giovedì 2 marzo 2017

Macrobio: Commento al Sogno di Scipione. Le virtù del condottiero

Il Sogno di Scipione è l'ultimo libro, l'unico tramandatoci per intero, de La repubblica di Cicerone, la sua più importante opera politica. Il Sogno descrive una visione avuta da Scipione l'Emiliano che racconta, in prima persona, l'apparizione del nonno, Scipione l'Africano, e la sua descrizione mistico-filosofica del mondo ultraterreno.  
Questo testo ebbe grande fortuna nel mondo medievale, soprattutto grazie a un commento che ne fece uno degli ultimi (e più grandi) filosofi pagani: Macrobio. Nome poco conosciuto, ma non per questo meno importante nella storia del pensiero, Macrobio fu un importante esponente della classe politica pagana che tentò di resistere all'ascesa del cristianesimo rifacendosi alle antiche virtù filosofiche tradizionali, che affondavano le proprie radici nel pensiero greco-latino, nei culti misterici e negli antichi miti. 
Il Commento al Sogno di Scipione, come anticipa il titolo, è un commentario al testo di Cicerone ma, allo stesso tempo, è un'opera programmatica che si inserisce proprio in questa lotta di resistenza, di cui ne rappresenta uno dei più grandi canti del cigno.
Macrobio comincia il commentario sottolineando come, mentre La Repubblica di Platone mostra come dovrebbe essere la città ideale, la Repubblica di Cicerone mostra come realizzare quella concreta. Platone discute su come dovrebbero essere le istituzioni, mentre Cicerone su come esse sono state organizzate. Entrambi concludono il proprio testo con una visione allegorica: Platone con quella di Er, Cicerone con quella di Scipione l’Africano. Perché questa scelta?
Sia nella prima visione sia nel sogno si accomunano, infatti, quelle che sono le leggi del cosmo a quelle che sono le leggi umane.
Platone lo fa perché volendo ispirare per tutta l’opera la giustizia, volle mostrare qual è la grande ricompensa nell’essere giusti, cosa possibile solo dopo aver dimostrato l’eternità dell’anima, visto che la ricompensa è ultraterrena sia nel Fedone sia nel Gorgia. Similmente volle fare Cicerone, utilizzando l’espediente del sogno perché gli stolti avevano già messo in ridicolo il modo in cui Er era resuscitato.
I detrattori di tale mito furono anzitutto gli Epicurei, tra cui Colote che sostenne che un filosofo deve vietarsi ogni tipo di mito, poiché chi professa la verità non deve inventarsi alcuna finzione.
Vi sono diversi tipi di finzione ed è giusto che il filosofo adoperi quelli a lui più consoni. In ordine, abbiamo la favola: inventata per affascinare le nostre orecchie o esortarci al bene. Le prime, fine a se stesse, sono da evitare; delle seconde occorre fare una ulteriore divisione. Vi sono le favole che, pur avendo un significato allegorico, veicolano una ulteriore menzogna anche con esso. Vi sono poi le favole che veicolano invece, in maniera abbellita dall’immaginazione, una verità solida e sarebbe più corretto chiamarle “miti”. Anche questa seconda categoria può ulteriormente essere divisa tra miti che narrano azioni turpi degli dèi, sconvenienti per i filosofi, e miti che invece non fanno arrossire e che trattano delle cose divine, e quest’ultime sono le più convenienti e sono utilizzate per trattare quegli argomenti che l’intelletto, da solo, non sarebbe in grado di cogliere e descrivere e perché sanno che la natura detesta essere esposta senza veli.
Prima di affrontare il Sogno di Scipione, è bene distinguere tra cinque tipi di sogno:
1) Il sogno vero e proprio: nasconde sotto un velo simbolico enigmi da decifrare. Può essere personale, estraneo, comune, pubblico e universale.
2) La visione: si verifica quando premoniamo cose che saranno
3) L’oracolo: si manifesta quando ci appare in sogno un parente o un personaggio venerabile
4) La visione interna al sogno: ci assilla con le stesse ansie che abbiamo quando siamo svegli. Si verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, in cui le forme che appaiono sembrano vere.
5) L’apparizione: si verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, in cui le forme che appaiono sembrano vere. A questa categoria appartiene l’incubo.
