martedì 22 maggio 2018

Tarchetti: Storia di una gamba e altri racconti fantastici

Iginio Ugo Tarchetti è stato uno degli esponenti di spicco della Scapigliatura milanese, movimento letterario nato nella seconda metà dell'Ottocento a partire dall'esempio della vita e delle opere di Cletto Arrighi.
La Scapigliatura fu un movimento letterario estremamente innovativo e anticonvenzionale; in un'epoca in cui si stava definendo una sorta di canone letterario italiano, dalle tinte patriottiche, a tratti moralistiche, che tendeva a unificare tanto la lingua quanto la cultura degli italiani, la Scapigliatura fu una voce fuori dal coro. Sull'esempio dei Bohemien parigini, gli scapigliati vivevano una vita al limite, ai margini della società; facevano dei caffé, dei parchi, dei marciapiedi la loro casa, e narravano storie di vita comune, ispirate alle loro stesse vicende, sempre in bilico tra il realismo e il fantastico, con una grande influenza del simbolismo e della narrativa gotica alla Edgar Allan Poe.
Tarcheti si inserisce a pieno regime in questo filone narrativo, e nel suo unire fantastico, realistico, gotico e grottesco può essere considerato non solo uno degli esponenti più importanti della Scapigliatura, ma un Edgar Allan Poe nostrano che tanto nella vita quanto nelle opere portò alla luce quell'aspetto ineffabile e oscuro della condizione umana. Un'oscurità grottesca, sia inquetante sia ironica, che alberga tanto nell'animo degli uomini tanto in quelle incrinature nel cosmo che non riusciamo a spiegarci, e che riflettono una natura sconosciuta, in cui a regnare non è la razionalità ma un principio sconosciuto.
La presa di coscienza di questa realtà "altra" dà vita al sentimento del perturbante, indagato in tutte le sue sfaccettature in Storia di una gamba e altri racconti fantastici, recentemente riedito da Eretica Edizioni (con una mia introduzione e post-fazione). Il perturbante è un sentimento di straniamento che nasce nell'uomo quando, in una realtà ordinaria, si verifica un evento straordinario, che non può essere spiegato con i canoni consueti della ragione.
E' quello che capita al protagonista di "Storia di una gamba" che, a seguito della perdita della gamba in guerra, inizia a vivere un tormento interiore causato da una sensazione stritolante di "oblio". Egli infatti percepisce che la gamba ha varcato anzitempo la soglia verso l'al di là, e lui stesso si sente dunque dilaniato tra il mondo sensibile e il mondo ultraterreno, quasi fosse vivo e morto allo stesso tempo, in una terra di confine che disturba e porta alla pazzia proprio perché incomprensibile, incerta.
Tarchetti riscopre, con i suoi racconti, il potente significato simbolico che certi oggetti, eventi o parti del corpo (come nel caso della gamba) sono in grado di esercitare sulla mente dell'uomo la quale, lungi dall'essere un calcolatore razionale, cova in sé il seme della follia, che altro non è se non una nuova prospettiva della realtà.  Follia che può essere innescata proprio da tali oggetti simbolici che attivano dei meccanismi psicologici rimossi. Come scrive l'autore nel preambolo de I Fatali:

"Esistono realmente esseri destinati ad esercitare un'influenza sinistra sugli uomini e sulle cose che li circondano? E' una verità di cui siamo testimonii ogni giorno, ma che alla nostra ragione freddamente positiva, avvezza a non accettare che i fatti i quali cadono sotto il dominio dei nostri sensi, ripugna sempre di ammettere. Se noi esaminiamo attentamente tutte le opere nostre, anche le più comuni e le più inconcludenti, vedremo nondimeno non esservene una da cui questa credenza ci abbia distolti, o a compiere la quale non ci abbia in qualche maniera eccitati. Questa superstizione entra in tutti i fatti della nostra vita" (Tarchetti, Storia di una gamba e altri racconti fantastici, Eretica edizioni, p. 78).

Con le sue novelle, Tarchetti riscopre il mondo oscuro che la luce della ragione non sempre è in grado di penetrare, e immerge il lettore in un viaggio tortuoso, ricco di insidie, pericoli, pazzia; un viaggio che tuttavia è importante compiere proprio per prendere coscienza del fatto che la visione positivistica delle cose è solo un lato della medaglia, e che proprio quando ci accomodiamo su di essa ecco che, inebriati della nostra ignoranza razionalistica, si manifesta un singolo evento in grado di farci sobbalzare.
Indagare l'ignoto, paradossalmente, è l'unica attività che ci consente di preservare la nostra sanità mentale. O, meglio, che ci permette di ampliare i limiti della nostra coscienza, per assumere la consapevolezza che la vera follia è la normalità. Come scrive Tarchetti:

"Noi non possiamo non riconoscere che, tanto nel mondo spirituale quando nel mondo fisico, ogni cosa che avviene, avvenga e si modifichi per certe leggi d'influenze di cui non abbiamo ancora potuto indovinare interamente il segreto. Osserviamo gli effetti, e restiamo attoniti e incoscienti dinanzi alle cause. Vediamo influenze di cose su cose, di intelligenze su intelligenze, e di queste su quelle ad un tempo; vediamo tutte queste influenze incrociarsi, scambiarsi, agire l'una sull'altra, riunire in un solo centro di azione questi due mondi disparatissimi, il mondo dello spirito e il mondo della materia. Fin dove la penetrazione umana è arrivata noi abbiamo portato la nostra fede [...] ma essa si è arrestata dinanzi ai fenomeni psicologici, e dinanzi ai rapporti che congiungono questi a quelli. Essa non ha potuto avanzarsi di più e ha trattenuto le nostre credenze sulla soglia di questo regno inesplorato" (Tarchetti, Storia di una gamba e altri racconti fantastici, a cura di Daniele Palmieri, Eretica Edizioni).

Tarchetti, Storia di una gamba e altri racconti fantastici, a cura di Daniele Palmieri, Eretica Edizioni.

E' possibile acquistare il libro sul sito della casa editrice:

Daniele Palmieri

L'arte di affrontare la vita con il Manuale di Epitteto

In un'epoca di "spiritualità spicciola", in cui basta pensare positivo per risolvere ogni problema e conquistare tutto ciò che si vuole, in cui ogni risultato spirituale deve essere ottenuto subito e senza sforzo e in cui la direzione spirituale è finita in mano a guru e santoni improvvisati, spesso senza l'adeguata preparazione culturale, il Manuale di Epitteto è un toccasana.
Il Manuale di Epitteto è un testo scritto quasi 2000 anni fa, ma le parole di questo filosofo stoico vissuto nel II secolo d.C. sono più profonde, efficaci e attuali della gran parte dei testi contemporanei di coaching, self help, pensiero positivo, riordino, hygge e compagnia.
Il Manuale è un breve libello che compendia gli insegnamenti di Epitteto; compilato da un suo allievo, Arriano, che assistette alle sue lezioni, la filosofia che permea l'intero testo potrebbe essere riassunta come un'arte di affrontare la vita.
A un primo approccio il testo potrebbe sembrare eccessivamente asettico, rigoroso, a volte pessimista e senza pathos. Ma lo sembra proprio perché siamo imbevuti da anni di pensiero positivo, in cui ogni cosa deve andare per il verso giusto, ogni cosa deve essere così come la desideriamo e in cui tutto andrà sempre per il meglio, se solo lo desideriamo.
Epitteto, con poche parole, sembra quasi rivolgersi a questi nuovi maestri del XXI secolo e spazza via tutti questi pensieri non solo controproducenti, ma anche dannosi, che sollevano migliaia di aspettative senza tuttavia spingere l'uomo a cambiare per davvero e a intraprendere un serio sentiero spirituale.
Fin dalle prime battute, il filosofo stoico, come Buddha, mette in guardia l'uomo sull'essenza della vita: la vita è fatta di sofferenza, di dolore, di malattia, di prove, di fatica. Ciò non significa che la vita sia un male di per sé, ma lo diventa nella misura in cui non siamo in grado di comprendere da dove derivano le nostre sofferenze e, soprattutto, come possiamo esercitarci ad affrontarle e superarle.
Il fulcro del dolore umano risiede in una semplice distinzione effettuata da Epitteto fin dalle prime righe del testo:

"Di quante cose vi sono al mondo, alcune dipendono da noi, altre no. Dipendono da noi l'opinione, l'appetizione, il desiderio, l'avversione e tutte le nostre opere, Non dipendono da noi il corpo, i beni esteriori, gli onori, la dignità, e tutto ciò che non è opera nostra. Le cose che sono in nostro potere sono di natura libere, poderose, e indipendenti da qualsiasi ostacolo; ma quelle che non sono in nostro potere sono effimere, schiave, sottoposte a impedimenti, straniere. Sappi dunque che, se prendi per libere quelle cose che di natura sono schiave, e le cose straniere per proprie, ti sentirai impedito, afflitto, turbato; accuserai gli dèi e gli uomini. Ma se considererai tuo solo ciò che possiedi, e straniero ciò che non possiedi, com'è realmente, nulla ti sarà di ostacolo, non dovrai riprendere o incolpare nessuno, non farai nulla contro voglia, nessuno ti nuocerà, non avrai alcun nemico e non subirai nulla di avverso" (Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint), p. 18).

