martedì 16 maggio 2017

Franco Cardini: Alle radici della cavalleria medievale

La figura del cavaliere medievale, con indosso la scintillante armatura, la lancia e la spada, a cavallo di un bianco (o nero) destriero è una delle grandi immagini archetipiche che non cesseranno mai di ammaliare l'uomo con la loro sublime (dunque terribile e incantevole) bellezza; persino nell'era della tecnica, in cui la guerra è stata completamente razionalizzata, geometrizzata e robotizzata.
Questo perché il cavaliere, benché anch'egli portatore di armi non meno temibili, preserva tuttavia un'aurea mistica; si percepisce che sul filo della sua spada e dietro la sua armatura si nasconde dell'altro. Non una furia cieca e barbarica, nemmeno il freddo calcolo della macchina, ma un valore etico che trascende l'ordinario.
Senz'altro questa è un'immagine idealizzata; anche i cavalieri, soprattutto nel medioevo, si sono macchiati di crimini terribili. Tuttavia, come scrive Huizinga ne L'autunno del medioevo: "La cavalleria non sarebbe rimasta l’ideale di vita di molti secoli, se non avesse contenuto in sé alti valori per lo sviluppo della società e se non fosse stata necessaria dal punto di vista sociale, etico ed estetico. A suo tempo, la stessa bella esagerazione aveva fatto la forza di quell’ideale. E’ come se lo spirito medioevale, colla sua crudele passionalità, non potesse essere dominato altro che mettendo l’ideale troppo in su: è quello che fece la Chiesa e che fece anche lo spirito cavalleresco. […] Ma quanto più un ideale civile esige virtù supreme, tanto maggiore è la discrepanza fra forma di vita e realtà”.
Alle radici della cavalleria medievale di Franco Cardini analizza proprio l'origine del fascino sovrastorico del cavaliere, e con una approfondita analisi storica e filosofica ne ricostruisce la nascita, la diffusione, i principi e le contraddizioni.
Il quadro che ne esce, alla fine della trattazione, è quello: “del cavaliere medievale come di un uomo eccezionalmente ben armato per il suo tempo, nonché dotato di un prestigio che gli proveniva tanto dalla sua alta qualificazione militare quanto da un sistema di rappresentazioni mentali collettive che scorgeva nell’uomo a cavallo il simbolo di valori eroico-sacrali specialmente connessi alla vittoria sulle forze del male e al complesso di credenze relative all’Aldilà, al viaggio nel mondo dei defunti, alla sopravvivenza dell’anima”.
La sua natura simbolica nasce infatti da una lunga tradizione religiosa e, benché nel comune sentire essa sia quasi automaticamente collegata a una religiosità cristiana, che porta subito alla mente i romanzi del ciclo arturiano, o la figura del pio cavaliere che combatte in nome di Dio, essa affonda le proprie radici in un passato ben più lontano. Ed è scavando nel profondo terreno del mito e della storia, in cerca di tali radici, che Franco Cardini conduce il lettore tra le popolazioni definite "barbariche" e il loro complesso di valori e simbologie pagane. Non è un caso, infatti, se gli ideali cavallereschi nascono e si sviluppano in un'età storica successiva alla caduta dell'Impero Romano, quando etnie molto diverse per cultura e religione cominciano a insediarsi nei territori Latini. Da un lato, il venir meno di un potere fortemente centralizzato come la macchina Statale Romana cambia radicalmente l'assetto della guerra. In Europa non vi è più uno Impero che ha il potere politico e finanziario di creare un esercito stabile di professionisti del conflitto come era quello dell'Urbe. In secondo luogo, le stesse popolazioni che si insediano hanno una concezione culturale radicalmente diversa della guerra, dai tratti non solo politico-strategici ma anche mistico e sacrali. Emblematico, da questo punto di vista, è il popolo dei Longobardi. Discesi, come racconta Paolo Diacono ne La storia dei Longobardi, dalla lontana Scandinavia, essi portano con loro gli antichi culti pagani degli dèi Nordici. Dèi guerrieri, come Thor/Wotan con il suo poderoso martello, che premiano i caduti in battaglia tra le colline del Walhala dove, paradossalmente, il più grande onore è continuare a combattere (di giorno) e godere dei piaceri dell'alcool insieme ai propri fratelli e ai nemici (di notte). Non a caso, sempre per i Longobardi ma, in generale, per i popoli Germani, era considerata disonorevole la morte di vecchiaia nel proprio letto; il più grande onore era morire in battaglia al fianco dei propri fratelli.