La visione interna al sogno e l’apparizione non forniscono materiale divinatorio, gli altri tipi di sogni sì e il Sogno di Scipione contiene tutte e tre le categorie divinatorie ed è, inoltre, in relazione con tutte e cinque le categorie del sogno vero e proprio.
Vi è l’oracolo, poiché appare Scipione l’Africano che informa il nipote su cosa accadrà. Vi è la visione, poiché gode della vista dei luoghi stessi in cui dimorerà dopo aver lasciato il corpo. Vi è il sogno poiché tutto il materiale onirico presente può essere spiegato soltanto con la scienza dell’interpretazione.
Secondariamente, è personale perché Scipione è stato trasportato di persona alle regioni superiori; è estraneo perché osserva la condizione delle anime altrui; è comune perché apprende che quei medesimi luoghi sono destinati anche ad altri; è pubblico perché la vittoria della patria e la sconfitta di Cartagine sono predetti a Scipione; è universale perché mostra l’ordinamento del cosmo.
Infine, occorre sottolineare che i sogni possono uscire da due tipi di porte: d’avorio, che non lasciano intravedere, per quanto sottili, cosa vi è dietro, e di corno, che invece fanno filtrare, in parte, la verità, quando l’anima durante il sonno è meno invischiata al corpo.
Scipione l’Africano preannuncia al nipote gli onori che spettano, dopo la morte, ai difensori della patria.
Vi è chi sostiene che soltanto il filosofo può essere felice, poiché egli conosce e segue la virtù, che sono: la prudenza, che consiste nel disegnare questo mondo e tutto ciò che vi è racchiuso grazie alla contemplazione del divino; la temperanza, ossia l’abbandono di tutti ciò che è superfluo; la fortezza, non avere timore se la nostra anima si separa dal corpo; la giustizia, realizzare l’obbedienza a ciascuna di queste virtù. Apparentemente sembra dunque che l’uomo d’azione non possa essere felice.
Tuttavia Plotino nel suo trattato Sulle virtù, classifica queste ultime in quattro generi e all’interno di ciascuno di questi generi è possibile declinare le quattro virtù cardinali:
1) Virtù politiche: proprie dell’uomo in quanto animale sociale. La prudenza consiste nell’indirizzare ogni pensiero e ogni azione secondo norma razionale; la prudenza comprende in sé la ragione, l’intelligenza, la circospezione, la previdenza, la dolcezza di carattere, la cautela; la fortezza consiste nell’elevare l’animo sopra il timore dei pericoli; la fortezza comporta la magnanimità, la fiducia in se stessi, la sicurezza, la dignità d’animo, la costanza, tolleranza e fermezza; la temperanza consiste nella modestia, delicatezza, astinenza, castità, onesta, moderazione; la giustizia consiste nell’innocenza, l’amicizia, la concordia, la pietà, i sentimenti affettuosi e l’umanità. Applicando tali virtù prima a se stesso l’uomo potrà poi applicarle negli affari pubblici.
2) Virtù purificatrici: quelle dell’uomo giunto a intelligenza del divino e convengono solo all’animo di chi ha intrapreso l’opera di purificazione dal corpo per dedicarsi solo al divino, sottraendosi da qualsiasi impegno.
3) Virtù dell’anima purificata: le virtù dell’animo già libero, ripulito da ogni macchia di questo mondo.
4) Virtù esemplari: le virtù che risiedono nell’Intelletto divino dal cui modello derivano tutte le altre virtù.
Tali virtù hanno effetti differenti riguardo alle passioni; le prime le leniscono, le seconde le annientano, le terze le fanno dimenticare, quelle del quarto è empio nominarle. Di conseguenza, anche le virtù politiche possono condurre a felicità.
Cicerone parla poi delle anime dei condottieri che dal cielo sono partite e nel cielo ritornano, concezione che riprende l’antica teoria platonica dell’anima caduta nel mondo sensibile e che nei grandi condottieri è in grado di tornare al cielo, dopo la morte, grazie alla purificazione della virtù. Queste anime sono accolte nell’ultima sfera, detta fissa, poiché quella più divina.