Il pensiero positivo insegna l'esatto opposto rispetto a quanto, invece, suggerisce Epitteto. Il pensiero positivo insegna a desiderare, desiderare, desiderare, riempiendoci così di speranze e ottusa voluttà. Non che desiderare sia sbagliato, tutt'altro; ma bisogna anzitutto capire cosa val la pena desiderare e, soprattutto, bisogna prima "farsi le ossa" e lavorare non su ciò che vogliamo, ma su ciò che siamo, coltivando i nostri beni interiori. Se, infatti, i beni esteriori non sono soggetti alla nostra volontà, possiamo perderli in ogni momento e se affidiamo ad essi la nostra felicità, la consegniamo così nelle mani del caso. Un giorno siamo felici, poiché abbiamo ciò che ci rende felici; un altro giorno, invece, tutto questo ci viene strappato e ci troviamo senza nulla.
Al contrario, il sapiente ripone prima tutta la sua gioia in se stesso; coltiva i propri beni interiori: l'anima, la volontà, la virtù e la scelta morale, stabilendo una serie di norme di vita da seguire per vivere in perfetto equilibrio con se stesso e con il mondo, comprendendo così che l'unico bene di cui necessità per poter vivere felice è la propria interiorità. La gioia è una propensione alla vita che nasce spontaneamente quando ci si accorge che tutto ciò che abbiamo è un vano ornamento, un vestito che indossiamo ma che non ha alcuna influenza su ciò che siamo veramente. Come dice Epitteto in un altro passo straordinario del Manuale:

"Non inorgoglirti per nessuna cosa che non ti appartiene. Se un cavallo dicesse con orgoglio: io sono belli, ciò sarebbe ancora comprensibile. Ma quando con arroganza tu dici: ho un bel cavallo, sappi che ti stai vantando di un pregio che è proprio del cavallo. Cosa vi è, in esso, di tuo? Soltanto l'uso che fai di questa rappresentazione. Ora, quando nel fare uso di queste rappresentazioni ti regoli in base alla norma della natura, ben puoi vantarti, perché ti vanti meritatamente di un bene che è tuo" (Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint) p. 22).

Gli unici beni di cui si dovrebbe andare orgogliosi sono i beni interiori, soprattutto le virtù che il filosofo è in grado di sviluppare per vivere al meglio la propria vita. Con virtù (in greco: areté) non bisogna intendere una serie di norme morali fissate e dogmatiche, ma le potenze dell'anima che la fortificano per resistere alle intemperie della vita. La virtù è una "tensio", una tensione dell'anima, che si può esercitare e sviluppare mediante l'esercizio esattamente come si esercitano e si sviluppano i muscoli del corpo. Per questo in Epitteto ritornano spesso i paragoni tra pratica filosofica e attività olimpiche. Il filosofo che si esercita a vivere al meglio è come l'atleta che si esercita ad affrontare una gara; può stancarsi, all'inizio, ma con il passare dei giorni la resistenza aumenta, ed è proprio quella fatica a incrementare il potere del suo corpo. Può cadere o perdere, ma in lui vi è anche la forza di rialzarsi, e quando vincerà svaniranno tutte le sconfitte precedenti, e il suo capo sarà circondato della corona d'alloro come se non avesse mai perduto. 
L'allenamento filosofico consiste nel vivere nel mondo ma, allo stesso tempo, senza lasciarsi coinvolgere dal mondo. Il filosofo stoico immaginato da Epitteto è sempre presente e inserito nella realtà quotidiana ma allo stesso tempo non vi appartiene, la guarda con distacco, come se fosse solo di passaggio. Ciò in ogni ambito della vita: con i beni materiali, con le persone, con gli affetti, con le cariche pubbliche, con gli onori. Potrebbe sembrare un concetto freddo, ma anche in questo caso bisogna penetrare nella mente di Epitteto nel comprendere cosa intende con "distacco".
Il distacco nasce dalla presa di coscienza della inevitabile vanità di tutte le cose. Se qualcosa esiste è destinata a finire; è solo una questione di tempo. Inevitabilmente vi saranno beni, rapporti, onori, condizioni sociali che intesseremo ma che saranno destinati a svanire, o con la nostra morte, e in tal caso abbandoneremo tutto ritornando nel quieto grembo originario della Natura, o con la loro dipartita quando ancora siamo in vita. Riflettere e accettare questa ineluttabile verità è fondamentale per non vivere sballottati dal dolore e dagli eventi. Si tratta di prepararsi mentalmente a vivere il distacco dalle cose, con la consapevolezza che prima o poi questo distacco avverrà. Ciò non significa vivere una vita triste, depressa, senza cuore e senza affetti; al contrario, implica una gioia perenne che sgorga dalla consapevolezza che ogni singolo attimo è unico, irripetibile. Una gioia che nasce nel nostro animo, e che per questo dipende da noi e non è legata agli oggetti esterni, e che dobbiamo vivere con controllo, con un equilibrio misurato. Una metafora bellissima con cui Epitteto esprime questo concetto è quella del simposio. La vita, secondo Epitteto, non è altro che un grande simposio, e noi dobbiamo comportarci di conseguenza:

"Pensa di comportarti come a un simposio. Qualche vivanda che va intorto si avvicina a te? Prendi la mano e prendine con modestia. Questa passa? Non trattenerla. Ancora non arriva? Fa in modo che il tuo desiderio non trascorra lontano, ma aspetta finché essa non sia dinnanzi a te. Così devi fare rispetto ai figli, alla moglie e alle ricchezze e agli onori. In questo modo, sarai degno di banchettare con gli dèi. E se, quando ti sono offerte queste cose, tu non le prendi, ma le rifiuti, non solamente sarai parte della mensa degli dèi, ma ti eleverai al loro potere. Comportandosi in questo modo Diogene ed Eraclito, e altri ancora a loro simili, giustamente divennero e furono chiamati divini" (Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint), p. 26).

Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint).

