lunedì 20 febbraio 2017

Julius Evola: L'idealismo magico

Con "idealismo magico" si designa una branca esoterica dell'idealismo, sviluppatasi a partire dalla riflessione filosofico/poetica di Novalis, scrittore tedesco vissuto nella seconda metà del XVIII secolo.
Riprendendo l'idealismo di Fichte, secondo il quale la realtà che viviamo è esclusivamente una realtà mentale in cui all'Io (il soggetto) si oppone un non-Io (l'oggetto) da egli stesso prodotto nel processo di rappresentazione della realtà personale, Novalis identifica il rapporto tra Io e non-Io con una forma di rapporto magico. Nel momento in cui l'Io si riconosce come creatore della propria realtà, infrangendo dunque la barriera che lo divide dal resto del mondo, può instaurare un rapporto magico/poetico con l'esistenza di cui egli è il primo motore; ciò che deve fare è assumere una diversa prospettiva sulle cose. Ruolo fondamentale, in questo processo, è assunto da quella che Fichte definisce "immaginazione produttiva", la facoltà inconscia del soggetto trascendentale (l'Io) di produrre la propria realtà. Il poeta, così come il mago, è, secondo Novalis, colui in grado di intraprendere un percorso interiore per prendere il pieno controllo di tale facoltà inconscia e dunque del processo creativo della propria realtà vissuta, divenendo così consapevoli dell'Universo che alberga presso noi stessi e sprigionando l'immensa forza creatrice che a malapena sospettiamo di possedere. Sfiorando così l'Assoluto, ne diveniamo padroni.
Tra la prima e la seconda metà del '900 fu il filosofo italiano Julius Evola a riprendere e sviluppare l'idealismo magico di Novalis, sviluppandolo le idee frammentarie del poeta tedesco in un sistema filosofico organico e compiuto.
Insieme a L'uomo e il divenire del mondo, Teoria dell'Individuo Assoluto e Fenomenologia dell'Individuo Assoluto, L'idealismo magico è uno dei testi fondamentali della concezione filosofica di Evola, che pone le basi per le riflessioni successive sviluppate nei testi poc'anzi citati.
Evola, come Novalis, sviluppa il suo pensiero a partire dalla distinzione fichtiana tra Io e non-Io; secondo il filosofo italiano, siccome la realtà materiale che si trova al di fuori di noi è conoscibile soltanto mediante i sensi, che costruiscono nella nostra mente soltanto una rappresentazione di essa, l'unica conoscenza certa della realtà è quella che possiamo avere della nostra realtà interiore. In questa dimensione mentale viviamo tutta la nostra esistenza, circondati da altri esseri viventi che dimorano esattamente nella medesima bolla idealistica.
Come accennato in precedenza, la creazione della realtà vissuta avviene principalmente mediante i sensi e, finché non prendiamo il controllo della nostra interiorità, viviamo l'esistenza in maniera prettamente passiva, come un marchio di cera su cui viene impresso il marchio di uno stampino. 
L'idealismo magico nasce con lo scopo di ribaltare questa condizione. Scrive Evola:

"Ciò che distingue l'idealismo magico è il suo carattere essenzialmente pratico: la sua esigenza fondamentale è non di sostituire una intellettuale concezione del mondo ad un'altra, bensì di creare nell'individuo una nuova dimensione e una nuova profondità di vita. Certamente, esso non cade in una astratta contrapposizione di teoretico e pratico; esso già nel teoretico e nel conoscitivo come tale - e quindi in ciò in cui soltanto è dato rivelarsi a dun lettore - vede un grado di attività creatrice, però ritiene che un tale grado rappresenta solo un abbozzo, un inizio di gesto rispetto ad una fase di realizzazione più profonda che è quella della magica o pratica propriamente detta, nella quale il primo deve continuarsi e completarsi" (L'idealismo magico - Julius Evola, pp. 91).