La virtù di Scipione l'Emiliano si manifesta nel momento in cui, benché in parte atterrito dall’apparizione, si preoccupa dei suoi avi chiedendo se si trovano anche loro lì e Scipione l’Africano risponde positivamente, sottolineando che la loro è la vera vita e che quella che chiamiamo “vita” nel mondo sensibile è in realtà “morte”. Lo stesso Ade è in realtà una metafora della nostra condizione terrena e dei patimenti che viviamo quotidianamente, presi dalle nostre passioni.
Cadendo, l’anima attraversa le varie sfere celesti acquisendo da ciascuna di esse una facoltà:
1) Da Saturno la ratiocinatio e la intelligentia.
2) Da Giove la vis agendi.
3) Da Marte l’animositatis ardor.
4) Da Venere il motus desiderii.
5) Da Mercurio l’espressione dei pensieri.
6) Dalla Luna la facoltà nutritiva e accrescitiva.
L’anima tuttavia non perde mai il suo contatto con il divino; ricorda ancora il mondo in cui risiedeva e anela a ritornarvi.
Macrobio commenta poi il passo in cui Scipione domanda al padre perché se il luogo dell’anima è quello celeste non può tornarvi subito dandosi la morte, con la conseguente risposta che la divinità assegna a ciascuno un compito da portare a termine e che di conseguenza non è permesso lasciare la vita anzitempo, ma che bisogna custodire il corpo finché lo si abita.
Questa dottrina è quella stabilita da Platone nel Fedone, insieme all’affermazione che la filosofia è esercizio a morire. Queste due affermazioni sembrano in contraddizione ma, in realtà, non lo sono; esistono due tipi di morte, quella dell’anima e quella dell’essere animato. Parlando dell’essere animato, esiste la morte causata dalla natura e la morte come risultato della virtù. Il secondo tipo di morte è quello a cui si deve aspirare, mentre la prima non deve essere agognata o cercata ma lasciare che la natura prosegua il suo corso, altrimenti l’anima si incatenerà ancora di più al corpo. Anche perché il corpo possiede un proprio numero che rimane attivo anche se contro natura ci togliamo la vita.
L’uomo è l’unico essere vivente a condividere con il cielo e con gli astri l’intelletto, ossia l’animo, e lo mostra anche la posizione stessa dell’uomo, l’unico tra gli animali a poter guardare verso il cielo.
Scipione mostra, dalla via Lattea, tutto il cielo, che è visibile poiché la terra è soltanto un punto minuscolo. Esso è diviso in nove orbite (o sfere). La prima è la sfera celeste, la più estrema, che abbraccia tutte le altre, divinità suprema e immutabile. A essa sottostanno la sfera di Saturno, la sfera di Giove, la sfera di Marte, la sfera del Sole, di Venere e di Mercurio (che a loro volta ruotano attorno al sole) e, infine, della Luna, l’ultima prima della sfera della Terra, quella immobile. La vita è sempre in movimento ed è per questo che il moto dei pianeti è perpetuo, partecipe dell’immortalità dell’Anima cosmica, e il loro movimento è circolare poiché non esiste punto verso cui l’universo possa dirigersi e il moto rotatorio è l’unico tragitto possibile per una sfera che contiene tutti gli spazi. La sfera delle stelle fisse è generata dall’Anima, che a sua volta procede dall’Intelletto che, in ultimo, è emanazione del Dio supremo.
La nostra vita è influenzata principalmente dal sole, che ci conferisce la facoltà di sentire, e dalla luna, che ci conferisce la facoltà di crescere. A queste due prime influenze si aggiungono anche quelle degli altri pianeti, che può essere o positiva o negativa a seconda del rapporto numerico.
Il sole è soprannominato anche “cuore del cielo” poiché grazie alla sua intelligenza si verificano tutti quei fenomeni regolari che influiscono sulla terra.
I pianeti possono poi trovarsi nell’arco di cerchio che corrisponde simmetricamente a un segno dello zodiaco e quando si trovano in quella zona si dice che si trovano nel determinato segno. Le stelle delle zodiaco si muovono sempre in determinati settori e furono gli egizi i primi a scoprirlo e individuarono 12 zone precise, dando a ciascuna di esse un nome e creando lo zodiaco.