Per chi volesse approfondire, ho personalmente editato, curato e pubblicato una nuova edizione del Manuale di Epitteto: https://www.amazon.it/Manuale-Larte-affrontare-vita-Epitteto/dp/8827828702/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1526983781&sr=8-1&keywords=epitteto+l%27arte+di+affrontare+la+vita

Su Nero d'inchiostro trovate inoltre un ulteriore approfondimento dedicato alle Diatribe, altra opera di Epitteto: http://nerodinchiostro.blogspot.it/2016/10/epitteto-diatribe-manuale-download-stoicismo-giudizio-morale-liberta.html

Daniele Palmieri

Aleister Crowley: Il Libro della Legge

Dopo aver parlare del Crowley occultista (Magick) e del Crowley letterato (Il testamento di Magdalen Blair), tratteremo ora del Crowley "mistico", sebbene, anche in questo caso, valga l'avvertimento anteposto all'articolo dedicato a Il testamendo di Magdalen Blair, ossia che è impossibile separare una delle innumerevoli sfaccettature del pensatore dalla sua visione olistica e totale.
Il testo su cui ci focalizzeremo in questo articolo è il libro più noto di Aleister Crowley; un libro che ha rivoluzionato l'intera sua produzione artistica, filosofica, occulta e letteraria e, in generale, che ha rivoluzionato l'intera sua vita. Sto parlando de Il Libro della Legge (The Book of the Law), un vero e proprio testo sacro e magico scritto nel XX secolo, forse tra i testi più influenti dell'intero '900.
E' impossibile scindere il Libro della Legge dalle vicende biografiche di Crowley che lo portarono alla luce, ed è dunque fondamentale ricostruire il contesto in cui nacque per comprenderne la portata mistica.
Ci troviamo nel 1904 al Cairo. Crowley si trova in Egitto in compagnia della moglie Rose, una delle tante "Donne Scarlatte" che lo accompagneranno nel corso della sua vita e, forse, la più importante, visto il ruolo che ella ebbe nella stesura del Libro della Legge.
Crowley si era ritirato al Cairo per approfondire i suoi studi magici ed esoterici, come i grandi pensatori del passato (si pensi, ad esempio, a Solone e a Platone, che proprio in Egitto si recarono per nutrirsi di millenaria conoscenza).
In un'epoca in cui l'Egitto non era ancora investito dal turismo di massa e gli antichi luoghi sacri preservavano ancora la purezza misteriosa e illibata dei millenni passati, Crowley varca la soglia della Grande Piramide di Cheope, per passarvi una notte insieme a Rose, per compiere un antico rito propiziatorio rivolto alla moglie incinta. L'esoterista britannico tentò di evocare i Silfi, gli spiriti dell'aria, affinché propiziassero la nascita di quello che ai suoi occhi sarebbe stato un nuovo profeta.
In seguito al rituale, Rose cade in una trance mistica, quasi fosse invasata da uno spirito ancestrale, e comincia a ripetere le parole: Ti stanno aspettando! Ti stanno aspettando", per diciotto volte di seguito, fino a pronunciare un inno dedicato al dio Thot, dopo il quale rivela a Crowley che è Horus il Dio che lo sta aspettando.
L'aspetto peculiare di tutta questa vicenda, oltre alle vicende in bilico tra realtà e leggenda, è che la moglie Rose era pressoché a digiuno di studi esoterici, eppure non solo aveva pronunciato un inno sacro dedicato a un Dio a lei ignoto, ma è anche in grado di rispondere con estrema precisione alle domande di Crowley circa le caratteristiche del Dio Horus.
Per avere un'ultima prova di quanto avvenuto in quella notte, e per convincersi che la moglie fosse stata effettivamente visitata da un Dio, Crowley si recò con lei al museo di Bulaq, chiedendo a Rose di individuare una stele raffigurante il Dio che la aveva visitata. E, con sommo stupore, Rose identifica la stele di Ankh-ef-en-Khonsu, raffigurante proprio il Dio Horus, e che per di più portava il numero: 666. Il numero della bestia dell'Apocalisse che Crowley, fin da ragazzo, aveva assunto per indicare se stesso.
Nei giorni a seguire gli episodi medianici si ripetono fino a quando la moglie non rivela a Crowley che, tra le notti dell'8, del 9 e del 10 aprile avrebbe ricevuto la visita del daimon Aiwass, messaggero di Horus che già aveva fatto loro visita nella notte passata alla Grande Piramide, prendendo possesso del corpo di Rose.
E proprio in queste tre notti nasce Il Libro della Legge, sotto l'influsso del daimon Aiwass che avrebbe dettato a Crowley, parola per parola, i tre capitoli di cui è composto il testo, in lunghe e intense ore di scrittura automatica e medianica.
Ognuno dei tre capitoli è la manifestazione di un Dio, la "nuova" trinità a fondamento della religione che Crowley avrebbe fondato dopo tale esperienza mistica: Thelema (parola greca che significa "Volontà").
La prima dea a manifestarsi è Nuit (o Nut). Nuit è la Grande Madre, identificata con il cielo stellato. Nuit è la polarità femminea, incarna il mistero e il fascino delle tenebre, le forze occulte che si celano sotto il velo dell'universo. Testimonianza di un antico influsso "ginocentrico" e lunare, è la dea dell'amore mistico ma anche sensuale e sessuale; si unisce all'iniziato in un amplesso infinito, avvolgendolo con il suo corpo di notte e di stelle. La sua legge è l'Amore; l'amore libero ma allo stesso tempo l'amore consapevole, come recita un celebre passo della sua rivelazione: I,57: Invocami sotto le mie stelle! Amore è la legge, amore sotto la volontà! Non lasciare che i folli fraintendano l'amore; per loro ci sono amore e amore. C'è la colomba e il serpente".
Ritorna il fondamentale concetto di "Volontà", di cui si è già ampiamente trattato parlando di Magick. La Volontà magica è la forza che deve catalizzare tutte le altre energie, perfino quella apparentemente istintiva e istintuale dell'amore. Anche nella più pura estasi, l'iniziato deve mantenere il controllo, accumulare e indirizzare le forze primordiali senza lasciarsi trascinare da esse.
Il secondo dio a rivelarsi è Hadit. Hadit è il principio mascolino, complementare a Nuit. Se Nuit è la dea lunare, Hadit è il dio solare, che incarna e sprigiona la forza maschile. Dice il dio Hadit, rivelandosi: II,6: Sono la fiamma che brucia nel cuore di ogni uomo, e nel nucleo di ogni stella. Io sono la Vita, e l'elargitore della vita, ma quindi conoscermi significa conoscere la morte".
Se Nuit rivela all'uomo come vivere nella notte, Hadit gli rivela come vivere nella luce; una luce che deve essere sprigionata dal cuore stesso dell'uomo, secondo l'altro versetto noto del Libro della Legge che recita: Ogni uomo e ogni donna è una stella. Una volta sprigionata questa energia interiore, tutto il mondo si colma di estasi. Dice Hadit: "II,9: Ricorda con tutto te stesso che l'esistenza è gioia pura; che tutto il dolore non è altro che un'ombra; questi passano e vanno; è quella, invece, a rimanere". Similmente a Dionisio, Hadit è anche il dio dell'ebbrezza; l'ebbrezza mistica, che, come l'amore, deve rimanere sotto la volontà, seguendo l'altra nota massima: Fai ciò che vuoi sarà la tua legge, laddove il volere non è il volere egoistico e soggettivo, ma la Volontà del sé mistico e divino, che si è elevata al rango del volere degli dèi che tutto vogliono e tutto possono, ma il cui oggetto della volontà è sempre divino, pari al loro rango.
Vi è infine Ra Hoor Khut, ultimo dio che inaugura l'epoca del Figlio. Forza sprigionata dall'unione di Nuit e Hadit, della luce e delle tenebre, Ra Hoor Khut è un dio complesso, conflittuale, scintille di bagliore e oscurità. Un dio energico, feroce, guerriero, che vive del conflitto degli opposti dal quale è nato. Rappresenta le forze ataviche che muovono il cosmo, la potenza conquistatrice del Dio Marte, la forza dell'iniziato che, dopo aver appreso la rivelazione, deve avere il coraggio di osare e combattere per conquistare il suo posto nel mondo e vivere secondo i suoi principi. Esclama Ra Hoor Khut, nel tumulto della battaglia: III,46: Ti porterò vittoria e gioia; sarò nelle tue braccia in battaglia e sarà delizioso uccidere. il successo è la tua prova; il coraggio la tua armatura; avanza, avanza, nella mia forza; e non voltarti per nessuno!
In conclusione, Il Libro della Legge di Aleister Crowley è un testo visionario, che condensa tutte le doti poetiche, letterarie, mistiche e occulte del controverso esoterista inglese. Come Magick, è un testo pericoloso, poiché immerge l'uomo in quelle forze occulte e ataviche che, una volta sfiorate, è difficile controllare, secondo il motto di Nietzsche: Se guardi troppo a lungo nell'Abisso, sarà l'Abisso a guardare dentro di te. Ci si può avvicinare per studio, ma non certo per gioco; le forze di cui parla, così come il sistema di magia sessuale sotteso all'intero pensiero di Crowley, possono sembrare suadenti e a portata di mano, ma rischiano di trascinare in un pozzo, senza via di fuga, nel momento in cui non si è in grado di gestire le energie sprigionate. In queste terre oscure vale ciò che Brjusov scrive nel Rrmanzo "L'Angelo di fuoco": "Il mago vive sotto la costante minaccia d'una morte tra i tormenti, e solo con un'attività indefessa e un'estrema concentrazione della volontà riesce a tenere a bada gli spiriti infuriati, pronti a dilaniarlo con mandibole ferme a ogni momento. Una legione intera di mostri orribili spiano ogni passo del mago, e stanno attenti che non dimentichi nulla, che non ometta una qualsiasi piccola precauzione, per scagliarglisi contro come rapaci" (L'Angelo di fuoco, Valerij Brjusov, E/O Edizioni).
Tuttavia, è un testo da affrontare e da leggere, poiché uno dei capisaldi del pensiero esoterico e magico del XX secolo, e si potrebbe affermare che non sia possibile comprendere gran parte del '900 senza aver letto questo libro. Non solo perché innumerevoli artisti, sia del mondo pop sia del mondo underground, si ispireranno proprio alel opere di Crowley, ma perché l'intero '900, nelle sue guerre e nel suo splendore, nella sua grandezza e nel suo fanatismo, fu mosso da forze del tutto simili a quelle manifestatesi a Crowley.
 