“Come si ottiene e si gestisce questo furor divino che, come qualunque altra forza divina, l’uomo possiede solo a suo rischio e spesso con sua pena? La via per giungervi passa attraverso un regime di concentrazione, di purificazione, di maturazione; è, in altri termini, una via iniziatica durante la quale ci si prepara ritualmente e spiritualmente, una via irta di tabù specie alimentari e sessuali” scrive Franco Cardini per sottolineare il valore sacrale della guerra in tali popolazioni.
Questa mistica del combattimento, che all'apparenza potrebbe sembrare soltanto retorica, era in realtà sorretta da un profondo e sentito senso religioso, come dimostrano le sepolture dei Longobardi (che è possibile ammirare nel museo archeologico di Cividale del Friuli). Vi era, infatti, una così grande simbiosi spirituale tra il guerriero, le sue armi e il proprio cavallo, che tutti questi elementi venivano seppelliti con il defunto, nonostante il loro grande valore economico, proprio perché le armi possedevano un valore sacrale: esse erano consegnate solo agli uomini degni di usarle, dopo precisi riti di iniziazione, e cavallo e spada dovevano guidare il guerriero anche nell'al di là.
Come scrive Franco Cardini: “Anche la spada, come il cavallo, era un’arcana compagna. Forgiata da quell’artigiano-mago che era il fabbro, tutti gli elementi convergevano nella sua lavorazione: la terra da cui il metallo veniva tratto, il fuoco che serviva a piegarlo ai voleri dell’uomo, l’aria che lo raffreddava, l’acqua che lo temprava. […] La spada stessa è di per sé sacra: ce lo confermano le fonti tanto epiche quanto giuridiche germano-pagane […]. La sacralità della spada viene, ancora una volta, dal mondo delle steppe: ne sono stati tramite i Germani e i popoli iranici del nord” .
Grande disonore per i profanatori di tombe che osavano rubare a un morto oggetti così preziosi. Allo stesso tempo, proprio questa mistica è ciò che definisce culturalmente tali popoli come "popoli-esercito", organizzati secondo strutture tribali che, definite come "barbare" dagli occhi dei Romani, sono in realtà caratterizzate da un forte senso di uguaglianza tra gli uomini liberi e da una distribuzione di potere orizzontale, in cui il capo tribù è un primo inter pares. Questo a causa del forte senso di fratellanza guerriera, accompagnato al fatto che a rendere un uomo libero, tra i popoli nordici, è proprio la sua abilità di combattere e la sua possibilità di permettersi le armi.
Come accennato in precedenza, però, lo spirito della cavalleria non è animato esclusivamente da valori "barbarici"; c'è dell'altro dietro e, sebbene in essi affondi le proprie radici, vi è un'indubbia influenza cristiana che ha catalizzato tali forze, indirizzandole verso altri principi. A contatto con il mondo cristiano, che fin dall'epoca di Agostino aveva cominciato ad affrontare il conflitto tra vita cristiana e necessità della guerra, ecco che: “Nelle radici storico-religiose del cristianesimo la Chiesa alto-medievale, sollecitata dal contatto con popolazioni che facevano della guerra il centro della loro esperienza sociale e religiosa nonché dai problemi di apostolato che questa situazione sollevava, rinvenne non già le giustificazioni d’un compromesso, ma anzi le basi se non altro simboliche di un’autonoma valutazione spirituale positiva dell’uomo che combatte e del combattere. Del combattere inteso, è