Mediante un lavoro magico/filosofico sulla propria interiorità, l'individuo deve essere in grado di condurre i principi dell'idealismo magico a forze che agiscono nel suo interno e a esigenze che lo spingano verso una realizzazione pratica, coerente e concreta.
Ciò può avvenire, come ogni percorso esoterico/iniziatico, soltanto attraversando diverse fasi.
La prima è la consapevolezza dello iato soltanto apparente tra Io e non-Io; difatti, finché continueremo a credere che la realtà esterna non dipende da noi, saremo perpetuamente schiavi di essa. Si tratta, dunque, di porre il proprio Io al centro, come un punto cardine attorno al quale deve ruotare l'intera esistenza. Bisogna dunque percepire l'oggetto non come un ostacolo, ma come una neg-azione, una "azione negativa" che inizialmente si oppone a noi ma che, in virtù del controllo che abbiamo su di essa, che possiamo trasformare in una forza positiva.
Il secondo passo è definito da Evola come "la prova del fuoco"; siamo circondati da non-Io, sia fisici sia sociali (come diritti, doveri, morale etc.), che limitano il nostro campo di azione condizionandoci. Agire contemporaneamente nei confronti di ognuna di queste singole neg-azioni sarebbe un compito lungo e faticoso; ciò che bisogna intraprendere è un'azione drastica, una negazione totale della neg-azione che a noi si oppone: la prova del fuoco, l'incendio catartico e purificatore che rade al suolo ogni cosa (metaforicamente, s'intende) lasciando illeso soltanto l'Io. Si tratta di attuare una trasmutazione alchemica; il fuoco, infatti, mentre brucia le impurità lascia illesi soltanto i metalli più pregiati e, in questo modo, rende consapevoli dell'oro nascosto nelle profondità delle nostre miniere interiori.
Infine vi è l'ultimo passo: dopo la distruzione totale, per ricostruire la propria esistenza, può avvenire soltanto il movimento a essa completamente opposto, l'amore incondizionato. Se l'individuo vuole acquisire il potere assoluto sulle cose, deve prestare attenzione a non confondere tale dominio con la schiavitù. Il dominio dispotico è la catena del sovrano. Come scrive Evola:

"L'azione violenta ed appassionata contro delle cose testimonia che esse hanno a priori per l'Io una realtà e, a dir vero, proprio come antitesi, e non riesce quindi a superare l'antitesi ma solo a riconfermarla e a negare il piano dell'assoluta autodeterminazione. Violentando le cose, si va in realtà a violentare solo l'Io [...]. Il principio fondamentale della magica è che per avere realmente una cosa, occorre volerla non per l'Io ma per sé stessa, ossia amarla; che desiderare è precludersi la via alla realizzazione; che la violenza è il modo del debole e dell'impotente, l'amore e la dolcezza quello del forte e del signore. E' la profonda dottrina del Taoismo: non volere avere per avere, dare per possedere, cedere per dominare, sacrificarsi per realizzare; è il famoso concetto del wei-wu-wei o agire senza agire [...] ciè dell'agire che non travolge e perde a sé la centralità dell'Io, ma che si svolge dentro un Io che non ci si immedesima, che in esso si tiene distaccato e fermo come il suo Signore, che dunque propriamente non vuole, ma piuttosto abbandona e dona" (Julius Evola - L'idealismo magico, pp. 100).

L'amore incondizionato è dunque la forza magica in grado di liberare l'Io liberandolo dalla schiavitù sua delle cose sia di sé stesso, innalzandolo a un livello superiore di esistenza, il medesimo Assoluto che Novalis andava ricercando e in cui risiede la chiave del processo creativo della realtà. Come Dio, infatti, crea il mondo per un atto di amore assoluto e incondizionato, allo stesso modo l'Io magico crea la propria realtà per amore di essa e si relazione con il prossimo non per esserne schiavo, né per renderlo schiavo della propria volontà di potenza, ma per amarlo e dunque elevarlo a sua volta. Solo l'amore, infatti, possiede la forza creatrice di opporre alla neg-azione una realtà alternativa che non sia la mera distruzione dell'ostacolo.
In ultima analisi, al termine di questo processo la vita interiore dell'Io diviene del tutto simile all'opera d'arte dadaista, a cui, non a caso, è dedicato l'ultimo capitolo del libro. Ciò che l'opera d'arte dada compie è anzitutto un processo creativo fine a se stesso, a partire da oggetti dati che vengono composti secondo una forma nuova e ambigua, creata dal nulla dall'immaginazione e dalla creatività dell'artista: la medesima operazione che l'Io deve compiere con gli oggetti sensibili della realtà. Allo stesso tempo, la grande potenzialità dell'opera d'arte dadaista risiede nel fatto che anche per essere osservata necessita del medesimo processo creativo; il suo significato, infatti, non è reso esplicito, così come la sua immagine deve essere rintracciata all'interno della composizione. Lo spettatore non è dunque reso passivo, come la cera con lo stampino, ma è a lui richiesto uno sforzo creativo nel momento della percezione, affinché egli sia in grado di dare alle forme percepite un senso e un significato che, però, egli trae dalla propria interiorità: ancora una volta, la medesima operazione che l'Io deve compiere nei confronti dell'esistenza.

Julius Evola, L'idealismo Magico, Fratelli Melita Editori

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Daniele Palmieri

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