 
Aleister Crowley, Il Libro della Legge, Nero d'inchiostro (Youcanprint)
Per chi volesse approfondire, ho tradotto, curato ed editato personalmente una nuova edizione del testo: https://www.amazon.it/libro-della-legge-inglese-italiana/dp/8827828710/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1526982516&sr=8-1&keywords=crowley+libro+della+legge
 
Daniele Palmieri


domenica 20 maggio 2018

Eliphas Levi: Gli Eggregori. Le forme-pensiero che dominano gli uomini

Il termine "eggregore" è poco conosciuto, spesso anche a chi si occupa di occultismo ed esoterismo, eppure è veicolo di una delle concezioni più affascinanti del pensiero occulto.
Il termine "grigori" è utilizzato nella letteratura ebraica per indicare le creature eteriche come angeli e demoni, e ricorre spesso nel Libro di Enoch per descrivere quelle entità che, invidiose della condizione umana, si unirono con le figlie degli uomini dando così origine alla stirpe dei giganti.
A portare alla ribalta il termine nel mondo dell'esoterismo, a metà del XIX secolo, vi fu Eliphas Levi, che in un suo articolo, intitolato appunto "Gli Eggregori", scrive:

"Gli Eggregori sono delle Divinità. Gli Eggregori sono gli spiriti che animano e creano le forme. Sono nati dal respiro di Dio. Dio riposa nella natura e il mondo è il suo sogno. Dormendo, Egli aspira e respira. Il suo soffio crea gli eggregori".


Riprendendo la concezione gnostica di un universo generato a più livelli, dove la Terra è soltanto una delle ultime emanazioni di un Dio ineffabili e trascendente, Levi considera gli eggregori come una delle molteplici emanazioni della divinità. Un Dio, che, tuttavia, è dormiente e il cui sogno genera queste entità che possono essere tanto benevole quanto malevole.
Nel processo di frammentazione del sogno, gli Eggregori sono definite da Levi come delle "forme-pensiero", ossia delle entità che, una volta generate dal soffio di Dio, incarnano una molteplicità di poteri attraverso i quali sono in grado di influire sul mondo materiale. Comprendere il termine "forma-pensiero" è essenziale per capire in fondo il concetto di "eggregore". Secondo la distinzione Aristotelica, la materia inerme soggiace alla forza della forma creatrice, che stabilisce l'essenza delle cose. Una "forma-pensiero" può dunque essere intesa come una forza mentale che è in grado di assumere potere sulla materia.
L'aspetto "collettivistico" dell'Eggregore è fondamentale, poiché esso si nutre della molteplicità di idee, credenze, opinioni e da esse trae forza e viene evocato. Da questa prospettiva, Eggregori non sono creati soltanto da Dio, ma possono essere generati involontariamente anche dalle collettività che catalizzano una medesima idea, evocando una "forma-pensiero" la quale, dacché nata dagli uomini, diviene dapprima una sorta di "guardiano" di quel gruppo, ma può assumere un potere così grande da divenire un "arconte", un dominatore delle menti dei singoli uomini. Gli individui del gruppo iniziano così a essere dominati dalla "forma-pensiero", dall'Eggregore che ha espanso il proprio potere psichico sul materiale attraverso la sua influenza sulle collettività.
Come accennato in precedenza, la forma-pensiero può essere sia benigna sia maligna.
Prometeo, ad esempio, è un Eggregore positivo, l'uomo allegorico che combatte quotidianamente la propria battaglia contro gli dèi per la liberazione, e che conia in sé le battaglie di ogni singolo uomo. E' una "forma-pensiero" generata dai travagli spirituali dell'uomo e dalla sua posizione intermedia all'interno della catena degli esseri in cui, come scrive Levi:

"sembra esserci una lacuna: l'uomo, anello vivente di questa catena, può osservare e toccare l'anello che è immediatamente sotto di lui, la scimmia o il gorilla o lo scimpanzé, ma non vede e non tocca l'anello che è immediatamente sopra di lui. Ecco perché gli antichi saggi hanno immaginato l'uomo invisibile, che essi hanno chiamato angelo o demone".


Ma l'Eggregore è un'entità spirituale molteplice, ed esistono numerosi casi di forme-pensiero negative. Basti pensare al fondamentalismo religioso, in cui il Dio di una certa regione venerato da una setta diviene una vera e propria "forma-pensiero", in grado di manipolare il comportamento degli uomini anche a costo delle loro stesse vite.
Gli Eggregori sono inoltre soggetti a lotte reciproche per il dominio e l'espansione della loro influenza e in questa lotta, tanto è più grande la statura degli Eggregori (ossia tanto più grande è la collettività che li ha evocati), tanto più distruttivo è il risultato del conflitto. Scrive l'esoterista francese:

"Per gli insetti, che calpestiamo senza vederli, noi siamo Dei ciechi e pesanti; e per altri dei infinitamente più grandi, rispetto a noi, noi siamo degli insetti invisibili. Gli eggregori si combattono, schiacciano i popoli come formicai e neppure sanno che noi stiamo soffrendo e moriamo".


Per fuggire dall'influsso negativo degli Eggregori bisogna preservare la propria individualità sul percorso spirituale, senza lasciarsi infatuare dalle sette e dalle aggregazioni che rischiano di evocare realtà superiori al loro stesso potere. Bisogna inoltre elevarsi al di sopra di queste "lotte intestine", poiché espressione di emanazioni inferiori della realtà trascendente di Dio, che si trova al di là del mondo frammentato e conflittuale, in cui gli stessi Eggregori non sono altro che formiche. Ridimensionato dalla prospettiva divina, l'Eggregore perde potere e l'uomo saggio può smettere di temerlo, poiché:
 
"L'uomo ignorante e debole che soffre la fatalità diventa schiavo e giocattolo degli eggregori; ma il saggio è al di sopra di loro, perché Dio è la luce del saggio. Gli Eggregori hanno timore di Dio, il saggio ama Dio e per conseguenza non lo teme. Egli non deve sacrificare agli dei e neppure a Dio; egli sacrifica con Dio e come Dio, perché il sacrificio è l'essenza della divinità dell'uomo".


Eliphas Levi, Eggregori, Edizioni fuoco sacro, traduzione e cura di Filippo Goti.