bene dirlo, non come equivocamente ridotto a funzione dell’uccidere, che è anzi funzione collaterale e non necessitante; bensì inteso e assunto nel suo significato centrale e sostanziale, secondo cui l’uomo che combatte è l’uomo che si oppone a quello che per lui, per il gruppo nel quale è inserito, per il tempo nel quale vive, costituisce un male ed è pertanto figura della presenza del Male nel mondo. La tragica realtà della guerra, lungi dal venire in blocco respinta nel nome di un’ideale e arbitraria utopia che non tenga conto delle cose, viene viceversa qualificata come segno d’una realtà ben più alta e ben più tragica, in forza della quale la storia dell’umanità – dalla Caduta alla Redenzione e al Giudizio – e quella d’ogni uomo è una grande guerra spirituale, di cui le miserie delle guerre mondane sono solo un pallido riflesso” .
Si afferma il principio della "guerra giusta", sia interiore sia esteriore, contro il male che alberga nel mondo. Principio che, sebbene anch'esso verrà abusato per compiere le peggiori nefandezze, dall'epoca medievale fino ad oggi, ha comunque come altra faccia della medaglia quello di aver posto le basi dell'etica di guerra. E' soltanto in epoca medievale, infatti, che comincia a nascere un codice etico-cavalleresco per evitare l'apoteosi del conflitto e per regolare, ad esempio, il trattamento da un lato dei prigionieri che, nelle epoche precedenti, erano considerati come carne da macello, e dall'altro del nemico stesso, da trattare con rispetto anche se combatte nel fronte opposto al proprio (principio della cosiddetta "guerra senza odio", fondamento dell'etica dei templari così come delineata da Bernardo di Chiaravalle nella Lode alla nuova milizia).
Scrive Cardini: “Il cavaliere, fino all’XI secolo, era “invincibile” se non da chi fosse armato come lui. Raramente rischiava di morire sul campo; più consueto semmai era che venisse catturato e dovesse pagare un riscatto. Gli insigniti della dignità cavalleresca erano una specie di “internazionale” che si riconosceva nella comune educazione e nel comune immaginario nutrito di poesia epica e di romanzi arturiani: nella logica di una “internazionale” del genere, il cavaliere nemico sconfitto era un “fratello d’arme” che aveva diritto a esser trattato il meglio possibile, secondo un rigoroso cerimoniale”.
Così come è in quest'epoca che si passa dall'immagine del miles, esperto della guerra utilizzato come strumento per combattere, all'immagine del libero cavaliere errante, educato quanto nell'uso delle armi quanto in quello dell'intelletto, dai modi cortesi, il cui fine è quello di aiutare il prossimo e difendere i deboli.
Citando ancora le parole di Huizinga: “L’abbandono del gretto egoismo nell’eccitazione del pericolo, la profonda commozione dinanzi al valore del camerata, la gioia della fedeltà e del sacrificio. Questo mondo primitivo di sentimenti ascetici è la base sui cui l’ideale cavalleresco si innalzò a nobile idea di perfezione virile, affine alla kalokagathia greca: una intensa aspirazione a una vita bella, l’energia animatrice di una serie di secoli… ed anche la maschera, dietro la quale si poté nascondere un mondo di avidità e di violenza”.
Per concludere la presente recensione, Alle radici della cavalleria medievale di Franco Cardini è senz'altro un testo adatto quanto agli amanti della storia quanto a quelli della filosofia, tanto ampie sono le sue vedute e le fonti utilizzate, che spaziano, appunto, dai documenti storici all'insieme di miti, leggende e tradizioni folkloristiche che non possono che risvegliare quegli animi sensibili alla voce del passato. Penso sia un testo fondamentale in un'epoca come la nostra, dilaniata dagli orrori del terrorismo, la paura di guerre catastrofiche e, allo stesso tempo, accompagnata dalla perdita di qualsiasi valore, per riscoprire un mondo altro, seppur idealizzato, in grado di risvegliare sentimenti più nobili.