La sfera della terra è l’unica a non muoversi e tutte le forze tendono a essa poiché occupa la parte più bassa.
Dopo aver parlato delle sfere, Macrobio analizza il suono armonico generato dal loro movimento. Tale suono è armonioso poiché avviene secondo una legge numerica. Tale armonia permea tutto l’universo ed è generata dalla relazione numerica che nasce dalla monade universale, la quale si divide poi in numeri pari e numeri dispari, principio del maschile e del femminile. L’Anima del mondo è stata intessuta per mezzo dei numeri che generano da se stessi l’armonia musicale, che procedono dalla monade seguendo il lor doppio sia dalla parte pari sia da quella dispari. Le muse stesse, dicono alcuni, non sono altro che il canto espressione dell’armonia dell’universo ed è per questo che in alcuni rituali funebri si accompagna il morto con il canto, per permettere all’anima del defunto di tornare alle sfere celesti. La stessa anima umana è ovunque stimolata dalla musica che stimola il coraggio, oppure acquieta o allontana le preoccupazioni.
Tutto è soggiogato al potere della musica, poiché l’anima celeste, che tutto anima, deve la sua origine alla musica.
La terra è sferica e divisa in cinque fasce abitative: fredda settentrionale, temperata, torrida, temperata antipodale e fredda australe.
In un passo Scipione l’Africano mette in guardia il nipote mostrandogli quanto sia minuscolo il globo terrestre e quanto grandi i suoi cambiamenti, di conseguenza ciò può dare l’idea di quanto inutile sia la gloria umana e di quanto più importante sia, invece, la virtù che ha il suo premio direttamente nella coscienza, mentre la gloria si disperde con il tempo ed è vana. Allo stesso tempo ciò è una testimonianza contro l’eternità del mondo; la storia stessa mostra che esso è in continuo divenire. Cataclismi e successivi raggruppamenti dei sopravvissuti che ricreano la civiltà si alternano nella storia dell’uomo.
Scipione rivela poi al nipote la natura divina dell’essere umano, che con la propria mente è in grado di muovere il corpo esattamente come Dio fa muovere l’universo. Questo è il culmine dell’opera e del processo iniziatico, che passa per: la predizione della morte e delle insidie dei parenti per non riporre tutti gli interessi nella vita terrena; per uscire dallo scoramento, la consapevolezza della virtù che risiede nell’animo del buon cittadino a cui è destinata la vita eterna dopo la morte; l’avvertimento di non uscire dalla vita anzitempo per non macchiare la propria anima e lasciarlo radicato al tempo presente; dopo aver temperato a giusto modo speranza e attesa, l’elevazione dell’animo alle sfere celesti che mostrano allo stesso tempo l’ordine cosmico e la nullità della condizione terrena umana; il disprezzo conseguente della vana gloria che prepara a poter assumere senza hybris la consapevolezza di essere un Dio.
L’uomo visibile non è il vero uomo ma l’anima stessa e così come l’Anima del mondo muove il mondo, allo stesso tempo l’anima dell’uomo guida il suo corpo e per questo alcuni fisici definirono l’universo un macroantropo e l’uomo un microcosmo. In quanto principio del movimento, l’anima non può morire e di tale movimento, avverte Scipione, bisogna fare buon uso.
Bisogna esercitare l’anima nelle azioni più nobili riguardo la salute della patria, senza cadere nel fango della libidine. Vi sono dunque due vie principali per muoverla in modo virtuoso: la vita contemplativa, quella del filosofo, come Pitagora, votato alla pura conoscenza del cosmo; la vita attiva, quella del condottiero, come Romolo, votato alle virtù pratiche e guerriere; infine una terza via, in grado di raggiungere la somma perfezione coniando le due attività, azione e conoscenza, che trova esempi emblematici ad esempio presso Licurgo, Numa, Solone, Catone e, non ultimo, Scipione.
Macrobio sottolinea come questa conclusione contenga tutte e tre le parti fondamentali della filosofia: l’etica, nei precetti iniziali; la fisica, in quelli intermedi; la metafisica, nelle ultime rivelazioni.

Macrobio - Commento al sogno di Scipione



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Daniele Palmieri

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