Daniele Palmieri

martedì 15 maggio 2018

Ambrogio di Milano: Exameron. La natura maestra di verità

In una sua recente monografia su Ambrogio, Franco Cardini definisce l'esistenza del vescovo di Milano come una "sublime e tormentosa grandezza". 
Non si sarebbero potute condensare con definizione migliore la vita e il pensiero di Ambrogio che, lungi dall'essere un santo, fu un uomo grandioso e tormentato, dalle numerose sfaccettature e contraddizioni le quali, lungi dallo sminuirne la figura, contribuiscono a renderlo una delle personalità più importanti della storia, della teologia e della filosofia occidentale.
Purtroppo, al giorno d'oggi Ambrogio è conosciuto più per le leggende che circolano sul suo conto, per il folklore popolare milanese, per i riti ambrosiani che annualmente si celebrano in città, per le nozioni da "catechismo" sulla sua vita e sulla sua santità. Poco, invece, si sa dell'Ambrogio pensatore e politico, e lo scarso interesse nei suoi confronti, anche nel mondo accademico, è testimoniato dalla scarsità di testi su di lui e dalla difficoltà di reperirne gli scritti in traduzione italiana.
Eppure, Ambrogio fu un pensatore grandioso, nonché una delle personalità politiche e religiose più abili della storia. Fu Ambrogio a dare una svolta decisiva alla storia politica della Chiesa in età tardo-antica, e sempre Ambrogio contribuì, con le sue omelie, a diffondere l'insieme di simboli e credenze che influenzeranno l'immaginario collettivo dei secoli a seguire, tanto nell'architettura quanto nella teologia e nella letteratura, per tutto il medioevo.
Tra le sue opere più grandiose vi è l'Exameron, il Commento ai sei giorni della creazione, un ciclo di nove omelie tenute nei giorni precedenti alla pasqua, per celebrare la grandezza del creato in tutte le sue sfaccettature. Scritto sul calco dell'Exameron di Basilio di Cesarea, il testo di  Ambrogio è tuttavia una rielaborazione personale e creativa, che si ispira soltanto all'impianto dell'omonimo testo del padre orientale, arricchito con le doti letterarie e poetiche del vescovo di Milano e con numerosi riferimenti alle condizioni politiche a lui attuali. 
La straordinarietà di questo ciclo di omelie risiede nel loro essere un connubio di poesia, letteratura, teologia, biologia, filosofia. Esse non sono atte ad ammaestrare e ammansire il popolo, ma a istruirlo. Con la sua grande preparazione culturale, Ambrogio è in grado di intessere discorsi appassionati, che esortano alla virtù e alla fede a partire sia dall'esperienza quotidiana sia dall'esperienza del mondo circostante, oltre che, ovviamente, dalla conoscenza delle Sacre Scritture.  
Le parole di Ambrogio guidano attraverso la creazione di un mondo che brulica di vita, gioia, festa, felicità. Dio è paragonato a un ragno che silente tesse la sua tela, creando così una rete perfetta, armoniosa, in cui ogni parte è in armonia con il Tutto. "L'opera ti riempe di meraviglia" [Exameron, I,9] esclama il vescovo di Milano, contemplando la realtà che lo circonda ed esortando i fedeli riuniti all'ascolto a contemplarne la bellezza. Numerosi sono i passi in cui il vescovo di Milano esorta gli uomini a contemplare la realtà che li circonda, a colmarsi della bellezza divina che permea ogni cosa, sfatando così il mito della teologia cristiana "cupa", che vede nella materia una sorta di crogiolo del peccato. No, per Ambrogio ogni elemento porta il marchio divino e perfetto del suo Creatore; memorabili, ad esempio, le sue parole dedicate alla campagna in fiore:

"Ma che splendore è quello della campagna in fiore, che profumo, che incanto, che consolazione per i contadini! Se avessimo a disposizione soltanto le nostre parole, non potremmo potremmo descriverle degnamente, Però ci soccorrono le testimonianze della scrittura, da cui apprendiamo che l'incanto della campagna è il termine di paragone per la benedizione e i meriti dei santi, poiché Isacco dice: L'odore del mio figliuolo è come l'odore di una campagna fiorita. Perché dunque descrivere le mammole dal colore di viola, i gigli bianchissimi, le rose vermiglie, i campi dipinti di fiori giallo-dorati, ora screziati, ora arancio acceso, dei quali non sai se più ammirare la bellezza o il profumo penetrante? Gli occhi si saziano di uno spettacolo tanto piacevole, il profumo si effonde tutto all'intorno, colmandoci della sua fecondità [...] Osservate il giglio dei campi, com'è intenso il candore dei loro petali, e come questi, inoltre, strettamente congiunti, si aprono come sollevandosi dal basso in alto, formando un calice, ove dentro rifulge una preziosità simile all'oro, che però tutt'intorno è ben difesa dal fiore, che la ripara da ogni oltraggio!" (Ambrogio di Milano, Exameron, Tea Edizioni, pp. 93-94)

Dedicando ciascuna omelia a uno dei giorni della creazione, Ambrogio si sofferma a descrivere il cielo e la terra, il vento e l'acqua, il mondo nella sua complessità e nella geografia all'epoca conosciuta, gli esseri viventi che popolano il creato, dalle piante, ai rettili, ai pesci, ai mammiferi fino ad arrivare all'uomo. In questo modo, Ambrogio istruisce il popolo fornendogli gli strumenti conoscitivi di base, rendendo le sue omelie una vera e propria "scuola" di cultura generale, in cui nulla è lasciato al caso e in cui ogni fenomeno naturale viene analizzato, così come la sacra scrittura, tanto nel suo significato "letterale" e "materiale", tanto nel suo significato morale e anagogico. Alle omelie di Ambrogio si ispirerà la fiorente letteratura dei bestiari e dei lapidari medievali, in cui ogni in ogni elemento fisico e naturale viene rintracciato un significato morale, atto a istruire l'uomo e a elevarne la coscienza. 
Sviscerando la natura in ogni suo aspetto, ogni elemento diviene un simbolo, ossia una manifestazione del divino (o teofania) che permette di ricongiungersi a Dio e alla sua perfezione, innalzando l'uomo alla sua immensità. Anche in una semplice pigna, se osservata con l'occhio dell'intelletto, è possibile contemplare la perfezione del tutto. Dice Ambrogio:

"E chi, nel vedere la pigna, non stupirebbe che una così artistica simmetria si sia potuta sviluppare e imprimere nella natura per comando divino, formandosi da un unico centro con sporgenze tutte uguali, benché di diversa proporzione, con le quali proteggere il frutto? Sicché una stessa figura e regolare disposizione si mantiene identica in quella forma circolare, e nelle singole parti c'è come un nuovo prodotto che eccede per dimensione sugli altri, però l'aspetto elegante del frutto forma nell'insieme una rotondità perfetta. Direi perciò che nella pigna la natura ha come espresso un simbolo di se stessa, a partire dal primigenio comando celeste di Dio, essa conserva le prerogative ricevute, e ripresenta i suoi frutti nell'ordinaria successione delle stagioni, finché non sia perfettamente compiuto il ciclo degli anni" (Ambrogio, Exameron, Tea Edizioni, pp. 116-117)

Anticipando la grande filosofia della natura di filosofi come Rosseau, Thoreau ed Emerson, Ambrogio esorta l'uomo a ritornare alla semplicità della natura, a cogliere dalla sua bellezza e dalla sua meraviglia gli insegnamenti in grado di colmarlo di grazia divina, in grado di fargli recuperare la primordiale purezza dell'Eden, diffondendo così l'idea, che diventerà fondamentale nella filosofia medievale, secondo la quale è possibile conoscere Dio attraverso due libri: la Sacra Scrittura e il Libro della Natura, prima maestra di vita. Dice il vescovo di Milano:

"La sapienza divina penetra tutte le cose e tutte le riempie, e questo lo deduciamo molto più copiosamente dalle varie facoltà degli esseri viventi privi di ragione, che non dalle dispute di quelli dotati di ragione; in realtà, la testimonianza della natura è più efficace di tutte le argomentazioni della scuola [...] In realtà, la natura è la miglior maestra della verità" (Ambrogio, Exameron, Tea Edizioni, p. 234).