Alle radici della cavalleria medievale, Franco Cardini, Il mulino Edizioni
L'autunno del medioevo, Huizinga, Bur edizioni

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Daniele Palmieri

sabato 6 maggio 2017

Paolo Diacono: Storia dei Longobardi

Siamo nell'VIII secolo d. C. quando Carlo Magno, rex francorum e, da poco tempo, anche rex longobardorum, chiede a Paolo Diacono, monaco, storico e poeta, di redarre una storia di quel misterioso popolo che egli ha appena soggiogato sotto il suo dominio: i Longobardi.
Nasce così la Storia dei Longobardi, testo fondamentale per molteplici ragioni.
Anzitutto, come poc'anzi accennato, è uno dei pochi resoconti organici della storia del popolo longobardo, a partire dalle sue origini mitiche in Scandinavia fino al regno di Liutprando (agli inizi dell'VIII secolo, prima della conquista di Carlo Magno); secondariamente, è uno spaccato sulla nascita di una nuova conformazione politica: l'Italia. Proprio i Longobardi, infatti, che dominarono su gran parte territori italiani dal Nord al Sud, influenzando fortemente la cultura delle popolazioni native, possono essere considerati gli antenati sia del nostro popolo sia dell'Italia così come la conosciamo oggi.
Infine, è una storia del popolo longobardo visto dall'interno; visione di parte, certamente, che rischia di inficiarne l'attendibilità storica. Eppure, una voce contrastante rispetto alla maggior parte delle altre fonti storiche coeve, in cui il popolo Longobardo è sempre visto come il grande nemico e, dunque, ammantato di caratteristiche negative.
Passando al testo di Paolo Diacono, è impossibile riassumere o anche solo recensire  la Storia dei Longobardi senza sminuirne il valore storico e letterario. Si tratta di un testo complesso, dalla prosa semplice e asciutta ma, allo stesso tempo, con sbalzi epico-cavallereschi. Paolo Diacono è un cattolico, per di più "collaborazionista" con la corte di Carlo Magno, eppure, anche quando bolla le antiche leggende pagane come storie di poco conto, traspare sempre l'amore per i costumi del suo popolo a tal punto che il suo cristianesimo sembra soltanto una crosta, sotto la quale ribolle ancora il vivo magma del paganesimo longobardo. D'altronde, anche quando il popolo si convertì alla religione cristiana, non furono dimenticate le antiche virtù guerriere tanto che basta visitare il Tempietto Longobardo a Cividale del Friuli per vedere gli affreschi di santi che reggono tra le mani la spada longobarda, oggetto sacro per gli Arimanni (gli uomini liberi e in armi). 
Essendo impossibile parlare dettagliatamente dell'intero testo, visto che gli eventi storici narrati da Paolo Diacono si susseguono molto velocemente, mi soffermerò solo su un episodio che narra l'origine mitica del popolo prima ancora che discendesse in Italia.
Il mito ha a che fare l'etimologia stessa del nome Longobardi e la genealogia di tale popolo il quale, quando ancora abitava la regione settentrionale che "quanto più è lontana dal calore del sole e gelida per il freddo della neve, tanto più è salubre per i corpi degli uomini e adatta alla propagazione delle stirpi", si chiamava popolo dei Winili. 
I Winili, come la maggior parte dei popoli nordici, era un "esercito di popolo" che viveva prevalentemente di nomadismo, migrando di anno in anno in cerca di territori più favorevoli e di risorse. Usciti dalla Scandinavia guidati dai due capi-tribù Ibore e Aione, e arrivati in una regione chiamata Scoringa, si stabilirono qui per alcuni anni fino a quando non furono minacciati dai Vandali, all'epoca condotti da Ambri e Assi. Quest'ultimi opprimevano tutte le popolazioni del luogo, schiacciandole con le loro richieste di tributi e le loro minacce di guerra. Ricevuti i messaggeri dei Vandali che volevano costringere anche il popolo dei Winili a piegarsi, "Ibore e Aione, spinti dalla madre Gambara, decidono che è meglio difendere con le armi la libertà piuttosto che disonorarla col pagamento di tributi. Mandano ambasciatori ai Vandali dicendo che combatteranno ma non si sottometteranno".
I Winili sono dunque rappresentati, fin da subito, come un popolo fiero e guerriero; tuttavia, vi era tra di loro un grave problema: "Certo, i Winili erano allora nel fiore della giovinezza, ma esigui di numero, in quanto erano solo la terza parte della popolazione di un'isola non particolarmente estesa".
A questo punto, Paolo Diacono narra quella che, da cattolico, definisce "favola ridicola" ma della quale, evidentemente, da Longobardo era troppo affascinato per non riportarla: "I Vandali Sarebbero andati da Godan [Odino] per chiedere la vittoria sui Winili, e il dio rispose che avrebbe dato la vittoria al popolo che per primo avesse visto al sorgere del sole. Allora Gambara andò da Frea, moglie di Godan, per chiedere la vittoria per i Winili. Frea diede questo consiglio: le donne dei Winili, sciolti i capelli, dovevano aggiustarli sul viso come fosse barba e di primo mattino dovevano unirsi agli uomini e disporsi in modo da essere viste da Godan nel luogo in cui egli era solito guardare da una finestra verso oriente. Così fecero. Godan vedendole al sorgere del sole, disse: "Chi sono quelle lunghe barbe [lang-bard]?". Allora Frea suggerì di concedere la vittoria a coloro cui aveva dato un nome. Così Godan diede la vittoria ai Winili. [...] I Longobardi, dapprima chiamati Winili, in seguito furono così chiamati per la lunghezza della barba mai toccata da ferro. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bard significa barba. [....] Pertanto i Winili, detti anche Longobardi, attaccata battaglia con i Vandali, combattendo alacremente per la gloria della libertà, ottengono la vittoria".

Paolo Diacono - Storia dei Longobardi, citazioni tratte dall'edizione San Paolo

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Daniele Palmieri