione di questo ritratto della spiritualità contemporanea, per nulla confortante, l'analisi di Andrea Colamedici e Maura Gancitano non è soltanto descrittiva e "decostruttiva", ma soprattutto costruttiva. Rilevato il sintomo della malattia e le cause di essa, è possibile comprendere come intervenire per invertire la tendenza.Il rimedio principale è, chiaramente, la cultura; la cultura intesa socraticamente come non-sapere. 
La spiritualità usa e getta contemporanea è infatti contraddistinta dalla falsa ed egoica credenza di possedere tutte le risposte e dall'idea che ogni problema non solo sia risolvibile, ma che si possa risolvere senza impegno esclusivamente con il pensiero positivo. 
Al contrario, la reale ricerca filosofica e spirituale è mossa dalla consapevolezza che la realtà è problematica, che nessuna risposta è pronta ma che ogni domanda richieda anni di impegno, fatica e sudore, sia fisico sia intellettuale, per essere risolto; che tutte le proprie certezze possano crollare da un momento all'altro e che, anzi, debbano proprio essere distrutte per passare a un livello superiore di conoscenza.Come scrivono i due autori a conclusione del testo:"La spiritualità funziona esattamente come un koan, un'affermazione paradossale, oscura e assurda che stimola costantemente a uscir fuori dal conosciuto e ad esplorare l'ignoto. [...] Ci piace pensare che la spiritualità sia un insieme di sfide che qualcosa ha posto di fronte a qualcuno per offrirgli la possibilità di vivere e ridere gioiosamente dei propri desideri e della propria condizione" (op. cit., pp. 263).

Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea, Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Tlon Edizioni

Per ulteriori informazioni sulla Tlon Edizioni: http://tlon.it/la-casa-editrice/


Daniele Palmieri