Ma oltre all'aspetto didattico e mistico, le omelie di Ambrogio sono anche un grande esempio di realismo politico, e posero le basi della concezione politica della chiesa dei secoli a seguire. La famiglia di Ambrogio era discendente dell'antica gens Aurelia, espressione dell'aristocrazia repubblicana latina ed ereditaria di quell'antico spirito repubblicano scavalcato da Cesare e da tutti gli imperatori a seguire. E il medesimo spirito permea anche il pensiero di Ambrogio, che delinea i tratti di una Chiesa di stampo repubblicano, in cui tutti i fedeli sono uguali sia dinnanzi a Dio sia dinnanzi alla legge, civile ed ecclesiastica, in cui non si fanno preferenze in base al ceto di origine e in cui, anzi, i ricchi sono tanto più lontani dalla beatitudine, tanto maggiore sarà la disuguaglianza sociale, l'oppressione dei poveri e dei deboli, l'avidità nei confronti delle risorse e dei beni terreni. Ambrogio stesso ebbe il coraggio di donare gli ori della chiesa per sfamare il popolo milanese in un momento di difficoltà.
Questo perché, erede anche della tradizione filosofica ellenistica, Ambrogio ripone le vere ricchezze non negli effimeri tesori materiali, ma nella ricchezza interiore dell'anima che ciascuna serba nel proprio scrigno corporeo. Un'anima creata a diretta immagine e somiglianza di Dio, e siccome tutte le anime portano impresso il sigillo del Creatore, allora non può esservene una migliore di un'altra, poiché tutte possiedono il tesoro più grande che può essere insozzato non dalla povertà, ma soltanto dal vizio. La virtù morale, che eleva l'uomo a Dio, è la ricchezza più preziosa che ciascun uomo può coltivare, e che rende anche il più povero dei contadini superiore al più ricco dei re. Allo stesso tempo, la più sontuosa delle dimore non è nulla in confronto al Creato, reggia sublime a disposizione di ogni uomo e nei confronti della quale nessun ricco può reclamare la prerogativa. Scrive Ambrogio:

"Gli elementi sono stati donati in società a tutti gli uomini, e gli ornamenti del mondo sono a disposizione dei ricchi come dei poveri. Forse i soffitti dorati delle abitazioni più lussuose sono più belli della volta del cielo, trapunta di stelle sfavillanti?  Forse i poderi dei ricchi sono più estesi della terra spaziosa? Per questo, ben a ragione è stato detto a quella gente che aggiunge palazzo a palazzo, podere a podere: Resterete forse soli ad abitare la terra? Tu, povero, possiedi una casa più grande [...] La casa di Dio è aperta al ricco e al povero; però è difficile che un ricco entri nel regno dei cieli. Ma forse ti rammarichi di non avere nessun lampadario d'oro che ti faccia lume: però, ben più raggiante, la luna ti rischiara, diffondendo d'attorno il suo chiarore. [...] O pensi che siano felici coloro che escono stipati da turbe di schiavi accodati? Ma se hanno bisogno di piedi altrui, è segno che non sono capaci di servirsi dei propri [...]. Credi che sia splendido dormire su letti d'avorio, e non pensi quanto sia più splendida la terra, che distende sotto il povero erbosi giacigli, ove è dolce il riposo, gradevole il sonno che quell'altro invoca e non può prendere, rimanendo sveglio tutta la notte, pur accomodato in mezzo a sponde dorate" (Ambrogio, Exameron, Tea Edizioni, pp. 262-263)

Per saperne di più su Ambrogio, il 19 maggio 2018 terrò, a Milano, la prima Passeggiata di  Meraviglia in collaborazione con la Tlon, in cui a partire dai simboli della basilica di Sant'Ambrogio esporrò la vita e il pensiero di  Ambrogio e Agostino: https://www.facebook.com/events/2083199308590214/

Ambrogio di Milano, Exameron. Commento ai sei giorni della creazione, Tea Edizioni.

Daniele Palmieri

domenica 29 aprile 2018

Aleister Crowley: Il testamento di Magdalen Blair

Dopo aver parlato del Crowley occultista nell'ultimo articolo dedicato a Magick, ci occuperemo ora del Crowley novellista, benché il confine tra i due mondi sia labile e benché, come vedremo, il retroterra e la chiave di lettura del Crowley narratore sia la sua visione esoterica del mondo.
L'opera di cui mi accingo a parlare è Il testamento di Magdalen Blair, una novella tradotta ed edita per la prima volta in Italia da Abeditore (e questa edizione meriterà in seguito un inciso a sé).
Il testamento di Magdalen Blair è un testo terrificante, visionario, espressione di un cupo misticismo cosmico al pari di quello di Poe, Chambers e Lovecraft.
Voce narrante, che in pieno stile gotico ammette fin dal principio la propria follia, è quella della stessa Magdalen, che affida a un testo scritto le sue memorie con l'intento di suicidarsi con un candelotto di dinamite, e di spingere tutti gli uomini a fare lo stesso, dopo averli convinti della sua esperienza.
La trama, di per sé, è piuttosto semplice. Magdalen è una brillante studentessa di Cambridge, che spicca non solo per le sue doti intellettuali ma, soprattutto, per poteri "metapsichici" decisamente inconsueti, che si manifestano in maniera graduale durante i suoi anni di studio.
Inizialmente i suoi compagni notano un'insolita capacità. Magdalen è in grado di valutare misura, intensità e grandezze delle cose e delle sostanze con una precisione degna delle migliori apparecchiature scientifiche. La sua capacità intuitiva inizialmente viene attribuita a una sorta di facoltà sinestetica, in grado di percepire la forma delle cose a partire dalla variazione di temperatura che esse si lasciano dietro nell'ambiente, e infatti Magdalen è in grado, con altrettanta precisione, di capire quali e come gli oggetti sono stati spostati.
Le sue doti attirano presto l'interesse del professor Blair, che intende sondare in maniera scientifica le capacità della sua allieva. Gli esperimenti danno però esiti contrastanti, e di volta in volta smentiscono o confermano le doti di Magdalen e la loro causa. I suoi poteri metapsichici, ma allo stesso tempo così concreti, sembrano difficilmente inquadrabili nei canoni della scienza tradizionale, e i due se ne rendono conto quando scoprono che Magdalen è addirittura in grado di leggere nel pensiero.
Intanto, con l'intensificarsi degli esperimenti, cresce il legame tra Magdalen e il professor Blair, finché quest'ultimo non le propone di sposarlo, ed ella, benché sorpresa, accetta la proposta. Il legame così intimo apre la via a nuovi esperimenti e il professor Blair diviene il campo di prova delle facoltà di Magdalen, poiché si propone come "cavia" di un esperimento prolungato di lettura del pensiero. Magdalen inizia a focalizzare la sua attenzione sulla mente del marito, a tal punto da divenire quasi inscindibili; ella è in grado di leggerne pensieri e sogni, anche a distanza. Tuttavia, il rapporto perfettamente sincronico tra i due, nel quale non è difficile intravedere lo stesso rapporto Maestro-Discepola che Crowley intessé con tutte le sue mogli, e i tre felici anni di matrimonio, arrivano presto a una brusca svolta. Un presentimento funesto inizia ad aleggiare nella mente di Magdalen, anticipato da due episodi estremamente inquietanti. Nel primo, Magdalen ode, durante una gita in canoa, una terrificante e profonda risata demoniaca provenire proprio dalla mente del marito, ma come se giungesse da profondità insondate del suo subconscio. Nel secondo, in un atto di lettura del pensiero a distanza, egli sente la voce di suo marito che tiene lezione, ma osservandone una foto sia il suo volto sia la sua voce risultano distorte e terribili, ancora una volta come l'aspetto e la voce di un demone infernale.
I presagi funesti di Magdalen si realizzano presto; il marito si ammala improvvisamente di nefrite, e comincia un lento e inesorabile declino psicofisico. Consapevole che i suoi giorni stanno giungendo alla fine, il professor Blair intensifica gli esperimenti e la vicinanza alla morte lo induce a indagare il mondo dell'anima, sempre con l'aiuto della moglie, che diviene una sorta di testimone e guida alle regioni inesplorate del suo subconscio.
Blair diventa ossessionato dalle profondità dell'anima i cui confini, come sosteneva Eraclito, si dispiegano così profondamente che mai potranno essere trovati. E, infatti, durante un esperienza di meditazione profonda in cui il professor Blair, accompagnato "mentalmente" dalla moglie, discende nelle profondità interiori della sua psiche, Magdalen è testimone della prima, grande, sublime e terribile visione dell'interiorità:

"E' un abisso cieco, gli dissi, e lì sta appeso un avvoltoio più vasto dell'intero cosmo" (Il testamento di Magdalen Blair, Aleister CrowleyAbeditore, p. 33).

