lunedì 9 ottobre 2017

Cornelio Agrippa: La nobiltà delle donne

Vi è una certa tendenza, nel dibattito culturale odierno, a pensare che alcune tematiche siano state sollevate esclusivamente negli ultimi due secoli di discussione filosofica, come se i pensatori del passato non potessero nemmeno aver potuto concepire certe idee.
Tra questi argomenti, il più spinoso e attuale è senz'altro quello dell'emancipazione femminile, che si fa risalire alla fine del XVIII secolo e alla seconda metà del XIX grazie alle opere di Mary Wollstonecraft e John Stuart Mill, tra i primi pensatori, secondo la vulgata tradizionale, che avrebbero concepito l'uguaglianza, senza alcuna discriminazione, di uomo e donna.
In realtà, la discussione "femminista" ha origini molto più antiche, e può essere fatta risalire fino a Platone che ne La Repubblica sostiene che nella città ideale non vi è alcuna discriminazione in base al sesso, poiché ciò che conta è esclusivamente la virtù, ed essa può egualmente essere raggiunta da uomini e donne.
Benché sempre minoritaria, una corrente di pensiero femminista, a partire da Platone, si è sempre diramata nel corso della storia del pensiero: Plutarco, Ipazia, Boccaccio, i poeti cortesi, Christine de Pizan, Guglielmina La Boema sono solo alcuni esempi di pensatori e pensatrici che ebbero il coraggio di affermare le grandi virtù femminili. 
Tuttavia, mai nella storia del pensiero precedente al XVIII secolo la donna assume maggior risalto come in un'orazione scritta nel XVI secolo, epoca di massima misoginia che vede, in tutta Europa, il diffondersi di una folle e feroce caccia alle streghe.
L'opera di cui parlo è La nobiltà delle donne di Cornelio Agrippa, filosofo, mago, alchimista tedesco, più conosciuto, generalmente, per la sua grande opera sulla magia: il De occulta philosophia.
La nobiltà delle donne, come anticipato in precedenza, è un'orazione in lode alla donna, dedicata a Marcherita d'Asburgo, e risulta estremamente spregiudicata per diversi motivi.
Innanzitutto, per il contesto storico in cui è stato scritto. In tutta Europa, la grande polizia ideologica dell'Inquisizione, il cui operato si è intensificato in seguito alla Controriforma, perseguita sia gli Eretici che non si allineano ai dogmi religiosi, sia le sospette streghe, sulla base di un pensiero intrinsecamente misogino che vede la sua massima espressione nel Malleus Malleficarum di Kramer e Sprenger. La nobiltà delle donne di Cornelio Agrippa ricade esattamente sotto entrambi i capi d'accusa.
In questo testo, la donna viene infatti elogiata da Agrippa come massima espressione della perfezione del creato, creatura prediletta da Dio, non solo uguale all'uomo per diritto e dignità ma addirittura superiore a lui, fin dal momento della creazione. Con una tesi teologica che sfocia necessariamente in una pericolosa eresia, Agrippa capovolge completamente la lettura della creazione della donna a partire dall'uomo, che da sempre era stata utilizzata per sottomettere la prima al secondo e per considerare il sesso femminile come una "costola" di quello maschile.
Al contrario, secondo Agrippa la creazione della donna a partire dalla costola testimonia la sua maggiore purezza. 
Adamo, infatti, fu creato da Dio a partire dal fango, in mezzo agli altri animali; ma per creare la donna, Dio fece addormentare Adamo e lo trasportò tra le sfere celesti, luogo sublime entro il quale fu plasmata la donna, tra gli elementi più puri dell'Essere.
D'altronde, come scrive Agrippa:
"E invero, cosa strana e inconveniente sarebbe il pensare che Dio avesse finito ‘sì grande opera con una creazione imperfetta. Perciò, essendo il mondo fatto dal Sommo Artefice come una sfera quasi interamente formata e perfetta, occorreva che finisse quell’ultima parte, la quale in se stessa legasse in maniera perfetta e indissolubile il principio e l’inizio di ogni cosa.
Così la donna, quando fu creato il mondo, tra tutte le cose create fu l’ultima, e per autorità, come per dignità, fu la prima nel concetto della mente divina. [...]