Così Magdalen descrive la prima apparizione dell'anima del marito. Ma egli ancora non è soddisfatto e discende ancor più in profondità: 

" "Stavo cercando nel luogo sbagliato [...] ciò che voglio giace alla base della spina dorsale". Questa volta potei vedere. In un paradiso blu stava attorcigliato un serpente infinito color oro e verde, con quattro occhi fiammeggianti neri e rossi, che scagliavano raggi in ogni direzione; fra le sue spire vi era una moltitudine di bambini che ridevano. E una volta visto, tutto ciò scomparve. Striscianti fiumi di sangue si spargevano sul paradiso, di un sangue putrefatto di innominabili forme; creature metà elefante e metà scarafaggio; cose che non erano nient'altro che orribili occhi iniettati di sangue, circondati da tentacoli; donne la cui pelle ondeggiava e gorgogliava come zolfo bollente, creando nuvole che si condensavano in altre mille forme, ancor più repellenti di ciò che le aveva generate" (Il testamento di Magdalen Blair, Aleister CrowleyAbeditore, p. 34).

La visione diviene ancor più terribile, degna dei peggiori orrori partoriti dalla mente di Lovecraft. Il serpente che giace alla fine della spina dorsale è un chiaro richiamo al serpente della kundalini, simbolo induista dell'energia sessuale latente in ogni uomo e testimonianza dell'interesse di Crowley nei confronti della tradizione tantrica orientale. Ma, come spesso compiva con le diverse tradizioni, egli rielabora l'immagine del serpente rendendolo non solo espressione della sessualità latente, ma di una forza cosmica, abissale, demoniaca, che avvolge nelle sue spire l'intero universo, come il serpente che descrive nel Libro della Legge. Le anime non possono fuggire alla sua morsa, e anche quella del professor Blair non fa eccezione. 
Dopo queste visioni, le condizioni peggiorano e presto deve essere ricoverato in ospedale, dove cade in coma. Ma la connessione mentale tra Magdalen e Blair non cessa, e anzi è destinata a intensificarsi con la lenta e inesorabile dipartita dell'anima. Il viaggio nelle regioni dell'oltretomba comincia con una voce inquietante che, improvvisamente, rimbomba nella mente di Magdalen:

"Mi svegliai per udire una voce sconosciuta che mi diceva all'orecchio: Adesso comincia il divertimento" (p. 40).

Lo stato comatoso del professor. Blair non impedisce a Mrs. Blair di udirne i pensieri, che sembrano essersi ritirati in un oscuro subconscio, dal quale rimbombano come provenienti dalle viscere di una grotta. E i primi pensieri uditi da Mrs. Blair sono terrificanti. Il marito, in quel limbo tra la vita e la morte, inizia a delirare; impreca e dice di volerla uccidere, di volerla fare in mille pezzi. Il tutto con un tono lucido, come se quello fosse il risultato conclusivo di un ragionamento logico che, se Mrs. Blair avrebbe udito, la avrebbe portata ad accettarlo e a compiere il medesimo gesto.
E presto Mrs. Blair giunge a comprendere il perché di quell'orrore. Nonostante il trapasso, giunto in seguito a un ultimo, spaventoso spasmo del suo corpo, la coscienza del professor. Blair è ancora viva. Mrs. Blair riesce non solo a udirne i pensieri, ma ne segue il percorso infernale, trascrivendolo sui propri taccuini, simile al bardo che trascrisse Il libro tibetano dei morti.
Ed ecco che appare una nuova, terrificante visione, testimonianza di un cupo misticismo cosmico che, come accennato in precedenza, ricorda molto quello di Lovecraft e Chambers. L'anima del professor Blair è caduta nelle grinfie di un demone che la mastica e la digerisce, in un ciclo infinito, un limbo di estremo dolore in cui l'anima in parte preserva ancora la propria individualità, e in parte è dissolta dalla bocca, la saliva, la bile digestiva del demone. L'anima viene triturata, risputata, ingoiata, dilaniata e Magdalen prova sul suo corpo le stesse terribili sofferenze provate dal marito, fino a quando non comprende il perché di tutto questo: il demone altro non è che una personificazione della nifrite. Come dirà Zolla qualche decina d'anni dopo, tutti i demoni individuati dai pensatori antichi e medievali altro non sono che personificazione dei dolori e dei malanni fisici e psichici dell'uomo; e quando essi ci braccano, continuano a tormentarci per un tempo indefinito, in un tempo al di là del tempo, nel momento dell'estrema dipartita. L'anima del professor Blair non ha ancora abbandonato il corpo; si trova nelle regioni più profonde e la sua sofferenza aumenta man mano che il corpo si decompone, e questi orrori sono da ella vissuti come se si trovasse imprigionata, senza via di fuga, nella "tomba" che l'ha sempre accompagnata per tutta la vita. Magdalen vive tutte queste sofferenze che sembrano svolgersi su un piano temporale che trascende i minuti e le ore del tempo che noi conosciamo; si tratta di uno spazio-tempo spirituale, in cui ogni attimo è infinito, estremamente dilatato, e in cui non sembra esserci via di fuga nonostante il masticare e la digestione continua del demone.
Tuttavia, a un certo punto questa prima sofferenza finisce e dopo essere stato espulso dal demone, l'anima del professor Blair cade in un precipizio profondo, dalle tenebre dense, in una caduta così veloce e prolungata da sembrare immobile, finché non sopraggiunge e si dissolve in un vasto oceano da una melma di tenebra. Qui le visioni diventano ancor più terribili; l'anima del professor Blair si invischia e si dissolve in questo oceano cosmico di sofferenza, in cui Tutto è in Tutto, ma ogni cosa assume una forma terribile e perversa in ogni attimo della sua evoluzione. E' come se ci trovassimo di fronte all'eterno presente di cui parla Agostino ne Le Confessioni, ma un eterno presente in cui ciò che Dio osserva assume di volta in volta fattezze terribili, deforme, demoniache, espressione di un dolore e di una malvagità latente nell'intero cosmo.
L'influenza della filosofia orientale in queste pagine si fa ancora più marcata; di fronte all'anima del professor Blair caduta in questo ciclo di rinascite perverse, Magdalen auspica e agogna un Nirvana che sia in grado di liberare l'uomo dal dolore, atomo dell'esistenza, non con la ricompensa di un paradiso, ma con la semplice estinzione, la caduta in un Non-Essere privo di piacere e sofferenza, una annichilazione dello spirito. La distruzione totale della vita, che eliminerebbe ogni testimone dall'Universo e che dunque eliminerebbe l'Universo stesso, sembra a Magdalen l'unica via percorribile; e da qui la sua decisione, che tuttavia verrà impedita, di suicidarsi con un candelotto di dinamite.

Per concludere, posso affermare che Il testamento di Magdalen Blair è una delle opere più terrificanti che abbia mai letto. Crowley è in grado di rendere concreto, reale, asfissiante l'universo metafisico che potrebbe nascondersi dopo la morte, e ogni sua parola è come un ago che si conficca nella carne. Questo sadico realismo descrittivo deriva, molto probabilmente, dall'esperienza stessa di Crowley, che provò quanto di più estremo un uomo possa provare nella vita, dalle droghe, al sesso, all'alcool, ma anche all'ascetismo religioso, con tutto ciò che questo può comportare per il fisico e per la mente. E' molto probabile che le visioni descritte da Crowley siano così concrete e tangibili poiché egli stesso visse sulla sua pelle gli orrori descritti nel racconto, durante poderose esperienze di alterazione della coscienza.
Un'ultima nota di merito è da dedicare ad Abeditore, che contribuisce a rendere ancor più vivi e tangibili gli orrori evocati da Crowley attraverso una veste grafica sublime, tanto nelle illustrazioni che accompagnano il testo, quanto nei caratteri e nelle pagine "sfumate" o "invecchiate", che donano al libro quel tocco di antico e misterioso, come se si tenesse in mano un antico Grimorio medievale.

Il testamento di Magdalen Blair, Aleister Crowley, Abeditore

Per ulteriori informazioni: http://www.abeditore.it/

Daniele Palmieri

domenica 8 aprile 2018

Cézanne: la magia della pittura e il sacerdozio dell'Arte

L'Arte, come la magia, è in grado di trasmutare la realtà e di svelarne gli aspetti più profondi, che si nascondono nella sua trama sottile. Gli artisti più grandi non sono quelli che dipingono fedelmente, con assoluto realismo, ciò che osservano, ma che svelano altre prospettive sulla materia, come se fossero in grado di portare alla luce l'energia spirituale che si nasconde in essa, la forza che la anima e che la colma di significato.
Paul Cézanne è stato uno dei più importanti pittori del XX secolo, poiché fu in grado di trasformare il suo pennello in una bacchetta magica in grado di trasmutare la materia sulla quale posava lo sguardo.
Tra i suoi dipinti più noti vi sono le vedute sulla montagna di Sainte-Victoire, oppure i molteplici quadri di natura morta in cui riuscì a dipingere delle mele da una vitalità inspiegabile, in una sorta di "realismo magico" pittorico.
In entrambi i casi, il soggetto è sempre lo stesso, dipinto in maniera all'apparenza maniacale: il monte Sainte-Victoire e le mele. Eppure, entrambi i soggetti rappresentati innumerevoli volte, sono sempre in grado di trasmettere qualcosa di diverso, un'energia sottile che ammalia lo spettatore, quasi le tele dei dipinti fossero dei portali sul reale aspetto della realtà, e non una sua rappresentazione. Quale fu il segreto di Cézanne? Come riuscì a infondere questa magia nelle sue tele?
E' egli stesso a svelarlo nelle sue lettere spedite ad amici e familiari, e pubblicate in Italia da SE.
Negli ultimi anni della sua vita, a inizio '900, Cézanne, artista ormai e squattrinato, si è ritirato in una piccola casa in Provenza per dedicarsi esclusivamente alla pittura, vivendo alla giornata e chiedendo, di tanto in tanto, qualche prestito ad amici e parenti. Qui inizia a intrattenere un denso epistolario con le persone a lui care, una ristretta cerchia di persone, e tra i resoconti delle sue giornate quotidiane, le richieste di prestito, le lamentele nei confronti della gente del luogo, Cézanne nasconde anche il segreto della sua arte.
Così, si scopre che il ritiro di Cézanne in Provenza è dettato da profondi motivi spirituali. Il pittore francese si è ritirato dal mondo, destinandosi a un'esistenza ai margini della società, per dedicarsi esclusivamente all'arte, ai suoi dipinti, essenza della sua vita. Scrive ad esempio a Ambroise Vollard:

“Ho fatto qualche progresso. Perché così tardi e così a fatica? Non sarà l’arte, in effetti, un sacerdozio, che richiede dei puri totalmente votati a lei?”
(Lettera a Ambroise Vollard, Aix, 9 gennaio 1903)

Solitario, rinnegato, tra i monti, le colline, i campi e la quiete della natura, Cézanne riesce a entrare in contatto con una dimensione più profonda, che trascende la semplice visione sensibile e materiale delle cose, che trasforma la realtà in un sogno dai confini indefiniti, come indefiniti sono i confini che egli tratteggia nei suoi dipinti. Come dice a Louise Auranche:  

“Mi parlate nella vostra lettera della mia realizzazione in arte. Credo di avvicinarmi ad essa ogni giorno di più, anche se con fatica. Infatti, se la sensazione forte della natura, che senza alcun dubbio io avverto in modo vivo, costituisce la base necessaria di ogni concezione artistica e su di essa riposa la grandezza e la bellezza dell’opera futura, la conoscenza dei mezzi per esprimere l’emozione non è meno essenziale, e si acquisisce solo con una lunghissima esperienza.
L’approvazione degli altri è uno stimolo di cui qualche volta sarebbe meglio diffidare. Il sentimento della propria forza rende modesti.”
 (A Louise Auranche, Aix, 25 Gennaio 1904)

Non è semplice raggiungere questo stadio di coscienza; Cézanne lo raggiunge soltanto negli ultimi anni della sua vita, dopo un'intera esistenza dedicata all'arte, con immensi sacrifici personali e con la consapevolezza che il risultato finale, definitivo, perfetto non verrà mai raggiunto, ma che saranno necessari sforzi sempre più grandi per superare se stessi, per resistere e vivere esclusivamente della propria arte. Come scrive a Emil Bernard prima, e a Roger Marx poi:

“Procedo molto lentamente, la natura mi si presenta molto complessa; e i progressi da fare sono infiniti. Si deve vedere bene il proprio modello e sentire in modo giusto; e, ancora, esprimersi con distinzione e forza.”
(A Emile Bernard, Aix, 12 Maggio 1904)
 
“L’età e la salute non mi permettono mai di realizzare il sogno d’arte che ho inseguito per tutta la vita. Ma sarò sempre riconoscente al pubblico di amatori e intelligenti che hanno avuto l’intuizione di ciò che ho voluto tentare per rinnovare la mia arte.
Secondo me non ci si sostituisce al passato, si aggiunge soltanto un anello alla catena.”
(A Roger Marx, Aix, 23 Gennaio 1905)
 
In quest'ottica si inseriscono le ripetute vedute sul monte sainte-Victoire e i dipinti di natura morta che rappresentano sempre le mele. Soltanto all'apparenza il soggetto è sempre lo stesso. Chi disimpara a vedere e impara, invece, a guardare, si accorgerà che un solo soggetto è un universo composto da molteplici prospettive, e ciascuna di queste prospettive è sempre in grado di trasmettere diverse immagini, diverse emozioni, diverse sensazioni.
Come scrive al figlio:

“Qui, in riva al fiume, i motivi si moltiplicano. Lo stesso soggetto visto da angolazioni differenti, offre una materia di studio così interessante e varia che credo potrei lavorare per mesi allo stesso soggetto inclinandomi un po’ più a destra o un po’ più a sinistra.”
(Al figlio, Aix, 8 Settembre 1906)

Similmente ai maestri Zen, che fanno ripetere incessantemente la stessa azione per insegnare al discepolo a raggiungere una cosciente concentrazione, che lo porti ad agire sempre in maniera consapevole anche quando compie un'azione apparentemente meccanica, ma che in realtà nasconde migliaia di sfumature differenti, Cézanne si esercita a cogliere le molteplici prospettive in cui gli oggetti della percezione si danno alla vista, con il variare della posizione, della luce, dell'emozione personale. In alcune lettere egli parla esplicitamente di una sorta di "punto vitale" che egli è in grado di cogliere, con la vista, nelle mele, dal quale parte per sviluppare l'intero quadro, come se le mele divenissero il centro dell'universo.
La perseveranza nei confronti dello studio incessante del medesimo soggetto lo porta a sviluppare una dimensione più profonda, una visione spirituale delle cose. Scrive a Emile Bernard:
 
“L’ostinazione con cui perseguo la realizzazione di quella parte della natura che, cadendo sotto i nostri occhi, ci dona il quadro. Ora, la tesi da sviluppare è – qualsiasi sia il nostro temperamento o la nostra energia di fronte alla natura – rendere l’immagine che vediamo, dimenticando ciò che è apparso prima di noi. Credo che questo permetta all’artista di esprimere tutta la sua personalità, o grande o piccola che sia.”
(Emile Bernard, 23 Ottobre 1905)

Nel momento in cui impariamo a trasmutare ciò che guardiamo, ecco che abbiamo compiuto un atto magico che, allo stesso modo, ha trasmutato la nostra interiorità. Il confine tra pittore e opera, tra osservatore e oggetto osservato si perde e le due realtà si fondono in un tutto inscindibile.
Con il suo silenzioso insegnamento, consegnato a semplici lettere quotidiane, Cézanne è stato in grado, molto più di altri teorici, di cogliere il segreto magico dell'arte e di tramandarlo ai posteri non solo con le sue parole, ma soprattutto con la sua vita e le sue opere. Vivere della propria arte significa vivere in una dimensione più profonda, proprio in virtù dei sacrifici che si compiono per vivere un'esistenza del genere. D'altronde, il sacrificare qualcosa significa "renderla sacra", e l'arte è ciò che rende sacra la vita degli uomini. Usando le parole di Cézanne:

“Non fate il critico d’arte, fate della pittura. La salvezza sta in questo.”
(A Emile Bernard, Aix, 25 Luglio 1904).

Cézanne, Lettere, SE

Daniele Palmieri