La donna fu diretta opera di Dio, da lui fu introdotta in questo mondo come regina di esso, in un palazzo reale già preparatole, ornato e compiuto di tutti i doni. Ella, dunque, meritatamente è amata, riverita e osservata da ogni creatura, e ogni creatura meritatamente le è soggetta, e le ubbidisce, essendo lei Regina e fine di tutte le creature, e perfezione e gloria in tutti i modi compiuta".
(La nobiltà delle donne, Cornelio Agrippa)
Spaziando dai principali contesti della cultura dell'epoca, ossia giurisprudenza, filosofia, senso comune e, soprattutto, teologia, Agrippa ribalta millenni di filosofia misogina ed elogia le virtù femminili, elencando i motivi della superiorità del sesso femminile, manifesta a partire dal nome: Eva, infatti, deriva dall'ebraico "Vita", mentre Adam in ebraico significa "Terra"; e tanto è più nobile la Vita del fango, tanto è più nobile la donna rispetto all'uomo. Nobiltà che però non si ferma al nome; nella Bibbia, spesso usata come pretesto per opprimere la donna, i più grandi peccati sono sempre compiuti dagli uomini: è Adamo a infrangere il divieto di mangiare il frutto, visto che Eva ancora non era stata creata quando tale divieto fu imposto; è Caino il primo assassino e per di più fratricida; ma, soprattutto, è Giuda a compiere il più grande peccato di tutti: vendere e tradire Cristo. Lo stesso Cristo la cui generazione verginale era stata affidata da Dio proprio al ventre di una donna, Maria, testimonianza della grande purezza del sesso femminile.
Lo stile retorico de La nobiltà delle donne porta con sé, necessariamente, i limiti di questa forma del discorso e spesso le argomentazioni utilizzate da Agrippa rasentano l'iperbole valida soltanto all'interno di un'orazione, ma che non è in grado di reggere al vaglio critico della filosofia.
Tuttavia, tra argomentazioni retoriche vi sono anche principi filosofici di assoluta modernità, che costituiscono il nerbo principale dell'intera discussione. Tra essi, vi è senz'altro l'avveniristica constatazione che la sottomissione della donna, giustificata nel corso dei secoli sempre a partire dalla presunta inferiorità intrinseca del sesso femminile, deriva in realtà dallo status quo e dalla tirannia degli uomini che si sono ingiustamente appropriati del potere assoluto, opprimendo la donna tramite l'esclusione dalla cultura, dall'istruzione, dalla politica. 
Come scrive Agrippa:
"Ma contro la divina giustizia e contro gli ordini della natura, essendo superiore la licenziosa tirannia degli uomini, la libertà data alle donne è loro interdetta dalle inique leggi, impedita dalla consuetudine e dall’uso, e dalla educazione totalmente negata. Perciò la femmina è tenuta fin dai primi anni nell’ozio in casa, quasi ella non sia atta a più alto negozio. Niente altro le è permesso comprendere né immaginare se non l’ago e il filo, e quando sarà giunta agli anni atti al matrimonio, è resa schiava della gelosia del marito, oppure rinchiusa nella perpetua prigione d’un monastero di monache.
Tutti gli uffici pubblici le sono proibiti dalla legge. Non le è concesso presiedere ai giudizi, ancorché ella sia prudentissima. Oltre questo, nel giudicare, negli arbitrati, nell’adozione, nella intercessione, nella procura, nella tutela, nella cura, nelle cause criminali e testamentali non è accettata. Similmente le è vietato predicare la parola di Dio. Il che manifestatamente è contro la Scrittura, mediante la quale lo Spirito Santo promise a loro, dicendo per bocca di Gioele: Che profetizzino le vostre figlie. Allo stesso modo, anche del tempo degli Apostoli le donne insegnarono pubblicamente, ‘sì come è noto di Anna di Simeone, delle figlie di Filippo e di Priscilla di Aquila.
Ma è tanta la malignità dei nuovi legislatori, che essi hanno annullato il precetto di Dio per i loro comandamenti, e che sostengono che le donne, per naturale eccellenza e dignità nobilissime, sono al contrario di condizione più vile di tutti gli uomini.
Con queste leggi adunque le donne, quasi in guerra vinte dagli uomini, sono forzate a sottomettersi ai vincitori. Non che ciò lo faccia né naturale, né divina necessità, né ragione; ma soltanto la consuetudine, l’essere così allevate, la fortuna e una certa occasione tirannica".
(La nobiltà delle donne, Cornelio Agrippa)


Daniele Palmieri

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